Moglie, madre, pittrice geniale

Chiacchierata con Rose Wylie, l’artista che alla soglia degli ottant’anni ha spiazzato il mondo giovanicentrico dell’arte divenendo una delle pittrici più richieste a livello internazionale.
Moglie, madre, pittrice geniale

Rose Wylie, “Henry P.O.W.”, 2013, olio su tela, 203 x 165 cm. Courtesy the artist and UNION Gallery, London

Molti sono i mariti che hanno teorizzato le porte da sfondare, altrettante le mogli che le hanno sfondate. Pittrici armate di una disarmante leggerezza, lontane da ogni malinconia e da quell’efferato bisogno di significazione che spesso ha oberato l’opera dei loro amati.

 

Londra dopo la guerra. I moli dell’East End ancora portano i segni delle bombe lanciate dalla Luftwaffe, ma la vita ha ripreso il comando e nuvole di ostetriche pedalano a perdifiato lungo i filari di case popolari. Con il film “Carrie” Laurence Olivier e Jennifer Jones riempiono di lacrime le sale cinematografiche, a Buckingham Palace Giorgio VI agonizza balbettando a Elisabetta gli ultimi consigli per essere una grande regina, nel suo scalcinato atelier un pallido giovinetto di Tottenham dichiara guerra agli artisti di Montmartre. Si chiama Roy Oxlade e pensa che l’arte debba smettere di essere “arty” per cominciare a essere “funny”; in altre parole, Roy ordina agli artisti inglesi di abbandonare la finezza e la buona fattura, l’arte “come quella dei francesi”, per diventare totalmente britannici e selvatici. E’ di questo giovane che la ventenne Rose Wylie s’innamora, a ventun’anni già porta in grembo il primogenito. Entrambi studenti di pittura, si sono conosciuti al Goldsmith College: sono i più spettinati del corso. Iniziano i Sessanta, gli Stones cantano: “Listen everybody, especially you girls, is it right to be left alone while the one you love is never home?”. Wylie pensa che sì, sia giusto essere lasciata a casa dal proprio sposo, giustissimo se la posta in palio è uno stipendio delle belle arti con cui mantenere dignitosamente la famiglia. Così, per più di quarant’anni, Rose rimane a casa, un cottage nella campagna del Kent, lasciando al marito la possibilità di dipingere, esporre le proprie opere, insegnare pittura, rincorrere il successo. Sono cresciuti i figli, sono trascorsi trent’anni, Rose rimette piede a Londra, la città è una pista da ballo consumata. Vi sono passati teddy boy, rockabilly, mod, skinhead, hippy, glam, rock, punk, i flash dei fotografi illuminano le efelidi di Kate Moss, le ladies cominciano a essere arcistufe dei matrimoni endogamici narrati sul Tatler e di nascosto sfogliano Vanity Fair, in edizione americana.

 

Per tutto questo tempo Rose ha amato, cucinato e cucito per il marito e i bambini a un’ora di treno dalla swinging London. Non era stata una rinuncia, ma una scelta: “E’ lei, la vita”, dice a chi la interroga. Cinque anni fa, il colpo di scena: Roy Oxlade, che nel frattempo ha dipinto opere memorabili, è vecchio e malato; in questa difficile circostanza sua moglie Rose comincia a produrre un corpus di lavori di potenza inaudita, spiazzando il giovanicentrico mondo dell’arte e divenendo una delle pittrici più amate e richieste a livello internazionale, alla soglia degli ottant’anni. Successo che ribalta il “teorema Tracey Emin”, la bad-girl dell’arte inglese, regina dei letti sfatti based in Saatchi, rea di aver dichiarato: “Ci sono bravi artisti che hanno figli. Certo che ci sono. Si chiamano uomini”. Ma falla finita Tracey, non ci scandalizzi più, sappiamo che sei delle nostre.

