Il nostro uomo all’Avana

L’infatuazione di Hitchens per il socialismo cubano, via di mezzo tra un convitto e una chiesa. “Fidel? Dopo ore di suoi monologhi volevo solo una birra fredda”. Trovare in una bancarella un discorso di Castro lungo 81 pagine: “Probabilmente il suo intervento più breve e migliore”.
Il nostro uomo all’Avana

In occasione della visita di Barack Obama a Cuba pubblichiamo la seconda puntata dello speciale sulla vita di Christopher Hitchens a cura di Edoardo Rialti che il Foglio sta pubblicando ogni mercoledì.

 

 

 

“Meglio essere nemici del popolo che nemici della realtà”.

Pasolini

 

“Non seguire la folla per fare il male”.

Esodo

 

 

Se Karl Marx fosse un cubano, sarebbe in prigione o a Miami”. Ci sono immagini che non si limitano a strappare un sorriso amaro, ma sono in grado di riassumere tutta una vita, tutto un viaggio. Questa battuta disincantata fu confidata a Christopher Hitchens da un oppositore socialista cubano. Gli oracoli antichi avevano sempre la caratteristica di svelare l’ascoltatore cui erano rivolti, non il dio. Così fu, forse, anche in questo caso.

 

Per alcuni, il distacco da un grande orizzonte ideale o comunitario ha tutto lo strazio della fine di un grande amore, che magari si volge in disprezzo, come Dante per la fazione esiliata dei Bianchi. Per Orwell ebbe l’orrore di vedersi combattere da chi si credeva compagno e fratello. Per altri ancora, il distacco è molto più graduale, la somma di tante piccole e grandi cose, finché ti accorgi che qualcosa è definitivamente finito.

 

Come quando Ulisse tendeva le braccia alla madre nella Terra dei Morti, anche la visita di Hitchens a un’isola tanto mitica per l’immaginario politico del nostro tempo era l’occasione per incontrare un fantasma del passato. Un’intera folla di volti silenziosi, a partire proprio da Marx-il Vecchio Maggiore, il verro bianco-costato che, nella fiaba nera di Orwell, aveva insegnato agli animali la grande canzone della rivolta, che sarebbe stata poi usata da alcuni di loro per dominare e macellare gli altri.

 

Come un personaggio di Greene o Hemingway, il giornalista affermato si gusta un mojito e passeggia tra le orchestrine e le bancarelle. In una di queste trova la copia di un discorso di Castro, che “va avanti per 81 pagine: probabilmente il suo discorso più breve e migliore. Ormai da oltre quarant’anni, questo grande solipsista ha monopolizzato il microfono per maratone retoriche di svariate ore”. Siamo nel 1999, e sulla soglia del nuovo millennio Hitchens è tornato sull’isola a trent’anni di distanza da quando vi giunse come universitario socialista nel 1969, “domandandomi se le notizie sulla Rivoluzione cubana fossero realmente vere. In parte lo erano”. Certo, era stato ufficialmente abolito il razzismo e si era raggiunta la quasi cancellazione dell’analfabetismo, oltre a effettivi miglioramenti sanitari. Tuttavia “c’erano aspetti di quella società che non mi piacevano – la noiosa enfasi accordata agli sport e alle virtù militari, per esempio, o quell’inculcare un entusiasmo compulsivo”, senza contare che “anche allora la sua principale esportazione erano i suoi stessi cittadini”. Non solo: “Quel che è peggio, la leadership di Castro quell’anno decise di sostenere l’invasione sovietica della Cecoslovacchia, tradendo così la sua stessa opposizione al taglieggiare delle superpotenze”. Il tempo non era stato affatto galantuomo. “Già, male. Ma guardate oggi: l’unico leader in America latina che indossi sempre una divisa militare e che costantemente e per principio rifiuta le elezioni è Fidel Castro… il regime pubblica un quotidiano a disposizione di tutti gli alfabetizzati, eppure non posso apportare alcuna miglioria alla descrizione fornitane dal defunto direttore e dissidente argentino Jacobo Timerman, che raccontò il suo incontro mattutino col medesimo giornale come una degradazione dell’atto del leggere (un vecchio nella Cojimar di Hemingway ci andò vicino quando mi disse ‘Se ascolti la radio non ti occorre il giornale’). Ma per capire davvero con quale disincanto e avversione Hitchens guardasse ormai Cuba occorre, come in tanti romanzi e film, fare un bel balzo indietro, a trent’anni prima.

