Tom Hardy è un fenomeno, non serviva sdoppiarsi per dare un altro sfoggio di bravura

Bethnal Green, di nuovo. Lì si trova la lavanderia dove la futura suffragetta Carey Mulligan suda e respira sostanze tossiche, negli anni dieci del Novecento. Lì, una quarantina di anni dopo, i gemelli Kray danno inizio alla loro fortuna.
Tom Hardy è un fenomeno, non serviva sdoppiarsi per dare un altro sfoggio di bravura

Bethnal Green, di nuovo. Lì si trova la lavanderia dove la futura suffragetta Carey Mulligan suda e respira sostanze tossiche, negli anni dieci del Novecento. Lì, una quarantina di anni dopo, i gemelli Kray danno inizio alla loro fortuna, attrezzando una sala da biliardo e avviando una redditizia – ovviamente illegale – attività di protezione. Siamo nell’East End, in una Londra che sta per diventare swinging: il fascinoso Reggie e lo psicopatico Ronnie diventeranno famosi come i Beatles, Twiggy, Michael Caine.

 

Anche Tom Hardy si dà da fare. A lui tocca il doppio ruolo, per 131 minuti, un po’ lunghi quando la sceneggiatura è tenuta insieme solo dalla voce fuori campo di Frances, moglie di Reggie (l’attrice è Emily Browning, australiana, vista qualche anno fa in “Sleeping Beauty” di Julia Leigh, faceva la Bella Addormentata in un bordello, o Susanna tra i vecchioni). Giovanissima e povera sa tener testa al ricco corteggiatore, poi per lui si rovina la vita. Intanto i fratelli continuano la carriera criminale, la differenza tra i rispettivi caratteri apre un fronte interno, l’attore alterna sbruffonerie da Marlon Brando a insicurezze e nascondimenti. Fino alla scena che in “Legend” (nelle sale da giovedì scorso, diretto da Brian Helgeland che con Curtis Hanson aveva scritto la sceneggiatura di “L. A. Confidential”) tutti aspettano: un furioso combattimento tra il fratello con gli occhiali e il fratello senza occhiali.

 

Che Tom Hardy fosse un grande attore si era capito vedendo “Locke” di Steven Knight, non serviva un altro sfoggio di bravura. Ma il gioco dello sdoppiamento agli attori piace, e piace anche ai registi. Jeremy Irons, prima di finire mestamente la carriera con il film di Giuseppe Tornatore “La corrispondenza”, era stato i gemelli ginecologi Elliot e Beverly Mantle in “Inseparabili” di David Cronenberg. Uno con gli occhiali e l’altro no, anche in questo caso, così possono scambiarsi le amanti finché un’attrice di nome Claire interviene a separarli.

 

Armie Hammer era stato i fratelli canottieri Cameron e Tyler Winklevoss in “The social network” di David Fincher. Non lo avevamo neppure immaginato, vedendo il film: di solito l’attore si sdoppia in un gemello buono e un gemello cattivo, che tra loro litigano. Qui vanno d’amore e d’accordo, in canoa e nella decisione di fare causa a Mark Zuckerberg. Sostengono di aver inventato Facebook, chiedono 600 milioni di dollari per risarcimento, ne ottengono 65.

 

[**Video_box_2**]Con gli effetti speciali di una volta – schermo diviso in due, controfigura che appariva di schiana, con lo stesso abito e la stessa pettinatura – recitavano le doppie parti Bette Davis e Joan Fontaine. La sorella buona e dolce faceva innamorare i giovanotti, o seduceva gli psicoanalisti che non sospettavano l’inganno. La sorella cattiva si fingeva dolce per mettersi di mezzo e rovinare tutto.

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