E Longanesi creò Montanelli

Ecco come s’incontrarono nella redazione di “Omnibus”. Indro e Leo, Leo e Indro, allievo e maestro, uno spettacolo d’affinità e contrasti. Era il 1937. Il libro di Salvatore Merlo, da oggi in libreria.
E Longanesi creò Montanelli

“Spii? sei una spia?”, lo aggredì Longanesi brandendo un paio di forbici. E Indro, caratteraccio toscano, alludendo alla bassa statura del direttore di “Omnibus”: “Non arrivo a piegarmi, i buchi delle

Anticipiamo un estratto di “Fummo giovani soltanto allora”, “la vita spericolata del giovane Montanelli”, di Salvatore Merlo, da oggi in libreria per Mondadori. Dall’esperienza coloniale (come volontario) in Africa Orientale alle corrispondenze di guerra per il Corriere della Sera, dalle amicizie non prive di scintille e contrasti, con Dino Buzzati, Curzio Malaparte, Galeazzo Ciano, ma soprattutto Leo Longanesi (raccontato in questo stralcio), fino al progressivo e tormentato distacco da Mussolini e dal regime, “Fummo giovani soltanto allora” ripercorre i tanti e avventurosi episodi che hanno costellato la giovinezza di Montanelli. Così immersa nell’atmosfera culturale e politica della sua epoca da tramutarsi nell’affresco di un’intera generazione.

 

 


 

La redazione di via del Sudario 28, a Roma, era piccolissima, composta di due stanzette, e condivisa con un’altra testata che si chiamava “Film”, anche questa stampata, al massimo risparmio, da Angelo Rizzoli, uomo di geniale grettezza che di sé amava dire “sono un somaro, ma un somaro che ha fatto la più forte casa editrice italiana, la più bella cartiera, la più bella casa di produzione cinematografica, il più bel complesso alberghiero”.

 

A un tavolo collocato nel fondo della seconda stanza, quella del direttore, e ingombro di grandi fogli dispiegati, il pavimento tappezzato di volantini pubblicitari con la scritta “Omnibus” gettati alla rinfusa, stava un uomo di bassa statura, in piedi come un generale davanti alle carte della zona d’operazioni. Leo Longanesi, sicuro del fatto suo, meticoloso, stava dando brevi istruzioni ai suoi aiutanti sbarbatelli, che si chiamavano Mario Pannunzio e Arrigo Benedetti, due biondini del giornalismo, magri e precari, che avrebbero poi fondato l’uno “L’Europeo” e l’altro “l’Espresso”, niente meno. La radio suonava a tutto volume, e Longanesi, rivolgendosi ai due ragazzini come un chirurgo agli assistenti, sembrava assorto nell’esame dei suoi fogli. Ma quando sentì aprire la porta, appoggiò i palmi delle mani sul piano del tavolo e alzò il capo. Gli apparve così, alla distanza del suo metro e cinquanta d’altezza, uno spilungone magro magro e dal naso sfrontato, l’aria forse troppo sicura, affettata, di chi in realtà si sente impacciato.
Fu così che i loro sguardi s’incontrarono per la prima volta.

 

Reduce dall’Africa e in cerca di un lavoro, Indro badava a decifrare quel viso ossuto e leggermente allungato di Longanesi, la precoce stempiatura di trentenne, l’arco sopraccigliare prominente, e poi quegli occhi azzurri e ostili che adesso gli stavano improvvisamente piantati addosso come punte di spillo.

 

Longanesi era già famoso, e Montanelli lo ammirava da tempo. Ma poiché si sentiva a disagio, questo ragazzetto toscano dal sangue a fior di pelle, pulsante di ingenui e innocenti impeti giovanili, sbagliò accento: “So che il vostro articolo su Leone Blum ha strappato una bestemmia al Duce”, gli disse, forse per darsi un tono, per vincere la timidezza, per forzare quell’aria di sospensivo imbarazzo che lo avvolgeva da intruso nella tana del mostro.
E non fu una buona idea.

 

Mussolini si era davvero infuriato per una foto pubblicata sul primo numero di “Omnibus”, e che sembrava celebrare il leader socialista francese. Longanesi, che pure era protetto da Italo Balbo, suo grande amico e numero due del regime, aveva appena sentito sbattere contro il suo petto l’onda viva e sempre pericolosa dell’irritazione di Mussolini. Forse non c’erano parole e accenti più sbagliati di quelli scelti da Indro, a modo suo, per rompere il ghiaccio.