 

Il giovane Hitchens arrivò pochi mesi dopo che “Guevara aveva incontrato la sua patetica ma commovente fine sugli altipiani della Bolivia” ed è “difficile ricordarlo oggi che L’Avana è governata da una raggrinzita oligarchia di repellenti vecchi comunisti, ma negli anni Sessanta c’era uno straordinario contrasto tra le statue di cera del Cremlino e la giovane, informale, spontanea e in qualche modo perfino sexy leadership dell’Avana”. Però, qualcosa scricchiolava già, a prestare sufficiente ascolto a quel piccolo, fondamentale rompiscatole che è il proprio cervello: “Una frase molto adoperata dagli intellettuali comunisti dell’epoca era il grande esperimento sovietico. L’ultima parola sarebbe dovuta bastare a metterti in guardia. Trasformare un paese in un laboratorio comporta un gran bel preavviso d’inumanità in arrivo”. C’erano avvisaglie, più o meno discrete, già appena scesi: “L’aperto sorriso internazionalista sul volto dell’ospite cubano si contrasse forse di un millimetro o pressappoco. ‘Lo teniamo noi per te’. ‘Sì? Per quanto?’. ‘Finché non lasci il nostro paese’”. Quando il giovane britannico si avvicinò troppo alla recinzione del campo che lo alloggiava con gli altri socialisti convenuti entusiasticamente da ogni parte del mondo, i soldati si attivarono subito in modo ben poco entusiasmante: “Dove pensavo di andare? A fare un giro. Bene, mi si disse, non puoi. E perché no? Perché è così. Sapevo poco di spagnolo e non avevo il passaporto (che all’improvviso mi fu poi restituito) e avevo solo una vaga idea di come fare per arrabattarmi a raggiungere qualche villaggio delle vicinanze, figuriamoci poi L’Avana. Ma le guardie – come le consideravo adesso – mi fecero energicamente segno di ripercorrere all’indietro la pista per il campo. Una volta che vi è stato detto che non potete lasciare un posto, per quante possano essere le attrattive, il suo charme si ridurrà immediatamente a zero”. Le serate passavano in discussioni infuocate se “aveva ragione Che Guevara a proporre che gli ‘incentivi morali’ dovessero sostituire quelli materiali”, ma bastava guardarsi in giro per sbattere il naso nella “netta impressione che gli operai e i contadini avrebbero apprezzato più numerosi e più consistenti incentivi materiali”. Quanto poi agli interminabili monologhi di Castro, “dopo le prime due ore e la prima serie di ovazioni, mi resi conto che stavo ormai afferrando i punti principali della faccenda. E altre due ore dopo ero quasi pronto per andare in cerca di una birra fredda”. C’era anche troppo incenso, nell’aria. Non importava che, come nella fiaba distopica del suo eroe George Orwell, nella fattoria della rivoluzione fosse stato bandito il Corvo Mosè con le sue litanie pretesche. Morto un culto, se ne può creare un altro, che risponda alle stesse dinamiche psicologiche, alle stesse esigenze. “Sebbene il cadavere martirizzato di Guevara fosse stato mostrato sulle televisioni di tutto il mondo, ricordando non poco un Cristo nella sua serenità barbuta e provocatoria, il suo effettivo luogo di riposo era ignoto – del resto, come quello del nazareno”. I giovani venivano ossessivamente esortati “affinché vivessero la loro vita ‘como El Che’, ovvero alla maniera di Guevara. L’impossibilità di seguire questa direttiva mi colpì subito, ancor prima di realizzare come essa fosse nient’altro che un prestito dalla nozione cristiana di ‘imitazione di Cristo’. Ecco com’era il socialismo cubano: da una parte era troppo simile a un convitto e, dall’altra, troppo simile a una chiesa”. Nel suo libro su Orwell, Hitchens gli avrebbe tributato anche il merito di aver compreso “fin troppo bene la connessione latente tra repressione sessuale e lo sfogo vicario in un’orgia collettiva. Certi regimi non sono stati popolari nonostante la loro irrazionalità e crudeltà, ma grazie ad esse”. Lo avrebbe riscontrato in Iran e in Corea. L’aveva già scoperto a Cuba: “Quello che per me rappresentò ancor più un pugno allo stomaco fu, però, la stupefacente e ampia disponibilità di giovani battone ai margini della folla. Una delle pretese della rivoluzione cubana era di aver abolito la prostituzione e sebbene non avessi mai personalmente creduto che questo fosse possibile (il deperimento dello stato essendo una cosa, e il deperimento del pene tutta un’altra), il meretricio a Santa Clara era di gran lunga più vistoso di tutto ciò che si potesse immaginare in una società ‘borghese’. Lo stesso può dirsi, comunque, dell’altra pretesa, molto più arrogante e indecente, di averla fatta finita con l’altro vizio ‘borghese’ dell’omosessualità. Nelle latrine pubbliche in funzione in cui ci si imbatteva, si trovava spesso scritto col gesso, o scarabocchiato, lo slogan Libertad por los maricones, a riprova che i gay cubani non erano per niente desiderosi di concorrere alla propria abolizione”. Ma è un episodio apparentemente molto più innocuo che merita di essere riportato integralmente perché, al pari di certe storielle zen, contiene ed esprime un intero atteggiamento mentale, quell’“esercizio imperterrito della ragione” cui esortava Pasolini. C’erano anche parecchie proiezioni cinematografiche, con annesso dibattito, ovviamente. Opere come “Memorie del sottosviluppo”, che avevano “un rivale in fatto di cazzuta e noiosa denominazione solo nel capolavoro cecoslovacco ‘Treni strettamente sorvegliati’”. Incontrando il regista Santiago Alvarez, grande artista nonostante un “infantile sinistrismo pre-Oliver Stone”, Hitchens ebbe modo di domandargli “com’era per un artista lavorare a Cuba, uno stato che aveva una linea politica ufficiale in fatto di estetica. Alvarez si aspettava ovviamente qualcosa del genere e replicò che la libertà artistica e intellettuale non avevano pastoie. Non c’erano eccezioni?, insistei. Be’, disse, quasi ridendo all’ingenuità della mia domanda, non sarebbe naturalmente stato possibile né desiderabile cimentarsi in attacchi e satire nei confronti del Leader della rivoluzione. Quanto al resto, la libertà di coscienza e di creazione artistica era assoluta”. Ed ecco che si aprono le danze: “Feci la semplice osservazione che se la figura di maggior spicco nello stato e nella società era immune da commenti critici, allora tutto il resto era un dettaglio. Ah, per favore non scordate mai quanto possa essere utile l’ovvio. E come giustamente l’imperatore nudo sia una chiave di volta del nostro folclore. Non penso di essere mai stato altrettanto abbondantemente ricompensato per avere dato voce all’evidenza. Dopo la partenza di Alvarez – la cui risposta, se ce ne fu una, non ricordo – si percepiva una certa qual ‘atmosfera’, che continuò a persistere mentre prendevo il mio vassoio di metallo e mi mettevo in coda nel refettorio. Quando volli sapere cos’era successo, uno dei compagni scozzesi mi informò: ‘I fratelli cubani pensano che tu ti sia comportato e abbia parlato in modo palesemente controrivoluzionario’. Fui seccato e, insieme, felice della cattiva fama che si era creata attorno a me. Mi consideravo indubbiamente un rivoluzionario e avrei cordialmente contestato il diritto di chicchessia a negarmi questo titolo, ma c’era anche il mero piacere di vedere in azione il cliché: più o meno come fossi stato definito un ‘nemico del popolo’, o una ‘iena capitalista’ o, facendo un salto all’indietro nella scuola, uno che aveva ‘deluso tutti’. Non si dimentica, anche se si viene da una società libera e dotata di senso dell’umorismo, la prima volta in cui si è chiamati in diretta, con sussiegosa serietà, un ‘controrivoluzionario’”. La stessa attenzione per l’ovvio scomodo gli avrebbe fatto percepire tutta la forza d’una osservazione disincantata del leader socialista Mario Soares durante la rivoluzione portoghese: “‘Se gli ufficiali dell’esercito sono tanto dalla parte del popolo, perché non indossano abiti civili?’. Una domanda non solo per quel momento”.