 

Il Kent è la patria di Rose, il luogo che ha amato, dove in silenzio ha coltivato la sua arte. Sono ansiosa di vedere le piante che lei ha visto, le tappezzerie e i divani, le poltrone, i saponi. Anche la mia amica Paula dipinge, anche lei viene dal Kent, ci stiamo andando sulla tratta della M20 Londra-Kent a bordo della sua sgangherata Toyota. “I want to live like coooooommon people, I want to sleep with coooooommon people, like yoooooou”, cantiamo. La settimana è stata orrenda. Avevo una commissione in scadenza, il ritratto di un cardiologo indiano, ma non sono nemmeno riuscita ad avvicinarmi alla tela. No, non si chiama paura di affrontare la tela bianca, che basta sbatterci sopra una pennellata e non è più bianca; ha un nome molto più temibile: accidia. Le pittrici dipingono bene solo se innamorate o incazzate; questa settimana non avendo trovato alcuna causa per amare o incazzarmi, sono stata tutto il tempo seduta su uno sgabello a disprezzare il mondo. Tornata umana, ho bagnato di moccio e singhiozzi l’intero studio, i golfini di Paula, le tele, l’hummus in frigo, immagino che alcune lacrime ancora fluttuino nel mare della trementina che riempie la lavapennelli.

 

Fine del ricordo, il presente nella Toyota è questo: per le misteriose leggi dell’empatia, della simpatia e del patimento Paula scoppia a piangere. La nostra meta si avvicina, St. Margaret’s at Cliffe, contea di Rose Wylie, il Kent con le sue alte scogliere. “Chissà se i dipinti irrealizzati si presentavano a Wylie come il fantasma di Banquo. Basta l’amore a farti dimenticare il pennello? T’immagini? Per una vita intera” chiedo a Paula. Si toglie gli occhiali da sole: “Immagino che sia la stessa sensazione che provano le suore quando s’innamorano”. “Spiegati”. Paula ci pensa un po’ su: “Metti caso, a vent’anni t’innamori di James. A ventidue prendi i voti”. “Che lavoro fa James?”, la interrompo. “Ma che ti frega! Dunque, prendi i voti, ma ami James. Passa un anno, passano due anni, passano vent’anni, passa una vita. Lungo tutta questa vita tu non ci fai l’amore, non lo baci, non lo tocchi, non ti tocchi”. “Perché?” la interrompo nuovamente. “Perché hai la vocazione!” mi risponde spazientita distogliendo lo sguardo dalla strada. “Giusto giusto” mi affretto a rispondere. All’altezza di Maidstone il verde dei pascoli si fa accecante. “Le fantasie però rimangono, indomabili – continua ispirata Paula – si fanno più insistenti, sconce, divoranti. Ti si accorciano le gambe, il seno si appiattisce, cresce il perimetro del cranio, vivi di puro spirito, il tuo ipotalamo è l’uomo, il mesencefalo la donna e quando arriva l’orgasmo non sono le mutande a bagnarsi, ma i capelli. Il tuo pensiero diventa capace di sentire il tepore delle lenzuola su cui non ti sveglierai mai, la pressione dei polpastrelli di James sulle tue gambe, il caldo e l’umido”. Guardo Paula con circospezione, è tutta infiammata. “Questo per dirti che se mai darai un pennello in mano a una suora innamorata, ne vedrai uscir fuori una grande pittrice. Come è successo per Rose”. “Che bella storia, Paula; ora tocca a me, sarò più terra-terra. Nella famiglia di Rose Wylie è avvenuto un miracolo contro natura: si sono seguiti i tempi della vita. Altro che suora, Wylie è stata in tutto e per tutto madre e moglie, un ottimo trampolino. Cinquant’anni di dedizione all’opera del marito l’hanno resa attenta al necessario e al superfluo, ai tempi di slancio e di risacca, e ora ogni suo secondo è cinque dei nostri anni, perché lei sa dedicarsi, mentre noi sbaviamo, singhiozziamo e smoccoliamo nell’ansia. Rose ha scelto di seguire i tempi della vita”. Paula sorride.