 

“Spii? sei una spia?”, lo aggredì infatti Longanesi brandendo un paio di forbici.

 

E Indro, caratteraccio toscano, alludendo alla bassa statura del direttore di “Omnibus”: “Non arrivo a piegarmi, i buchi delle serrature sono troppo all’ingiù. E lei?”. Poteva finire malissimo. Ma avvenne un miracolo.

 

Improvvisamente, come un sole che sfondi la più nera delle nuvole, il sorriso ruppe da quel viso contratto dall’ira, e un’espressione dolce, amichevole, andò sorprendentemente a posarsi su quella bocca che aveva gridato. Gli occhi penetranti e febbrili di Longanesi acquistarono una sorta di gaiezza un po’ cinica. Gli piacevano gli uomini dalla battuta pronta, e l’ostilità si tramutò in empatia.
“Lascia perdere, dammi del tu. Sei Montanelli, vero?”.

 

Al che Indro fece segnò di sì con la testa, con un interrogativo negli occhi e un’ombra di stupore, mentre l’altro, il bassetto, gli lanciava ancora un paio di occhiatine rapide, come per scrutarlo, soppesarlo, valutare in che modo quel perticone toscano di cui gli avevano annunciato la visita potesse tornargli utile.

 

Si impara a pensare grazie ai libri, ma si impara a vivere grazie all’esempio di altri uomini, e Longanesi, se non fu il Raffaello che dipinse Montanelli, se non fu l’autore della sceneggiatura della sua vita, fu di certo il padrino della sua libertà, l’ispiratore di un’indole che il ragazzo doveva già possedere, per retaggio e educazione, ma che forse aveva necessità di liberare. Fu “l’uomo più importante della mia vita” ricordò Montanelli nel giorno in cui l’amico morì anzitempo nel 1957, “quello che più ho amato e odiato, il solo maestro che mi riconosca anche nelle giravolte più rischiose e nei più azzardati zig-zag”.

 

Longanesi esprimeva il carisma del misantropo, con la battuta giusta al posto giusto, il riserbo ironico, la cattiveria diverten-te, sapeva accendere i dettagli per cogliere la sostanza delle cose: l’inventario delle vanità di quell’italia fascista che stava per consegnarsi con baldanza alla tragedia della storia. Longanesi rispondeva agli stimoli e alle sensazioni non con un movimento o un’azione fisica, ma mettendo in moto una burlesca macchina mentale, un fenomenale apparato d’invenzioni linguistiche, pensieri brevi che contenevano il pensiero lungo, motti fulminanti e stordenti, epigrammi lucenti e veloci come colpi di spada, nei quali annegava la sua epoca irrisolta con il coraggio dell’ironia.

 

E con le parole trafiggeva, senza lasciare scampo, consegnando ciascuna cosa al suo destino: godeva dei suoi epigrammi come elementi spiccioli di quell’ironico disprezzo per gli altri in cui stava chiuso come in una corazza, con quell’aguzzare una definizione fino al paradosso, quel grattare le idee sino a vederne la corda. Era un genio concentrato che esplodeva nella battuta. “Non bisogna poggiarsi ai principi, perché poi si piegano”, diceva.

 

E Indro lavorando a “Omnibus”, in quel settimanale da cui a stento riceveva un magro stipendio, intravvide certe verità del suo paese e del regime che lo governava, ma per improvvisa rivelazione interna, un poco come a quindici anni un ragazzo in- tuisce il corpo della donna. “Omnibus”, dove Longanesi era padre e patrono, un po’ teneramente, un po’ dispettosamente, tutto impeti e scatti fulminei, gli fu sartoria della vita. La scanzonatura di Leo divenne a poco a poco anche il suo clima morale, laddove la critica salace, il cauto frondismo, era esercizio di libertà spirituale. C’era come la tacita sicurezza che le sventure d’Italia nascessero tutte dal conformismo. La pasquinata fu, in quegli anni, una critica, uno sfogo e una soddisfazione insieme. La frase spiritosa che bollava il gerarca ignorante o ladro, o criticava il decreto assurdo, pareva poi rendere meno insopportabile lo stato di cose che l’aveva fatta nascere. Cos’è lo stato totalitario? “E’ uno stato dove tutto ciò che non è proibito è obbligatorio”.

 

Una mattina Longanesi entrò in redazione, e ancora prima di togliersi il cappotto dichiarò che bisognava preparare qualcosaper l’anniversario dell’impero. Fece cenno a Indro di seguirlo: non ammetteva che una risposta. Lui lo seguì senza aprire bocca.
“Tu che sei stato in Africa, che cosa faresti per l’anniversario dell’impero, eh?”.