 

Ma sarebbe stato a tutt’altra latitudine, in un altro campo di prova dell’esperimento comunista, nella Polonia del nascente Solidarnosc – dove si raccontava la barzelletta “Se dovessi sparare a tedeschi e russi, a chi spareresti prima? Ai tedeschi: prima il dovere e poi il piacere” – nello stesso Natale in cui “il cardinale Wyszynski tenne un buon sermone, piuttosto coraggioso”, che un altro dissidente, stavolta tutt’altro che socialista, “fece un’osservazione che col tempo mi avrebbe cambiato la vita. La distinzione fondamentale tra i sistemi, mi disse, non era più ideologica. La principale differenza politica era tra chi pensava che il cittadino potesse o dovesse essere proprietà dello stato e chi non lo pensava”. Ecco il punto di svolta. Come tenere insieme socialismo e individualismo, quell’irriducibile carico di responsabilità personale che non può mai essere sfumato nel collettivo, sempre pronto a remare controcorrente, anche qualora la corrente avesse contribuito a indirizzarla egli stesso. Una dialettica drammatica, fatta di sfumature e riesami, ogni volta rivissuta, “patita” in modo diverso dalle “urne de’forti” dalla sua personale galleria di eroi: “Molti dei grandi individualisti prometeici sono stati uomini e donne convinti della razionalità e della giustizia del socialismo (penso a figure morali e intellettuali della statura di Antonio Gramsci, Karl Liebknecht, Jean Jaurès, Dimitri Tukovic, James Connolly, Eugene Debs e altri”. Come loro, ancora nel 2001, l’Hitchens da poco tornato a visitare la Cuba della sua giovinezza, trovava ancora che “la concezione materialistica della storia non sia stata sorpassata come strumento di analisi… ma ho imparato moltissimo dalla critica libertaria a questa visione del mondo, così come mi è nato un grande rispetto per coloro che diedero voce quando erano predominanti le convinzioni statalistiche”. Una posizione solitaria, che lotta sempre per un “noi”, e al tempo stesso ne diffida quando “si tratta di un’altra forma di coscrizione surrettizia, volta a suggerire che ‘noi’ siamo tutti d’accordo sui ‘nostri’ interessi e sulla ‘nostra’ identità”. Col tempo, diventava sempre più difficile rispondere agli studenti che, ammirati dalle sue lezioni su letteratura e politica, gli domandavano consigli sull’impegno civile: “Tutti volevano fare qualcosa per migliorare la condizione umana. Bene, c’era forse un movimento socialista di cui potevano entrare a far parte, come in passato avrei detto loro che c’era? Non proprio, o non più, o se sopravviveva era solo nelle forme populistiche e nazionalistiche à la Hugo Chávez che a me sembravano repellenti. Ci si poteva aspettare la rinascita di una vera ‘sinistra’ internazionalista? Mi sembrava poco probabile. Di punto in bianco mi sono accorto che non avevo il diritto di ingannarli o dire loro sciocchezze. (Tirar tardi con vecchi compagni a raccontare per l’ennesima volta vecchie battaglie non era del tutto disonesto, ma erano cose che ormai non contavano più). Quindi per me non si è trattato tanto di ripudiare una passata appartenenza, come nel caso di quei disertori che attirano tanto l’attenzione, quanto