 

Ad aspettarci a St. Margaret: Julianna madre di Paula, aunty Betty e una simpatica settantenne anglo-australiana chiamata “The Cousin”. Le alternative culinarie sono quattro: aringa fresca, aringa affumicata, bacon and herring milt, eggs and herring milt, dove “herring milt” sta per “sperma di aringa”. La cena a base di aringa inizia in sordina, si parla del principe Charles che la prossima settimana viene a far visita a una casa di cura di St. Margaret. Le ladies ridono tappandosi la bocca, convinte che qualcuno nel bosco le possa ascoltare. Julianna racconta dei suoi vecchi amanti e della differenza tra una buona salsa olandese e la salsa parsley. Questo il Kent dove è cresciuta in silenzio la grande Rose Wylie? Anch’ella è stata una di queste vispe signore che non conoscono tragedia? Mentre aunty Betty si lamenta della magrezza dei suoi vitelli, il dilemma Rose Wylie si rimpossessa di me. Nel 2013 ho avuto l’occasione di assistere al suo debutto nel firmamento della Tate Britain. Il museo le aveva dedicato un intero salone; una serie di dipinti inestricabilmente legati a quelli del marito, ma capaci di estremizzarli, permettendosi, con estrema audacia, di abbandonare l’iperintelligenza per abbracciare una stupidità superiore, tragicomica, al di là del bene e del male. Che mostra meravigliosa! Un caos di strani personaggi stilizzati, più painterly di una spataccata di colore lanciata da de Kooning, si affastellava sulle immense tele: cammelli, bombe, Penelope Cruz, piccoli coreani canterini, pastori berberi, principini Stuart ciccioni. Aspettavo una signora composta, un po’ timida, un genio in disparte; invece mi balzò innanzi una cavalletta indemoniata. La minuscola Wylie, scarpe da ginnastica, golfino e calze bucate, tremila mollette tra i capelli a caschetto, sgambettava attaccando un critico qua, una moda là. In sala era appeso un quadro dedicato a “Bastardi senza gloria” di Quentin Tarantino. A chi le chiedeva spiegazioni in merito, Rose rispondeva: “Ho visto Inglourious Bastards e allora ho dipinto Inglourious Bastards boh non so ma sai il poster perché non avevo altre immagini comunque alla fine non è venuto proprio come il poster ma perché mi era finito il nero o forse non sarebbe venuto comunque così comunque chissenefrega è un gran bel quadro lo stesso eh sì questo mi è riuscito proprio bene, vedete: quello è Cristoph Waltz” e indicava un omino guercio e irriconoscibile.

 

Il weekend nel Kent contempla anche un matrimonio, Paula, Julianna e io dobbiamo guadagnarcelo camminando per un’ora. Attraversato il bosco, ci aspettano chilometri di scogliere frastagliate quanto gli orli dei nostri vestiti. I genitori della sposa, la cugina Grace, innalzano una bandiera per segnalare il luogo dove avverrà la celebrazione, in un campo frequentato da nobili caproni. Paula siede su un muretto e rimbrotta sua madre. “Smettila, non costringermi, non parlerò a nessuno”. La luce batte implacabile sulla mia fronte fino a farmi confondere invitati e capre che sfilano verso la bandiera, tight e velli sfocati in macchie nere. Paula toglie una zecca dalla mia caviglia e la succhia. Gli sposi provengono da famiglie molto importanti; dopo il bacio, cantiamo l’inno inglese per la sposa e quello francese per lo sposo. In conclusione un magnifico Hallelujah. Paula odia i lord, per tutto il tempo si nasconde sotto la tesa del suo cappello. “A ventotto anni il mio cerbiatto fa ancora come quando si ciucciava il dito”, la canzona la madre. Julianna è una donna del gran mondo e, nonostante abbia già passato la sessantina, attira diversi giovani rampolli. Li vaglia, sorride compiacente alle loro battute, li indirizza verso Paula che, onorando le materne memorie, in effetti si sta ciucciando il pollice, alternandolo a una coppa di champagne. “Tutte in spiaggia, leprotte, tutte in spiaggia!” grida il padre dello sposo. Scendiamo lungo le rocce. Le invitate più coraggiose nuotano nell’acqua gelata, la baia si costella di cappelli variopinti; lo sposo e la sposa zampettano dietro un faraglione, i giovani lord stampano le mani l’uno sull’altro tirandosi pacche sulla pelle di burro, le damigelle magre fanno sentire a proprio agio quelle grasse, i bambini si picchiano sulla battigia. A pochi passi da loro quattro figuri strascicano lenze sulla spiaggia, muovendosi come attori di una pantomima.

