Se è vero che le parole sono importanti smettetela di dire assurdità su matrimonio e famiglia

Il teorema di Mika, i wedding planner solo per i gay e le arrampicate di Scalfarotto. Dopo il lungo medioevo del nomina sunt consequentia rerum, i vecchi tempi in cui le parole dipendevano dalle cose, siamo entrati nella fulgida età moderna in cui la realtà dipende da come la chiamiamo. Ma almeno chiamiamola bene.
Se è vero che le parole sono importanti smettetela di dire assurdità su matrimonio e famiglia

Una scena di "Palombella rossa" di Nanni Moretti

Che le parole siano importanti ce l’hanno detto in ogni salsa da Nanni Moretti a Wittgenstein agli esperti di biologia che sulla rivista Science hanno appena lanciato un appello a che il termine “razza” sparisca dagli studi di genetica perché “il linguaggio scientifico influenza il modo in cui la gente comprende la diversità umana”, e quindi parlare di razze causa razzismo mentre un bel tacere pacificherà il mondo. Dopo il lungo medioevo del nomina sunt consequentia rerum, i vecchi tempi in cui le parole dipendevano dalle cose, siamo entrati nella fulgida età moderna in cui la realtà dipende da come la chiamiamo. Ne è convinto anche Ivan Cotroneo che ha dichiarato al Corriere, presentando il suo nuovo film contro bullismo e omofobia: “Le parole hanno la possibilità, terribile, di definire una persona. Questo vale soprattutto per gli adolescenti; quando ti viene data un’etichetta fa paura perché pensi che tutto il mondo ti conoscerà solo per quello che viene detto di te”. Il film s’intitola “Un bacio” e ha per colonna sonora un brano di Mika nel cui video appare un muro su cui campeggiano scritte omofobe e razziste: “Vacca”, “Messina” e qualcosa di non cristallino che viene fatto al bagno del secondo piano da Francesca di III C. Mika, ricorda il Corriere, ha dato importanza alle parole quando un graffito aveva deturpato il manifesto di un suo concerto e lui aveva reagito con l’hashtag #rompiamoilsilenzio, oppure quando ha fotomontato l’equazione “Amore = famiglia” sulla facciata del Pirellone spiegando che “dovunque c’è amore, c’è famiglia”.

 

Se le parole sono così importanti da determinare la realtà con uno slogan, interroghiamoci su ciò che hanno rivelato alla Stampa i titolari di un’agenzia dal nome astruso che organizza solo e soltanto festeggiamenti per nozze omosessuali. I titolari della Orchestra Italian Weddings for Equal Love spiegano che la cerimonia gay differisce dalla consueta poiché “lì è il giorno della sposa mentre qui è la festa della coppia”, ma soprattutto poiché “non ha più senso l’etimologia della parola perché matrimonio vuol dire il compito della madre, da mater e monus”. A parte l’etimologia fantastica in tutto degna di un Isidoro di Siviglia, e a parte il refuso latino che speriamo sia davvero un refuso, emerge prepotentemente da questa dichiarazione che, se le parole sono importanti, allora quello fra due persone dello stesso sesso non è un matrimonio per quanto si amino: possono festeggiare quanto vogliono ma, lo dice la stessa agenzia che allestisce la celebrazione, non si stanno davvero sposando. Infatti la ragione sociale parla di weddings, feste nuziali, e non di marriages, voti sponsali.

 

[**Video_box_2**]Peggio ancora va con l’intervista di Ivan Scalfarotto a Repubblica, dove ci si arrampica sullo specchio deformante della stepchild adoption illustrando che “l’unico legame creato da essa è quello tra il bambino e l’adottante”, al punto che “se due donne lesbiche restano incinte e hanno due bambini, ciascuna adotta il figlio dell’altra ma i due bambini non diventano fratelli”. Elementare. Ora, premesso che le due lesbiche si amano e quindi costituiscono una famiglia secondo il principio di Mika, e premesso che all’interno di una famiglia i figli in comune sono fratelli, se ne deduce che un nucleo di persone nel quale un ragazzo è figlio di due madri ma non è fratello dell’altro figlio delle stesse madri sarà un garbuglio d’amore equo e solidale ma di certo non è una famiglia, pertanto bisogna chiamarla diversamente. Altrimenti torniamo al punto che doleva nove secoli fa a Bernardo di Morlaix, quando scriveva “nomina nuda tenemus”.

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