Stregati da Santagata

Nessun giornalista o poliziotto o pm avrebbe potuto fare come Marco Santagata. Ditelo al Papa e ai suoi portavoce: gli “specialisti del logos” sono persone utili, anzi utilissime. Il caso Ferrante.
Stregati da Santagata

Nessun giornalista o poliziotto o pm avrebbe potuto fare come Marco Santagata, “specialista del logos”, amante della parola in quanto filologo italianista. Ha preso il libro tetralogia di Elena Ferrante, pseudonimo di successo ormai planetario, e per palati fini oltre che per gusti popolari. Lo ha letto, il che vuol dire molte cose diverse.

 

Il filologo si è domandato: chi è l’autrice? Essendo modenese, sì, ma pisano in quanto accademico, ha messo a fuoco la parte pisana del racconto. Ha scovato indizi che convergono. La scrittrice-protagonista è napoletana perché conosce Napoli come le sue tasche. Ha studiato a Pisa nei primi anni Sessanta, e nel racconto si sarebbe laureata nella sessione autunnale del 1967. Non ricorda però direttamente la Pisa dell’alluvione del 1996, o comunque la omette (vedremo poi la qualità dell’omissione), ma sa tutto del Timpano, il collegio femminile. Ha reminiscenze altrimenti rivestite di una nottata con una compagna di studi che costò a Adriano Sofri l’espulsione dall’Università dove si praticava la segregazione di genere (una notte del 1963). Frequentava con colleghi di corso il bar Battellino avanti alla chiesa di San Frediano. Si ricorda una via XXIV maggio che però (lapsus) sta in periferia e non ha attinenza con i fatti narrati perché la scambia con via XXIX maggio, dal 1968 ribattezzata via Curtatone e Montanara. Cita una festa natalizia inaugurale, che nel 1968 era caduta in desuetudine. Nomina una direttrice del Timpano che poi sarebbe la mitica madre-padrona Lina Zerboglio. Ambienta una scena sul ponte Solferino che fu travolto dall’alluvione proprio nel mese e nell’anno in cui la scena è raccontata (alluvione del 4 novembre 1966), non fa menzione dell’occupazione precoce (primavera 1967) dell’Università di Pisa. Insomma, tra indizi e omissioni, il filologo scopre che l’autrice-protagonista, che si dice laureata in Letteratura latina ma interessata in realtà al contemporaneo (con inclinazione allo studio della criminalità organizzata), è napoletana, ha studiato a Pisa prima del 1966, e annuari alla mano della Normale potrebbe essere l’identikit di Marcella Marmo, che corrisponde ai requisiti filologici del caso.

 

Qui la storia finisce. Indiscutibilmente. L’abilità di Marco Santagata, che è anche in proprio scrittore di racconti e romanzi, ha trovato l’autrice misteriosa del libro che gira per le strade del mondo, che sia la Marmo o no poco importa, è filologicamente lei, storica contemporaneista, esperta di camorra, napoletana, già allieva della Normale nei primi anni Sessanta (dice ora la Marmo che se ne venne via perché lo storico Armando Saitta, che noi vecchi liceali conosciamo bene, l’aveva trattata male, non amava gli studi al femminile, e aggiunge che aspetta il resto della tetralogia in regalo, avendone letto solo il primo volume, come premio per il numero enorme di telefonate che sta ricevendo, persona riservata come ella è). Ditelo anche al Papa e ai suoi portavoce: gli “specialisti del logos” sono persone utili, anzi utilissime.

 

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