 

Ma dato che Indro tergiversava, Longanesi tagliò corto: “E allora, pronti. Voglio qui sul tavolo tutti i dispacci della Reuter, della Associated Press e della Stefani”.

 

Le piccole rughe sulla fronte rivelavano che Leo aveva ricominciato a rimuginare. E in meno di mezz’ora la scrivania già gli traboccava di fogli di carta. Armato di forbici e colla, leggeva dispacci e ritagli di giornale, alcuni li cestinava, altri li metteva da parte. Zac, zac, zac. Poi cominciò a fissare con la colla, su un ampio foglio di carta, quei ritagli. Agli occhi degli osservatori, quel modo frenetico di muoversi, di accatastare articoli di giornale senza ordine apparente doveva apparire come una danza nervosa e pasticciata. Ma, completato il collage, Longanesi invitò Indro a leggere.

 

Il risultato era sorprendente, sensato, martellante: una serie di notizie in ordine cronologico che annunciavano gravi sconfitte italiane in Etiopia, proclamando imminente la vittoria del Negus. Tuttavia, proseguendo nella lettura dei dispacci e dei titoli, man mano i nomi delle località diventavano sempre più prossime alla capitale, il tono delle parole si faceva sempre più cadenzato e vittorioso. Fino all’ultimo dispaccio della Stefani, laconico: “Le truppe italiane entrano ad Adis Abeba”.

 

“Ci mancano due cose, o Indro. Scrivi tu il finale”
“E il titolo?”
“Il titolo? Pronti: Romanzo di un anno”.

 

E poiché era spiritoso, poiché amava lo sberleffo, Longanesi, con recitata circospezione, alludendo alla fotografia d’un vecchio ed emaciato bracciante che se ne stava a rinsecchire sotto un marziale manifesto del Duce e la scritta stentorea viva l’Italia, aggiunse, sghignazzando: “… E questa gliela piazziamo in terza”.

 

Il dissenso veniva camuffato dietro le delicate sfumature dell’umorismo, della sottile fronda, così come l’acqua fresca e scintillante copre il fango di uno stagno. Su “Omnibus” era possibile leggere fra le righe di studi e articoli, trovati ortodossi dall’occhiuta censura, idee proibite, tentativi di far sapere qualche cosa, di ribellarsi magari solo con una battuta, con una parola. Giornali come “Omnibus” servivano a contrabbandare sotto una bandiera ortodossa pensieri, atteggiamenti, critiche letterarie e artistiche ribelli. Ed era il codice degli uomini che violano i codici, e si riconoscono nella letteratura dello sberleffo. Non era opposizione al regime, non era antifascismo militante, e certo critici e antipatizzanti possono aver avuto ragione nel sostenere che quel bisbigliato antifascismo fosse tolleratissimo perché in comprensibilissimo. Ma il codice di Longanesi era la grammatica di chi stava dentro l’Italia fascista con la libertà dell’intelligenza, e divenne sempre di più e per sempre anche il codice di Indro.

 

Con una capacità di precisione, di concentrazione, Leo si era incaricato di cagliare, di mettere fuori tante idee che distribuiva a ciascuno dei suoi amici e collaboratori, e con un coraggio e un entusiasmo, talvolta brutale, che in quegli anni Montanelli si sentiva trasfondere: “Non fu, come sempre si è detto, un talent scout, uno scopritore di talenti… Fu un evocatore, un inventore di talenti: riuscì a darne persino a chi ne aveva tanto poco da non accorgersi nemmeno di averne bisogno”, ricordava Montanelli. Longanesi era un ingegnere del giornalismo, costruiva carriere, inventava personaggi, caratterizzava i suoi abili collaboratori, distribuiva scintille d’intelligenza di cui poi ciascuno degli scrittori, dei giornalisti, degli intellettuali che lo circondavano si appropriava, anche Indro, facendole sue: “Quest’uomo che dopo due ore di conversazione ci rimandava a casa collo spunto per un paio di romanzi, una mezza dozzina di commedie e una decina d’articoli, e che ha fatto scrivere tanta gente, di suo ha scritto poco”.

