C'è Sanremo. Cantate già vinti

Cirinnisti già visti, classifiche già fatte. Il Festival, l’evento-finzione in diretta registrata che unisce l’Italia. Nello schermo piatto del televisore e nel mondo reale dei divani e dei mattini dopo che passano chiari, ma soprattutto nel paese sociale, quello che segue sui social, tutto è già visto, persino lo spettatore ignaro lo sa.
C'è Sanremo. Cantate già vinti

Elio e le Storie Tese a Sanremo (foto LaPresse)

“Uno che piscia da sotto in su

e tutti che cantano I love you!”

 

 

Elton John? Ma no, già visto con e senza famiglia (“invitato come cantante, parleremo solo di musica”). Costanza Miriano, Massimo “James” Gandolfini e i timorati dell’omosessualismo? Ma no, già scontati anche loro. Carlo Conti e il festival del Nazareno? Già detto (persino da commentatori che si prendono più sul serio di noi). Il ritorno dei Bluvertigo? Abbiamo già dato. I quattordici big su venti che vengono dall’avicoltura dei talent? Raccontati. Il “Dopofestival” dopo otto anni di assenza? Suvvia. Le canzoni più belle? C’è meno mistero che per le statue di Rohani: Annalisa ha già preso 7,5 dalla critica (“un testo che parla per immagini”, che detto di una canzone dovrebbe evocare sinestesie, invece evoca solo l’imbarazzo lessicale del classificatore); Bluevertigo 7,5, ma Elio e le storie Tese straccia tutti, 9. Lorenzo Fragola si becca 5 (“andrebbe bene per un cantante over 40 in cerca di rilancio”), anche se poi tutti lo danno per vincente, assieme a Deborah Iurato e Giovanni Caccamo. Venite già mangiati, cantate già vinti. Su qualche blog ci sono persino avvisaglie di pagelle di look non ancora indossati. Tutto ciò che pertiene al festival reale, il festival di cui ognuno parlerà stamattina, persino non consenziente, è già noto. Già avvenuto. Un’immensa registrazione, la diretta differita di se stessa. E diciamo diretta differita solo perché è la Rai, e nel paese del canone nella bolletta le tecnologie di restart digitale sono un futuro remoto.

 

[**Video_box_2**]Nello schermo piatto del televisore (il mitico spazio fisico dell’evento che avviene in diretta, e tu non puoi non sospendere l’incredulità per cinque sere di fila, dài), e nel mondo reale dei divani e dei mattini dopo che passano chiari, ma soprattutto nel paese sociale, quello che segue sui social, tutto è già visto, persino lo spettatore ignaro lo sa. E quest’aria da già visto – da non confondere con il banale dejà vu, roba da parolieri in discredito – quest’unica occasione dell’anno in cui tutti gli italiani arrivano agli esami già preparati, coi compiti a casa fatti, è la caratteristica principale di Sanremo. C’è un sacco di gente che vi racconterà il dietro le quinte, il prima e dopo, persino il “fuori salone”. Ma è solo una funzione narrativa, equivale al complottismo e al retroscenismo nel giornalismo di tutti i giorni, le altre 51 settimane: le balle che vi raccontiamo per farvi credere che noi lo sappiamo e che anche voi c’eravate, all’evento. No. I fatti sono soltanto quelli che si vedono, e basta. Solo che al Festival sono registrati. Sanremo è come i territori dei fantasy, si divide in due regni. Quello della tv, cioè quello degli uomini che credono a ciò che avviene dentro la tv, l’unica  realtà che conta per un pubblico di 51 anni come media età (dati 2015), dunque ben oltre la rottamazione renziana ma pubblico essenziale per chiunque abbia brame elettorali, prima o poi. E quello che sta sulla rete e nel social-mondo, “una media di 1.154 tweet al minuto” (dati 2015) e che segue il festival dai blog, dai siti, da qualsiasi cosa, possibilmente senza guardarlo. Gente che ascolta una musica diversa da quelli della tv: ai televisivi sono destinati i grandi ritorni, gli ospiti. Ai sociali(sti) il resto. Incomunicabili abitatori di due paesi reali diversi, che solo la retorica del Festival ritiene di saper unire per una settimana. Tramite televoto. Se trovate una cosa più renziana di questa, avete vinto.

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