La sera andavamo a Via Solferino

La prossima dipartita di quel che resta della proprietà Agnelli dalla famiglia del Corriere segna un’epoca nuova e irrituale per la borghesia. La notizia non fa clamore, e questo ci dice molto sul destino dei potenti pro tempore – di Giuliano Ferrara
La sera andavamo a Via Solferino

La sede del Corriere della Sera

Che gli Agnelli escano dalla proprietà del Corriere e forse entrino in società con l’editore del gruppo Espresso-Repubblica Carlo De Benedetti è un rumor diventato notizia di retroscena con l’apertura del Foglio di martedì 2 febbraio. Non si sa ancora bene il quando e il come dell’uscita di Jaki Elkann, nipote del compianto Gianni a sua volta nipote del fondatore della Fiat, dal giornalone nazionale che si pubblica da un secolo e mezzo a Milano, ma che questo debba accadere non lo esclude nessuno né alcuno lo smentisce. E’ una strana notizia. Vera e rilevante ma avvolta in un velo di irrealtà e quasi di anacronismo. Presa con le molle, trattata con cautela e riservatezza minimizzatrice, pur essendo pietra miliare nella storia del come si fabbricano le notizie, le opinioni, i gusti e gli stili dell’establishment italiano, dei borghesi di casa nostra.

 

Gli Agnelli si sono presi, con le cautele del caso per rispettarne l’indipendenza operativa, la maggioranza relativa dell’editore dell’Economist. Sono diventati inglesi o angloamericani o globali, che poi sono definizioni convergenti. Sono nel nucleo di comando di Fca, multinazionale dell’automobile così diversa dalla originaria creatura nazional-popolare, la Fiat, l’industria-stato che fa la Cinquecento di una volta e disegna con le grandi cifre delle sue vendite nella motorizzazione di massa i contorni obbliganti dello sviluppo italiano. Le voci dicono che gli Agnelli volevano contare nella scelta del nuovo direttore del Corriere, che volevano progettare alleanze editoriali da nuova galassia del nord, tutte cose che si sono rivelate illusorie. E’ prevalso lo status quo, l’equilibrio immobile, complicato e irriducibile a semplificazioni imprenditoriali uscito dal vecchio, celebrato e anche famigerato “patto di sindacato”. Chissà come si erano davvero messe le cose, la trasparenza è un mito di chi fa informazione, ma vale per l’offerta al pubblico, per la coscienza nazionale, per l’opinione e l’anticasta, non si applica a chi fa informazione.

 

[**Video_box_2**]Lo sfondo è il declino dei giornali di carta, che per alcuni è una notizia prematura come la morte di Mark Twain, per altri una notizia vecchia e irrimediabile. Certo che fa impressione. Non lo scoop elegante del Foglio, non le riprese argomentate e prudenti di altri giornali, fa specie che non abbia più tutta questa importanza o che non susciti per lo meno un gran clamore la battaglia per il controllo del Corriere. E’ una storia antica, che precede perfino la Repubblica e s’inoltra nel passato dello stato liberale unitario, della Prima guerra mondiale, storie di famiglie e direttori e scuole di giornalismo e di cultura in cui furono svezzati i maggiori di alcune generazioni del Novecento. Poi, se vogliamo, è la vicenda semisecolare che è sotto gli occhi di una sempre meno viva, sempre più offuscata attualità politica: Repubblica ha celebrato i quarant’anni, e nacque come alternativa anche commerciale al primato di Via Solferino, con una sua linea aggressiva, un suo progetto di stile e un suo birignao; Licio Gelli è morto di recente, vecchissimo e venerabile nella sua villa di Arezzo, e la P2, un fantasma dei più corposi e dei più creduti nella storia italiana, era alla testa del giornale e della sua casa editrice quando fu lanciata la sfida “azionista”, e ancora qualche tempo fa la loggia venne evocata in un editoriale polemico con il governo in carica e la nuova classe dirigente; ma nel tempo il Corriere che cambia editore, con un grado maggiore o minore di legittimità dell’operazione, il Corriere che diventa garante per conto di una grande famiglia industriale, il Corriere del sistema bancocentrico cucciano, il Corriere che fa innamorare di sé l’Italia radicale e chic dalla quale si separa con la secessione il principe Montanelli, il Corriere delle avances di Craxi e delle furiose litigate a colpi di cordate assassine, della linea politica scrutata per capire il destino dei potenti pro tempore nelle intenzioni della borghesia del nord, l’unica che avessimo, bè, quel Corriere lì con la dipartita di quel che resta della proprietà Agnelli è veramente finito, morto e sepolto. Mai annuncio mortuario di rango fu accolto con tanta disattenzione. E chissà che cosa questo significhi.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi