Perché l’assalto gutturale a Panebianco è solo un esempio delle radiose giornate dell’hate speech che ci minacciano

Il caso di Bologna è solo un caso, forse nemmeno il peggiore, nella sua arroganza fisica. Peggiore è il meccanismo che vuole obbligare a pensare solo quello che qualcun altro pensa
Perché l’assalto gutturale a Panebianco è solo un esempio delle radiose giornate dell’hate speech che ci minacciano

Angelo Panebianco

Così parlò il Cua, il collettivo bolognese che vuole togliere il diritto di parola ad Angelo Panebianco appellandosi, testuale, all’Elogio di Franti: “Se l’università viene gradualmente ridotta ad amplificatore del monologo del potere, che negli ultimi mesi si traduce nell’inquietante propaganda guerresca, noi non possiamo stare a guardare”. Non si può stare a guardare, no, quelli che “approfittano dell’asimmetria di potere conferita dalla cattedra”. Ma non c’è più Eco a decifrare i linguaggi gutturali del gruppettarismo fuoricorso. “Lei in questo palazzo non può parlare perché lei è un guerrafondaio”. Ieri le radiose giornate bolognesi dell’hate speech sono proseguite, a interrompere Panebianco sono arrivati quelli del collettivo Hobo.

 

Il segreto degli agitatori illiberali è far diventare qualsiasi opinione difforme dalla propria un caso di hate speech. E’ questa la vera, unica, dittatura culturale: il rendere indicibile, e dunque impensabile a tutti, una cosa. Una cosa qualsiasi. Orwell teorizzava che bastasse toglierla dal linguaggio. “Non può parlare perché è guerrafondaio”. La guerra è fuori dall’uscio, come la peste di Don Ferrante, ma basta vietare di nominarla. Gli energumeni di Hobo, con la loro inemendabile penuria lessicale, non sono orwelliani. Non parlano la neolingua, e nemmeno la paleolingua dei totalitarismi novecenteschi, ma l’hanno orecchiata. Parlano uno squadrismo manesco, da diritto allo studio, io ho la forza bruta per metterti a tacere. Sul sito di Hobo, che sarebbe un “laboratorio dei saperi comuni”, si leggono head come: “Loro impaurirsi e punire, noi blocchiamo tutto!”. Una lingua di legno così rudimentale che ci si aspetta solo di sentire un sovietico dire: “Io ti spiezzo in due”. Siccome per principio non frequentano le idee degli altri, di solito conoscono solo le proprie. Eugenio Cau ha riferito sul Foglio di uno studio della rivista scientifica Proceedings of the National Academy of Sciences, “La diffusione della disinformazione su internet”, in cui si documenta tra l’altro che su internet le persone si muovono entro circoli ristretti di sodali che la pensano come loro, rafforzano gli uni le opinioni degli altri e rendono difficile cambiare idea. Poi può anche non essere internet, può essere il centro sociale sotto casa o il circolo di briscola. E’ la congrega dei congiurati, tanto cara a Eco, o l’appartenenza alla stessa koinè di pregiudizi a fare la differenza.

 

[**Video_box_2**]Ma il caso di Bologna è solo un caso, forse nemmeno il peggiore, nella sua arroganza fisica. Peggiore è il meccanismo che vuole obbligare a pensare solo quello che qualcun altro pensa. Imporre una rappresentazione del mondo senza crepe, senza dubbi. Senza laicità. E la più a buon mercato è quella che grida di più, che “detta l’agenda”, come dicevano i vecchi studi di comunicazione apocalittici, ormai superati per difetto dagli eventi. La tagliola su quel che si può dire non riguarda solo la libertà accademica del professor Panebianco. Minacciata è la libertà delle sentinelle di tacere in piedi, aggredita con chiassosa violenza da chi le accusa di omofobia. Minacciosa è la licenza che un Di Maio si prende per dire “a Renzi manca solo la riforma della giustizia con Totò Riina”, perché non condivide le sue scelte. La radice della propaganda è l’Emilio di Rousseau: “Non v’è soggezione tanto perfetta quanto quella che conserva tutte le apparenze della libertà: la sua stessa volontà viene così a essere nelle vostre mani. Indubbiamente [Emilio] non deve fare se non ciò che vuole, ma non deve volere se non ciò che voi volete”.

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