 

Su “Omnibus” scrivevano Mario Praz e Alberto Savinio, Renato Barilli e Corrado Alvaro, Mario Soldati e Alberto Moravia. Arrigo Benedetti faceva critica letteraria, Mario Pannunzio scriveva di cinema, Indro faceva di tutto, come apprendista. E a ri-spondere al telefono, a portare messaggi, forse persino il caffè, era invece un giovane e timido fattorino di nome Ennio Flaiano. Si aggiunse presto anche Vitaliano Brancati, che Longanesi trasformò nel “gogolino di Catania”, e poi una giovane don-na, miope come una talpa ma dai modi flessuosi, Mariù Rossi, che Indro aveva conosciuto qualche anno prima al lido di Vene-zia, quando era fidanzata del suo amico Carlo Roddolo. Quella donna intelligente, Mariù, era un’osservatrice spietata, spiritosamente inesorabile, e per lei tutto era straordinariamente ricco di significato. Così Longanesi, che di ciascuno sapeva esaltare il talento naturale, la ribattezzò Irene Brin e attraverso di lei inventò in italia il giornalismo di costume. Fu la prima Camilla Cederna, la prima Natalia Aspesi d’Italia. “Lei ha la stoffa per insegnare lo snobismo agli italiani” le disse. “Lo faccia”.

 

I rapporti tra Indro e Leo si erano mantenuti su un piano di complicità, fin dal primo giorno, indipendentemente dalla loro volontà, per forza di cose. Era un gioco che aveva le sue regole, i suoi segnali, i suoi riti consacrati. Si divertivano con pettegolez-zi, si rimandavano le citazioni, si sfottevano benevolmente a vicenda. Cenavano da “Nino”, in via della Vite. Con Indro, ribelle, inquieto e ardente, che raccontava della sua esperienza in Africa, di come aveva creduto fino a quel momento che fosse facile sfidare il destino, che si lamentava del colonialismo all’italiana, improvvisato, sfessato e strozzato dalla burocrazia. E Longanesi, di tre anni più vecchio di lui, piccolo “nano di strapaese”, e tuttavia di grande carisma, che gli teneva dietro con lo sguardo di- vertito ai racconti della vanagloria dei gerarchetti in Etiopia, del loro portamento impettito e profumato, dei capelli brillantinati, l’esercito delle mezze calzette soddisfatte, degli spregiudicati intraprendenti.

 

[**Video_box_2**]Ma Longanesi, poi, seriamente, lui che amava la satira a scuoiapelle, aggiungeva che il fascismo, pur con tutta la sua ridicolaggine, era pur sempre lo stato e il sistema entro cui loro si dovevano muovere. Ed entrambi guardavano al regime con sentimenti ambivalenti: con simpatia perché aveva inaugurato, per alcuni, una presa di coscienza nazionale e un certo dinamismo economico e politico, ma anche con tanta sarcastica diffidenza per il malvezzo delle definizioni al posto dei concetti e delle conoscenze, per quella sorta di cristologia mussoliniana che procedeva salmodiando slogan e imbevendo di faziosità e supersemplificazioni le teste che pretendeva di liberare dai pregiudizi capitalistico-borghesi.

 

Il fascismo non andava combattuto, sosteneva Longanesi, ma corretto dall’interno. “Noi siamo contro, ma stiamo dentro”, diceva con quel tono d’intelligenza silenziosa, fiammeggiante e segreta. “Ci stiamo dentro per migliorarlo”, aggiungeva.
“E non credere che sia cosa facile: io sono stato cacciato come deviazionista dall’“Assalto” di Bologna, sono il direttore dei giornali più soppressi d’Italia”.

 

Indro e Leo, Leo e Indro, insieme, allievo e maestro, in quella loro affinità e contrasto potevano essere uno spettacolo con il loro schiudersi in risatine enigmatiche, bonarietà ironiche e allusioni taglienti. Dicevano magari il dritto per il rovescio, alludevano, e potevano scegliere fra il non dire (per manifestare) e lo spararla grossa (per nascondere), ma andavano a segno. Apprezzavano le idee per quel tanto di esplosività dialettica che racchiudevano in potenza. Erano due pezzi unici e tuttavia simili di quella nuova umanità cresciuta tra le guerre.

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Commenti all'articolo

  • fabriziocelliforli

    27 Dicembre 2016 - 21:09

    Qui, lo si creda o no, risiede il nucleo di quell'anti-intellighenzia (la c.d.cultura di sinistra o non è cultura) che non si riuscì ad opporre all'intellighenzia. Dopo questo qui sopra non vedo come si possa attribuire in toto la cultura alla sinistra e tutto il resto niente. Caso mai andrebbe ribaltata la vulgata. O no?!

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