 

Dal mio scoglio ragiono sugli abitanti del Kent. Sono sfiancanti. Sono felici. Sono altrove. Che io abbia il fiatone da due ore e sia quasi svenuta sotto il sole non gliene importa niente a nessuno. Non più coquettes le ragazze, happy routine piuttosto, frivole da supermarket, frivole da sorseggiare un bicchiere di elderflower all’aperto leggendo la striscia comica del Guardian. Minaccioso, un gruppo di nuvole copre la baia. Guardandole una per una mi sembra d’intendere il meccanismo Rose Wylie. Rose è una unbeliever totale, immune alla pubblicità, alla televisione, al computer, al testo, al sopratesto, al sottotesto. Wylie va al cinema e ride; ride delle immagini, dei poster, dei sentimenti dei protagonisti, ride delle risate che il regista si fa sui sentimenti dei protagonisti e infine, mai sazia, ride di se stessa che ride sul regista che ride sui protagonisti. Insegue l’immagine di un film cavalcando una montagna russa che parte dalla sua orecchia sinistra ed esce da quella destra, cerca di non capire niente di quel che avviene; a loro volta spappolati, gli attori vagano per le sue tele. Per una ragione che resterà sempre ignota il Philip Seymour Hoffman di “Jack Goes Boating” diventa un’enorme macchia rosa con braghette color salmone e gambetta verde, di fianco alla quale Rose scrive “Jack Goes Swimming” e sotto “a ‘visualization’ ion”. Derrida e Deleuze destrutturavano tutto quello che incontravano, Rose ha destrutturato – ma con quale geniale verve – Derrida e Deleuze, Herzog e Almodóvar persino suo marito Roy, grandissimo artista, Dio l’abbia in gloria.

 

[**Video_box_2**]Per ogni orda d’artisti che si è freudianamente pappata il padre, si può contare almeno una pittrice che ha gustato il marito con il cucchiaino da sorbetto. Il matrimonio tra Frida Kahlo e Diego Rivera ne è perfetto esempio: l’ultimo quadro di Frida risale al 1954 e rappresenta un gruppo di angurie; l’ultimo quadro di Diego risale al 1957 e a sua volta rappresenta un gruppo di angurie. Le angurie di Frida sorridono beffarde, polpose e felici, sono le angurie morsicate dal baccanale di scheletri del Día de los Muertos dove al suono dei tamburelli la vita flirta con la morte; le angurie di Diego sono moderniste, maturate in un periodo di vacche magre, ripetizioni di una stessa anguria che in realtà è una sfera allungata che in realtà è un cilindro rastremato che in realtà è un prisma levigato. Diego conosce e s’impegna a farci conoscere, Frida conosce Diego, ah se lo conosce! Lo guarda e ride.

 

Dal freddo mare del Nord affiora il giovane Mountavry, un pachiderma bianco latte che ha commosso tutti cantando l’Hallelujah durante la cerimonia nuziale. Appollaiata sul mio scoglio, lo saluto.

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