L’autodistruzione dell’occidente iniziò con lo scientismo e il moralismo

Ci stiamo condannando da soli per l’impossibilità di riporre speranze in un’élite che ci salvi da caos e dissoluzione. Mancando all’Occidente “un principio di ordine superiore”, esso vive in uno stato di “anarchia intellettuale”, come un organismo decapitato che continui a muoversi meccanicamente.
L’autodistruzione dell’occidente iniziò con lo scientismo e il moralismo

Il filosofo e matematico Cartesio, XVII secolo

Nel prevedere l’autodistruzione dell’Occidente, René Guénon sottovaluta platealmente il panislamismo perché è convinto che ci abbiano rovinato Cartesio e Leibniz. In “Oriente e Occidente” (opera del 1924 appena restituita al grande pubblico da Adelphi) accusa i due filosofi di avere favorito il nostro “sviluppo mostruoso” in senso puramente materiale, di fatto una  “regressione intellettuale”. Colpa di Cartesio, che “ha ridotto l’intelligenza alla ragione”, ha asservito la metafisica alla fisica e la fisica alla meccanica, da cui è sorto l’odierno spirito scientista. Colpa di Leibniz, che aveva la presunzione di avere escogitato una Caratteristica universale, ossia un sistema binario attraverso cui comprendere tutto sempre, compresi gli aspetti più esoterici dell’Oriente: “Non so se nella scrittura cinese”, scriveva, “ci sia mai stata un’utilità che si avvicini a quella che necessariamente avrà la Caratteristica che sto progettando”. E’ plausibile che fra tre secoli gli scienziati che incensiamo faranno ridere quanto oggi ci fa ridere Leibniz.

 

Su queste basi è sorta la credenza nel progresso, che fabbrica gli idoli della mentalità moderna vittima di “una gigantesca allucinazione collettiva per effetto della quale un’intera parte dell’umanità è arrivata a prendere le più vane illusioni per realtà inconfutabili”: si tratta dello scientismo (in particolare l’evoluzionismo, progresso genetico) e del sentimentalismo (in particolare il moralismo, progresso etico basato sull’erronea convinzione che possano trarsi conseguenze generali da criteri individuali). Mancando all’Occidente “un principio di ordine superiore”, esso vive in uno stato di “anarchia intellettuale”, come un organismo decapitato che continui a muoversi meccanicamente; la nostra civiltà “ha la pretesa di essere essenzialmente scientifica” ma attribuisce un potere misterioso ad “aspirazioni sentimentali più o meno vaghe” chiamate Scienza, Progresso, Giustizia e Libertà, “che rischiano di perdere tutto il loro prestigio non appena le si esamini un po’ troppo da vicino”.  La fede in questi principi costituisce una “controreligione” – se non una “pseudoreligione”, né più né meno della teosofia – incardinata sul principio protestante del libero esame del sacro, segnacolo della decapitazione dell’Occidente. Anche la susseguente aspirazione illuministica alla tolleranza va rigettata per la sua natura “teorica”: si pretende di esercitarla nei confronti di tutte le idee, garantendo gli stessi diritti a tutte, ma si ricade inevitabilmente in un radicale scetticismo aggravato dalla circostanza che “come tutti i propagandisti, gli apostoli della tolleranza sono le persone più intolleranti”. Poi, da Kant, tutto lo spirito filosofico s’è identificato con lo “spirito di negazione”.

 

Gli occidentali credono davvero nella scienza perché non sono ignoranti. Mentre l’ignorante conserva la speranza di imparare qualcosa un dì, l’uomo occidentale “ha ricevuto una semi-istruzione, e quello che crede di sapere lo gonfia di una tale presunzione che pensa di essere in grado di parlare di tutto indifferentemente”. Non è quindi disposto ad ammettere che la scienza è “un sapere ignorante” poiché “decisa a ignorare tutto ciò che la supera”; pur essendo di fatto “un’industria”, la scienza si presenta come assoluta, non come “applicazione secondaria e contingente” che costituisce “una conoscenza inferiore”. Lo scientismo esorcizza l’idea di un ordine gerarchico più vasto tramite “il chimerico principio dell’eguaglianza” di idee e persone, che porta con sé la democrazia imperniata sulla mediocrità.

 

Guénon ce l’ha con tutte le speculazioni filosofiche, che ritiene futili e miserevoli: perfino con Bergson, che definiva l’intelligenza “facoltà di fabbricare utensili che servono a fabbricare altri utensili”; perfino con Pascal, accusato di progressismo perché interpretava le epoche della storia come lo sviluppo coerente dell’età di un individuo. I pragmatisti sono “i più autentici rappresentati del pensiero occidentale moderno” (non è un complimento). Il razionalismo è “mero sentimentalismo travestito”. Gli psicologi “limitano le loro osservazioni a un solo tipo di umanità” e pretendono di trarne i caratteri dell’uomo in generale. L’evoluzionismo “è il prodotto delle due grandi superstizioni moderne, la superstizione della scienza e la superstizione della vita, e il suo successo si deve proprio al fatto che razionalismo e sentimentalismo vi trovano entrambi soddisfazione”. Il materialismo storico è vittima di un’illusione: “percependo solo le manifestazioni esteriori, confonde le cause con gli effetti e crede che esista solo ciò che vuole”. In generale, le idee della civiltà occidentale moderna sono “tante superstizioni ben più ridicole e prive di fondamento di tutte quelle che vengono derise alla leggera dalle persone che vogliono passare per illuminate”.

 

Ci stiamo autodistruggendo, dunque, per mancanza di gerarchia intellettuale e per l’impossibilità di riporre speranze in una élite che salvi l’Occidente da caos e dissoluzione. Da un lato chi percepisce i limiti spirituali dell’Occidente si rifugia stupidamente “in una tradizione che non possiede” (Guénon scriveva novant’anni fa ma pensate alla new age, al druidismo, ai vegani). Dall’altro, gli occidentali confondono l’élite con una società di intellettuali impegnati, sedotti dalla prospettiva di un’azione sociale immediata: “Compito dell’élite non è intervenire in lotte che sono necessariamente estranee al suo campo; la sua funzione sociale non può che essere indiretta, poiché per dirigere veramente ciò che si muove non bisogna essere a propria volta trascinati nel movimento”. Quando e se c’è una vera élite, i suoi membri “si trovano nella situazione degli orientali che vivono in Europa”, separati da un abisso dagli uomini che li circondano, così da andare incontro all’indifferenza generale oppure a reazioni ostili in una civiltà presuntuosa, che accosta l’occhio al microscopio e lo chiama planetario.

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