Novak contro quell’idea di “giustizia sociale” che riduce la libertà personale

Insegnamenti per l’Italia da “Social Justice. Isn’t What You Think It Is” (Encounter Books)
Novak contro quell’idea di “giustizia sociale” che riduce la libertà personale

Michael Novak

Come ha opportunamente scritto il filosofo James V. Schall, S.I.: “Nessun concetto nell’etica e nella filosofia politica necessita di un chiarimento e di un’analisi critica come quello della ‘giustizia sociale’”. E’ questo il tema al quale è dedicato il più recente libro di Michael Novak, scritto insieme a Paul Adams e con il “contributo” di Elizabeth Shaw, intitolato: “Social Justice. Isn’t What You Think It Is” (Encounter Books). Novak è un autore di spicco del cattolicesimo statunitense, noto anche in Italia particolarmente per le opere: “Lo spirito del capitalismo democratico e il cristianesimo” (Studium, 1987); “L’etica cattolica e lo spirito del capitalismo” (Comunità, 1993); “Coltivare la libertà” (Rubbettino, 2005). Uno dei temi cardine di Novak interessa la riflessione sulla nozione di “giustizia sociale”. Egli intende sottrarre tale nozione dalla trappola ideologica e tenta di definirla a partire da quattro criteri: 1. deve essere coerente con la tradizione dell’insegnamento sociale della Chiesa; 2. deve contenere in sé il portato della democrazia e del liberalismo: il principio di rappresentanza e del rule of law; 3. deve reggere alla critica di coloro che la considerano logicamente incoerente (Hayek); 4. deve essere inclusiva e non partigiana, avendo cura che tutti possano contribuire al bene comune: comunità locali, nazioni e comunità internazionali, tanto pubbliche quanto private.

 

Novak considera la giustizia sociale un continuo work in progress e non un assetto sociale, politico ed economico, raggiunto il quale ci si possa considerare soddisfatti per sempre o anche solo per un istante. Di qui, la giustizia sociale assume l’immagine dell’orizzonte: così come ogni orizzonte rinvia a un nuovo orizzonte, ogni obiettivo, sul fronte sociale, solleva nuovi problemi e sollecita la ricerca di nuove soluzioni. In questo contesto problematico, Novak propone un’interpretazione che sia coerente con i princìpi di solidarietà e di sussidiarietà, tipici della dottrina sociale della Chiesa, ma che sappia rispondere anche alle pesanti critiche mosse da Friedrich von Hayek che giunse a definire la giustizia sociale come un “miraggio”. Per Novak, essa esprime piuttosto il deciso rifiuto del sentimento individualistico, sulla scorta di un’antropologia sociale in cui l’attore principale è la “persona”: “soggetto e comunità”, centro ontologico, epistemologico e morale dell’agire sociale. In questo modo, nelle società libere i cittadini sono spinti a usare la propria tendenza all’associazione per esercitare nuove responsabilità e per indirizzarsi verso fini sociali. In tal senso, la giustizia sociale è la particolare forma assunta al giorno d’oggi dall’antica virtus della giustizia e, pertanto, non prevede necessariamente il rafforzamento della presenza statale, quanto, piuttosto, lo sviluppo della società civile – con buona pace di Hayek. Per usare le parole di Luigi Sturzo, un autore caro allo stesso Novak: “Nulla quindi esiste dell’attività umana, che pur essendo originariamente individuale non abbia valore associativo; nulla fra gli uomini può entrare in essere, che non richiami una forma qualsiasi di associazione”.

 

Allo stesso modo, i nemici più pericolosi della “giustizia sociale” appaiono gli stessi denunciati da  Sturzo al rientro in Italia dal suo ventennale esilio (1924-1946) e identificati come le “male bestie della democrazia”: “statalismo, partitocrazia, spreco del denaro pubblico”. In pratica, per “statalismo” intendiamo la falsa credenza che, affidando “allo Stato attività a scopo produttivo, connesse a un vincolismo che soffoca la libertà dell’iniziativa privata”, si possa “riparare a sperequazioni” (Sturzo). Una tale degenerazione del compito dello Stato, negatrice della libertà, favorirebbe la “partitocrazia”, ossia l’ingerenza irresponsabile dei partiti e dei sindacati nelle funzioni del potere legislativo, il che negherebbe l’uguaglianza. Corollario delle due prime “male bestie” è lo “spreco di denaro pubblico” che violerebbe la giustizia.

 

Tanti sarebbero gli esempi: in primo luogo, quello del monopolio statale sull’istruzione, che se da un lato ha prodotto insegnanti sottopagati, demotivati e socialmente mal considerati, dall'altro ha compresso la libertà di scelta delle famiglie, e in specie delle più povere, verso stili educativi coerenti con i propri valori. L’inserimento di linee di competizione, quali ad esempio il buono scuola, rappresenterebbe una “carta di liberazione” per le famiglie più bisognose.

 

In secondo luogo, la creazione di società partecipate, lo strumento per eccellenza con cui i partiti sono riusciti a impossessarsi della leva dell'iniziativa economica, mortificando qualunque prospettiva di imprenditoria sana in nome della ricerca di consenso e di distribuzione di benefit politici. E’ da ricercare qui, e non certo altrove, la fonte di tanta “disuguaglianza” presente nel nostro sistema.

 

Infine, lo “spreco di denaro pubblico”, in quanto corollario della perdita della libertà economica e del quotidiano esercizio della disuguaglianza partitocratica. Un esempio eclatante ai nostri giorni è costituito da quella che avrebbe dovuto essere la pista ciclabile più lunga del Mezzogiorno: 20 chilometri da Bagnoli al centro di Napoli, al costo di circa 700 mila euro. Invece la Procura ha chiesto il rinvio a giudizio di tre dirigenti del Comune di Napoli e del titolare della ditta che ha creato la pista ciclabile perché è pericolosa per i ciclisti, per i pedoni, per gli autisti di mezzi a motore. I pm hanno ipotizzato i reati di omesso collocamento di segnali, di attentato alla sicurezza dei trasporti, falsità ideologica, ma anche di frode in pubbliche forniture e truffa; “ingiustizia” è fatta.

 

Il lavoro di Novak e Adams ci mette in guardia da facili scorciatoie, il più delle volte accompagnate da retorici proclami e pretese autoritarie che poco si addicono ad una società di uomini liberi.

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