Radio3 se ne faccia una ragione: gli scrittori di una volta non ci sono più!

Per quale motivo dovrei leggere uno scrittore che parla di se stesso? Oppure: fai autofiction solo perché non ti vengono in mente storie interessanti? Ancora: questa è letteratura ombelicale! Dunque non è letteratura. Io – che sto sperimentando l’autofiction – prendo seriamente critiche siffatte.
Radio3 se ne faccia una ragione: gli scrittori di una volta non ci sono più!

Per quale motivo dovrei leggere uno scrittore che parla di se stesso? Oppure: fai autofiction solo perché non ti vengono in mente storie interessanti? Ancora: questa è letteratura ombelicale! Dunque non è letteratura. Io – che sto sperimentando l’autofiction – prendo seriamente critiche siffatte. Pensiamoci: c’è una correlazione tra diminuzione del tasso di violenza (sì, sembra strano, ma i dati parlano chiaro) e sviluppo del romanzo, a partire dal Settecento. Ci sono altri fattori in gioco, si capisce. Tuttavia una delle cause potrebbe essere la moltiplicazione dell’empatia. Il romanzo c’entra eccome. Grazie ai personaggi letterari abbiamo cominciato a immedesimarci in vite che non erano le nostre. Siamo riusciti, per esempio, a descrivere cosa prova un torturato o un uomo alla gogna e dunque, per contrasto, ci siamo chiesti: è giusto torturare un uomo? L’esperienza del romanzo e la sua diffusione interclassista è servita eccome. Ci ha quasi costretti a concentrare l’attenzione sul nostro prossimo. E’ il grande lascito della cultura umanista. E di conseguenza è anche la grande immagine dello scrittore ottocentesco – quasi una divinità – che ancora veneriamo. Lui poteva tutto, autorevolezza e cultura, sensibilità e impegno erano dalla sua parte: quante cose infatti – fatti, sentimenti – raccontava attraverso il romanzo? Un’infinità. Il romanzo era un contenitore. Tuttavia ora avrei un argomento. Voglio dire, a parte che oggi ci sono vari modi e strumenti per moltiplicare l’empatia, a parte questo, l’argomento è il suddetto: quando mio figlio era piccolo lo portai a vedere uno spettacolo circense.

 

Non amo gli animali in gabbia che passano attraverso i cerchi, quindi scelsi uno spettacolo nel quale gli animali apparivano così, d’emblée, come in un sogno, tra i fumi, e poi sparivano. A un certo punto ecco un rinoceronte, immobile al centro della pista. Una ragazza comincia ad agitarglisi intorno, e piano piano si solleva e comincia a volteggiare. Molto bello. Però, ero l’unico che guardava con la bocca aperta l’evento che si compiva davanti a me. I piccoli guardavano due cose: la trapezista, certo, e poi l’attrezzista che da dietro le quinte, scarsamente illuminato, con corde e pulegge, sollevava la ragazza. Notavano lo stage e il back-stage. Il creato e il creatore. Come se stessero riflettendo sulla possibilità di assistere all’evento della narrazione senza perdere di vista chi lo produceva. O ancora, come se volessero imparare la tecnica per produrre una narrazione. Cominciai allora a pensare di essere vecchio, neanche 37 anni avevo. Cioè, quell’attrezzista a sua volta era legato con delle corde, per reggersi meglio e far leva, e mi venne in mente che lui era, appunto, come uno scrittore e le corde erano gli eventi che lo tenevano fermo e nello stesso tempo lo attraversavano. Poteva sollevare la ragazza, creare quel numero (a suo modo una narrazione bellissima) e proprio per via di quelle corde magari cambiare tono e forza nella spinta. Bene. Poi sono arrivati i social e con essi delle novità narrative. Ognuno di noi durante la giornata fa autofiction, ci racconta cosa sta facendo, che cosa prepara per cena, cosa pensa. Ognuno sembra in apparenza autoreferenziale e tuttavia per piccoli eventi contribuisce a formare una narrazione più ampia. Dunque, il ruolo dello scrittore ottocentesco che raccontava le vite delle persone sembra in affanno perché sempre di più ognuno di noi costruisce trame e storie, narrazioni pur minime ma narrazioni.

 

E’ una novità che anche quelli che contestano l’autofiction devono accettare. E qui riprendo l’immagine del circo e chiedo a quanti contestano la letteratura ombelicale di esaminare questa proposta. Non è interessante far scendere dal suo trono lo scrittore? Voglio dire, sicuro che il ruolo privilegiato di osservatore che gli abbiamo attribuito oggi basta per garantire una narrazione ad ampio spettro? Non sarebbe altresì interessante immaginare lo scrittore – colui che crea il mondo – come l’attrezzista che fa volare la trapezista? A sua volta attraversato da umori, sentimenti, inquinato da eventi: le corde che lo legano insomma. Una buona autofiction dovrebbe raccontare di come la vita, il caos, i piccoli e accidentali episodi, i buchi neri della logica e altre cose quotidiane influiscano sullo scrittore attrezzista, e dunque infine sul volo dei suoi personaggi. In una logica evolutiva non possiamo considerare o il creato o il creatore, vanno presi entrambi. Il creatore influenzato dall’ambiente immagina un mondo e il mondo immaginato torna a re/influenzare lo scrittore. Dunque lo scrittore da una parte onestamente dovrebbe raccontare se stesso, senza sconti, con sentimento ma senza la retorica dei sentimenti, dall’altra parte dovrebbe essere capace di collegare gli eventi che lo influenzano con i personaggi da lui creati. Si otterrebbero così due sonde, una interna, l’altra esterna. E inoltre, quando funziona, un costante dialogo tra, diciamo, la cassetta degli attrezzi, la bottega dello scrittore e i prodotti da lui fabbricati. La conoscenza del mondo, dei fattori che lo influenzano, del caos che spesso lo governa, sarebbe di sicuro amplificata se si considerassero il trapezista e l’attrezzista. E’ un gioco difficile, è necessario che l’autofiction insomma sia polifonica e non monofonica, che le sonde siano tarate a dovere e con onestà, ma d’altra parte, non è bello accettare la sfida della modernità? Non è bello, utile, necessario capire quali strumenti abbiamo a disposizione. La cultura umanista ha fatto molto, e se vogliamo che continui a offrire un contributo, forse va considerato che il ruolo dello scrittore come narratore onnisciente si sta lentamente spegnendo – e si vede dal calo di vendite dei libri – perché i personaggi da lui creati, quegli eroi,  quelle eroine, ora hanno preso vita e raccontano le loro storie ogni giorno: come possono, a volte bene a volte male, ma con mezzi nuovi. E’ una sfida. Accettarla o rimpiangerla? Gridare al fallimento della società e del mondo contemporaneo o farsene carico? Non ci sono più gli scrittori di una volta? Sì, non ci sono più, e allora? Che si fa?

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