invece di sentirmela scivolare via, lontana da me. In certi giorni è come il dolore fantasma di un arto mancante”. Al pari di Auden, anche Hitchens avrebbe potuto dire “Tutto quello che ho è una voce / per svelare la bugia nascosta / la bugia romantica ch’è nel cervello / del sensuale uomo della strada / e la bugia dell’Autorità / i cui edifici frugano il cielo”. Anche a costo di sembrare dalla parte sbagliata della storia: “Ogni sciocco può fare la satira di un re, di un vescovo o di un miliardario. Ci vuole un po’ più di coraggio ad affrontare la massa, o anche il pubblico televisivo, che pensa di sapere ciò che vuole e di avere diritto a ottenerlo”. Per un’ironia della sorte, proprio il tentativo di tenersi stretta quella voce l’aveva portato a chiedere la cittadinanza americana, la terra maledetta che negli anni 60 l’aereo della sua brigata socialista era stato felice di evitare come se fosse contaminata da una radiazione. Sarebbe stata la terra dei suoi grandi amori, gli illuministi della Guerra d’Indipendenza, e dei suoi odi più feroci: Kissinger, i Clinton, e l’Occhio che lo fissava da ogni dollaro, il Dio di cui lui non si fidava affatto. Vi avrebbe portato quella “rabbia contro il morire della luce” che riconosceva alle pagine di George Orwell, e la lezione morale di chi incarnava, per lui, un’intera tensione collettiva, con i suoi slanci e magari errori, obbligata paradossalmente a rifarsi individuo, perseguitato e incompreso. Quel Trotsky che l’ammirato George Steiner aveva paragonato, nelle sue peregrinazioni, a Edipo od Oreste, con i segugi di Stalin sempre alle calcagna, con i suoi inascoltati moniti sull’ascesa del nazismo. Quello stesso Trotsky che nessuno, per Hitchens, era stato in grado di immortalare come Mary McCarthy, quando si rivolgeva con gratitudine alla sua eredità spirituale, come a un fantasma che sorrida triste. “Bravo, vecchio mio, dico, anche se la sala è vuota”. Si diventa ciò che si ama, notava Agostino, e proprio per il Vecchio Maggiore il comunismo era nato come un fantasma. A oltre un secolo di distanza, nei cuori e negli sguardi di alcuni continuava a esserlo, o a esserlo stato. Come la vecchia Anticlea cui il figlio Odisseo tendeva le braccia nell’Ade, per accorgersi di stringere solo aria. Non per questo meno dolorosamente cara.

 

 


Voleva essere Emile Zola, Prometeo, Oscar Wilde. E li è stati tutti e tre. Ha difeso Salman Rushdie e attaccato Kissinger, i Clinton, Sua Maestà la regina. Ha denunciato gli orrori dell’islamo-fascismo, di Cuba, della Corea del nord. Non voleva processare solo Benedetto XVI o Madre Teresa, ma Dio stesso. Armato solo d’una delle prose più colte, ironiche e avvincenti del giornalismo. Tutto questo e molto altro è stato Christopher Hitchens, di cui il Foglio ambisce a narrare vita e opere, con una serie di suoi scritti inediti, e con le testimonianze di amici, familiari e nemici. Il ritratto di uno dei più grandi polemisti del Novecento, di cui si sente terribilmente la mancanza. “Perché l’essenza della mente indipendente non sta in cosa pensa, ma in come pensa”. Parole sue.

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