La ricchezza infinita di avere un figlio down in un mondo dominato dall’illusione che la vita debba essere senza intoppi

Storia di Michele Ceriani, che il 13 marzo compirà un anno, uno splendido bambino down. Io e mio marito siamo sposati da quasi 12 anni e abbiamo quattro figli che hanno benedetto la nostra unione. Non sapevamo che Michele fosse un bimbo down, non abbiamo fatto per scelta nessuna indagine prenatale, certi del fatto che in ogni caso la vita, in quanto dono, va preservata!
La ricchezza infinita di avere un figlio down in un mondo dominato dall’illusione che la vita debba essere senza intoppi

Un dipinto fiammingo del XVI secolo esposto in questi giorni al Met di New York. Si vedono un angioletto e un pastorello affetti dalla sindrome di Down

Al direttore - Dopo aver letto online l’articolo di Giulio Meotti e dopo essermi sentita mamma di un esemplare raro, oggettivamente spiazzata da quei dati agghiaccianti, ho pensato di scrivere per raccontare la nostra storia: la storia di Michele Ceriani, che il 13 marzo compirà un anno, uno splendido bambino down. Io e mio marito siamo sposati da quasi 12 anni e abbiamo quattro figli che hanno benedetto la nostra unione. Non sapevamo che Michele fosse un bimbo down, non abbiamo fatto per scelta nessuna indagine prenatale, certi del fatto che in ogni caso la vita, in quanto dono, va preservata! Non posso certo dilungarmi a raccontare la ricchezza di fatti straordinari e incredibili che la vita di Michele ha portato alla nostra, cercherò di raccontare brevemente quanta bellezza stiamo sperimentando. Innanzitutto è chiaro che la realtà può essere, anzi è molto più grande di quello che i nostri miseri occhi sanno vedere. Quando vedo quanta ricchezza questo figlio ha portato non voglio certo dire che sono felice che Michele sia così, voglio dire che se fosse stato normale per me andava meglio. E’ indubbiamente una vita più complicata e impegnata, ma la ricchezza è infinita.

 

I doni che Michele ci ha fatto sono diversi. Innanzitutto penso all’infinita trama di rapporti con amici vecchi e nuovi che ci hanno sostenuto fin dai primi momenti in sala parto, dove la realtà ci ha travolto come un fiume in piena, e in certi momenti è stata terribilmente dura. In tutta questa storia noi non siamo mai stati soli, questo per me è il miracolo più grande che Michele ha portato. Ci sono state donate delle persone straordinarie, è sempre stato chiaro come non fossimo soli ad amare nostro figlio. Penso a quante persone abbiamo incontrato che ora fanno parte della nostra vita, anzi della nostra famiglia. Francy, Marco, China e Giulia sono gli infermieri della terapia intensiva del San Gerardo di Monza dove Michele è stato ricoverato per un mese (con una pausa di circa 10 giorni, in cui è stato trasferito in Mangiagalli per un intervento chirurgico all’intestino) loro per primi mi hanno insegnato ad amare mio figlio, vogliono bene a Michele e a tutti noi in maniera sorprendente.

 

Inoltre Michele ha permesso a me e mio marito Giovanni di guardare ai nostri figli in modo nuovo, ci ha insegnato la gratitudine, ci ha insegnato a pregare e ci ha permesso di riscoprire la bellezza dell’affidarsi. Ogni tanto mi son sentita dire “questo figlio è stato dato a voi, perché siete una famiglia speciale…”, ecco io non so dire se siamo speciali, però sono certa che Michele non poteva che essere per noi! Era previsto per noi, Dio lo ha voluto così per noi, e noi riusciamo solo a dire grazie! Michele ci insegna ogni giorno che l’amore non conosce limiti, abbiamo imparato a godere di ogni piccola cosa, ogni suo passo avanti è una festa, lui ci dona la possibilità di apprezzare ogni cosa con più profondità e infinita gratitudine.

 

[**Video_box_2**]Ogni volta che mi è stato chiesto “ma l’amniocentesi?”, e ogni volta che mi sono sentita dire “come è possibile che non lo sapevate, nel 2015”, fino a chi ha avuto il coraggio di pronunciare la fatidica parola “aborto”… per me è stata una pugnalata, mi sono sempre un sacco arrabbiata, davanti a chi piuttosto che guardare una realtà, se vogliamo imperfetta, ma straordinariamente bella, giustifica anche il fatto di uccidere il proprio figlio prima che nasca in nome di una presunta vita perfetta e senza intoppi.

 

Sono sincera, ero molto spaventata, confusa, in qualche momento (non me ne vergogno) ho irrazionalmente pensato che se il buon Dio se lo riprendeva sarebbe stato meglio per tutti. Poi ho incontrato gli infermieri, ho visto come lo guardavano, come se ne prendevano cura, come gli hanno voluto bene senza condizioni. Io ho imparato da loro, bastava stare a quello che ogni giorno ci veniva donato. Per questo io ora sto attaccata a loro con le unghie e con i denti. Alla fine nella vita il problema di tutti è sentirsi voluti e amati e dentro questo essere voluti sta la nostra felicità. Anche il mio Michele può essere felice perché è voluto, e solo Dio sa quanto io e Giò lo abbiamo desiderato!

 

Continuiamo a raccontare questa storia, è la missione di Michele!

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi