Galeotto fu il #petaloso

Le parole gommose sono le maniglie dell’amore. Nel mondo delle maestre di Sanremo che materne offrono ascolto ai teenager pansessuali, è condecente che una maestra Margherita s’invaghisca di brutto del suo bambino Matteo (uh…) per quel suo nuovo linguistico ritrovato per cui un fiore coi petali sarà d’ora in poi “petaloso”.
Galeotto fu il #petaloso

Le parole gommose sono le maniglie dell’amore. Nel mondo delle maestre di Sanremo che materne offrono ascolto ai teenager pansessuali, è condecente che una maestra Margherita (uh, il destino dei nomi che s’intrecciano) s’invaghisca di brutto del suo bambino Matteo (uh…) per quel suo nuovo linguistico ritrovato (da “trobar”, poetare) per cui un fiore coi petali sarà d’ora in poi “petaloso”. E ne scriva, la petalosa Margherita, all’Accademia della Crusca. La quale in busta bianca risponde, e approva. Spiega che la parola è “chiara e bella” e ben formata, “pelo+oso, per esempio, dà origine a peloso (pieno di pelo)”. Così come se esodi sei esodato, se embeddi sei embeddato. “Per me vale come mille lezioni di italiano. Grazie al mio piccolo inventore Matteo”, è il voto della maestra. Ed è inevitabile che il trovamento del petaloso (#petaloso) sia divenuto nello spazio di un mattino il tema dei temi sui social e sulla stampa online. Che ci si siano buttati tutti, anche (oddio) Stefania Giannini: “Bravo Matteo, brava la maestra che lo ha sostenuto. La scuola fa questo: incoraggia. #petaloso”. (Che fa la scuola? Incoraggia). Che Matteo l’altro, Renzi, non si sia tenuto dal surfare l’onda, “grazie al piccolo Matteo, grazie @AccademiaCrusca una storia bella, una parola nuova #petaloso”. Il che è bellissimo, le parole infantili rischiarano il mondo e lo riempiono di affetti. Non sempre sono dei bambini, c’è sempre un debito da pagare. Lucy: “Mi piace la tua faccia, Charlie Brown. E così… FACCIOSA!”. Perché la dolce consistenza delle parole che inseguiamo, o speriamo che qualcuno inventi, è la ricompensa di tutti gli spigoli che non sappiamo schivare.

 

#diffondiamolaparolapetaloso. Che ne penserà, dell’hashtag, la Crusca? Tranquilli, l’ha rubricato già nel 2010, arrendendosi con sovoir-faire all’impossibilità di italianizzarlo con cancelletto-marcatore (21 caratteri, troppi). Ma la Crusca non impolvera pergamene, ha un sito internet up to date e un account Twitter attivissimo, al limite del compulsivo. La Crusca che lancia l’allarme “per la possibile morte del fiorentino” e per l’uso di spending review e jobs act, “non si poteva dire più semplicemente revisione della spesa o legge sul lavoro?”. Ma che dolcemente s’arrende alle parole gommose, che magari si poteva dire “con tanti petali” (#contantipetali). Ma l’infantilismo è cifra della conoscenza, una stepchild adoption lessicale.

 

[**Video_box_2**]Nel 2016 Zurigo dedicherà 165 giorni di festa ai cento anni di Dada, con soirée quotidiane al Cabaret Voltaire. Il Kunsthaus esporrà 200 opere inviate a Tristan Tzara da artisti di tutta Europa. Una gita un po’ oltre Chiasso è più istruttiva di cento Leopolde. Ancora si discute se il nome derivi dalla voce onomatopeica “dada”, trovata (inventata?) da Tzara in un dizionario francese, oppure no. Ma Dada era ribelle alla cultura e all’estetica tradizionali, era un ironico gioco con il mondo e il mappamondo, contro la guerra (la Grande, allora), in compagnia (ai tavolini) persino di Lenin. Chissà se la scoperta che il mondo di oggi è invece petaloso sia uno scherzo postumo di Umbero Eco (@SBartezzaghi: “Con il conio di #petaloso appare l’autore dell’Aggettivo della Rosa. L’Universo è in equilibrio”).  O se, meglio della Crusca, #petaloso rottamerà un popolo di poeti.

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