Contro il gregge dei benpensanti

“Più che ai jihadisti, negli ultimi mesi abbiamo dato la caccia agli intellettuali devianti”. Julliard, Clair, Val e Millet: un fascicolo della Revue des deux mondes sulla “nuova battaglia ideologica” in Europa.
Contro il gregge dei benpensanti

Roma. L’anno passato, quello che in Francia si è aperto con l’attentato alla redazione di Charlie Hebdo (7 gennaio) e alla catena kosher Hypercacher (9 gennaio), e si è chiuso con la strage del Bataclan (13 novembre), è stato caratterizzato più dalla caccia agli “intellettuali devianti” che da quella ai jihadisti. Con l’ironia di Jacques Julliard, storico francese e a lungo direttore del Nouvel Obs, si apre l’ultimo numero del bimestrale Revue des deux mondes, intitolato “I benpensanti. Da Rousseau alla sinistra ‘morale’, la storia del campo del bene”, con foto di un gregge di pecore in copertina. Secondo la direttrice della rivista, Valérie Toranian, si tratta della “nuova battaglia ideologica” dei nostri tempi. Da qui la decisione di mettere assieme alcuni dei più importanti pensatori francesi contemporanei per discuterne: da Julliard stesso a Jean Clair, da Richard Millet a Philippe Val, senza negare spazio a confutazioni ragionate come quella di Laurent Joffrin, direttore di Libération, che nel suo intervento denuncia il “campo reazionario che avanza mascherato, dietro l’immagine posticcia dell’intellettuale indipendente, martirizzato da un odioso complotto contro ogni riflessione libera”.      

 

Sostiene Julliard che invece il mantra del politicamente corretto, soprattutto a sinistra, ha attecchito eccome. La gauche avrebbe dovuto tenere la barra dritta sull’educazione repubblicana, eredità dei princìpi di Condorcet e correttivo fondamentale della “volontà generale”; invece si è fatta fuorviare da un continuo inseguimento dell’egualitarismo. Costi quel che costi. Questo è il nuovo “tradimento” della sinistra, e non il fatto di essere scesa a patti con il mercato: “La scuola è stata vittima dei pedagoghi, certo, ma anche dei sociologi che hanno voluto creare una scuola il meno normativa possibile. (…) E’ il primato della discussione sugli indirizzi magistrali, è l’eguaglianza tra il sapere e l’ignoranza. Il risultato lo si è visto nel gennaio 2015, quando fu detto agli allievi che era abominevole assassinare dei giornalisti, e alcuni fra loro risposero: ‘Per nulla, papà e mamma mi hanno detto che è un complotto degli americani o dei razzisti’. A forza di rendere la scuola un foro e non più un luogo d’educazione, al centro non c’è più il sapere ma la chiacchiera, l’opinione, questa forma inferiore di conoscenza che già denunciava Platone”. Allo stesso tempo “alla filosofia del progresso che era quella del XIX secolo si è sostituita la filosofia del volontarismo individuale; la decostruzione di ogni identità individuale a vantaggio della libertà pura. Al punto che, in ogni momento, io non sono altro che quello che ho deciso di essere: mi preferisco europeo o no, mi dico uomo, donna o niente di tutto ciò. Una sorta di volontarismo che gli antichi greci avrebbero definito hybris. Ecco il fondamento filosofico della gauche morale”. Il nutrimento della cattiva coscienza dell’occidente su cristianesimo e colonialismo ha fatto il resto, stravolgendo anche la teoria dei diritti umani, portandola dritta dentro “una contraddizione fondamentale: tutte le persone che prendono le difese dell’islam come un tutto unico, cristallizzano gli individui che statisticamente appartengono a quella comunità nel loro ‘essere islamici’”. Prima che individui umani.

 

Per lo storico dell’arte Jean Clair, il dominio benpensante ha esordito proprio in campo artistico. Significativa la ricostruzione dell’ostracismo che gli fu riservato, una ventina d’anni fa, per il solo fatto di aver valorizzato e attualizzato il significato del tricolore francese. “Nazista” e “reazionario” furono alcuni degli epiteti che ricevette. Un fuoco di fila simile a quello che ha investito più recentemente Richard Millet, autore nel 2012 di “Elogio letterario di Anders Breivik”: “Come ogni sistema totalitario – racconta l’autore che per quella campagna perse anche il suo posto nelle prestigiose edizioni Gallimard – fu un attacco soft, quello messo in atto dal ‘campo del bene’. Funziona sempre attraverso l’intimidazione e la propaganda. Denunciare ciò sarà un compito dalla durata infinita”. Considerato pure che il conflitto con pol. corr. e relativismo culturale, secondo lo scrittore svizzero Robert Kopp, affonda le proprie radici nel XVIII secolo di Jean-Jacques Rousseau. 

 

[**Video_box_2**]Il filosofo ginevrino, scrive Kopp, “ci chiede di amare gli uomini per quello che sono e non per quello che fanno”: “La dottrina dell’uomo naturale è il fondamento della politica e della pedagogia di Rousseau. Essa è all’origine del pedagogismo odierno. E della politica del politicamente corretto, in base alla quale si preferiscono le eccezioni alla regola, le minoranze alla maggioranza, l’orizzontalità alla verticalità”. Da cui discende la “cultura dell’eufemismo” per cui un uomo non può essere definito “ubriaco” ma solo “cultore di una sobrietà differente”.

 

Infine Philippe Val, storico direttore di Charlie Hebdo, ricorda gli svarioni dell’intellighenzia progressista che per ragioni diverse (marxiste o anticolonialiste) incensò la rivoluzione islamista di Khomeini in Iran nel 1979 e passò sotto silenzio gli eccidi del Fronte islamico di salvezza algerino negli anni 90. Fino a oggi, con la creazione tutta mediatica di “un islam degli oppressi (in realtà l’islam della ricchissima Arabia Saudita)”. Così, dopo “ogni nuovo attentato islamista, constatiamo con stupore che il discorso ‘comprensivo’ di una parte della gauche morale continua a ripetere le sue tesi insostenibili: in fondo, è sempre colpa degli stati di diritto, è una rivolta degli umiliati, siamo noi a fabbricare la barbarie che ci distrugge, è il risultato della colonizzazione, eccetera. Disprezzando ogni minimo appiglio alla realtà”.

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