Viste dall’Italia, fantascienza e distopia giudiziaria diventano un sogno

Una decina di anni fa, il dibattito italiano sulla riforma di una giustizia già allora in pieno sfacelo sembrò aver individuato un punto forte sulla strada, quantomeno, dello snellimento dei tempi.
Viste dall’Italia, fantascienza e distopia giudiziaria diventano un sogno

Jacques Charpentier

Una decina di anni fa, il dibattito italiano sulla riforma di una giustizia già allora in pieno sfacelo sembrò aver individuato un punto forte sulla strada, quantomeno, dello snellimento dei tempi: perché non sfrondare un po’ le procedure, per esempio abolendo la possibilità dell’appello del pubblico ministero quando l’imputato sia stato assolto nel giudizio di primo grado? Non è questa la prassi, per dire, dei tribunali inglesi? Insorse Franco Cordero, grande esperto di procedura penale: nell’Inghilterra della “common law”, ricordò in un articolo traboccante di sarcasmo, l’appello è impossibile, non per obblighi o procedure tecnico-giuridiche ma perché il processo è deciso da giurie popolari, e “i dodici giurati – scriveva – sono l’organo vocale di una infallibile anima comunitaria”. Si noti: “Infallibile”. La giuria popolare nacque nell’Inghilterra normanna del XIII secolo per sostituire la pratica dell’ordalia, vissuta come espressione terrena della volontà di Dio, infallibile per definizione. Data questa origine storica e culturale, anche oggi “è ovvio – ricordò l’irascibile professore – che i suoi verdetti non siano ripetibili”, non possano essere rimessi in discussione. Una società del tutto laicizzata e quindi scettica come è la nostra può interpretare la faccenda stabilendo che in realtà l’ordalia affidava la giustizia al caso? A noi può sembrare inimmaginabile, ma per secoli una tale procedura apparve giusta e valida: in qualche modo funzionava e comunque soddisfaceva l’esigenza di giustizia della gente. Ma la infallibile ordalia, o l’altrettanto infallibile giuria popolare che l’ha sostituita, sono inconcepibili nell’ambito del diritto romano e di quanto ne è storicamente seguito, dove accusa e difesa devono avere le stesse razionali garanzie procedurali, e quindi una pari possibilità di appello in contraddittorio. L’inserimento della procedura anglosassone nel nostro sistema sarebbe, concluse acidamente Cordero, una “sgrammaticatura”, in aperta violazione della Costituzione.

 

Una giustizia affidata al caso è, dunque, quantomeno concepibile. Potrebbe essere persino auspicabile, sostiene – sia pure in chiave paradossale – Guido Vitiello, presentandoci un libello nel quale i guai della (mala) giustizia vengono messi a fuoco sotto forma di racconto, un racconto di “fantascienza giudiziaria” (“Justice Machines” di Jacques Charpentier, Liberilibri edizioni, 2015, 14 euro). Come una Bella Addormentata, un giovane avvocato parigino si risveglia, nel 1965, dopo dieci anni di sonno indottogli da un gas soporifero. Appena desto corre al Palazzo di Giustizia, vuole riprendere il suo lavoro. Ma il palazzo gli appare deserto, il salone centrale è trasformato in piscina: la giustizia non si pratica più lì. Come mai? Semplice, i processi non vengono ora celebrati – gli viene spiegato – secondo le tradizionali norme tribunalizie, le sentenze vengono estratte a sorte da speciali apparecchiature cibernetiche, le “justice machines”: è un bel progresso, saranno – diciamo così – perfettamente imparziali nella loro casualità. Charpentier, da avvocato e giurista, conosce approfonditamente i meccanismi più segreti del sistema giudiziario, anche nei suoi aspetti più negativi, come sono certi farseschi trucchi processuali di cui si abusa nelle aule dei tribunali. L’elenco dei motivi che determinano l’incertezza e la fallacia della amministrazione giudiziaria, per come ce li espone Charpentier, è senza fondo.

 

[**Video_box_2**]A una divertita elencazione dei pregi di una giustizia celebrata da apparecchiature che elaborano freddamente i dati inseriti nei loro ingranaggi fa da contrappunto una amara, dolente riflessione sulla giustizia umana e i problemi e le difficoltà che ne rendono evanescente e incerto anche il concetto, l’idea. E questa doppia considerazione sostanzia anche la densa nota finale nella quale Guido Vitiello scava nella profonda serietà che permea il delizioso “conte philosophique”. In una breve nota introduttiva , Vitiello piega la favola distopica del Charpentier per porla al servizio della sua (e non solo sua) denuncia degli errori di una “incertezza giuridica” che è innanzitutto “frutto della parzialità di magistrati politicizzati”. La satira universale e disperata sulla fallibilità del giudizio umano diventa pamphlet contro la violenza dolosa di una giustizia arroccata a difesa di interessi particolari, di un potere che si assolutizza arrogantemente contro la generalità dei cittadini, del cittadino comune. L’occhiolino complice di Vitiello colpisce nel giusto quando punta sull’Italia di oggi, un paese nel quale la malagiustizia è dramma infinitamente più devastante della pur malfamata malasanità. Gli è ovvio concludere che forse a questa dolosa deformazione della giustizia sia preferibile “un’Alea pura”, assoluta, “imparziale e per questo equanime”. Saremmo d’accordo, a patto che ci venga data una definizione precisa e largamente, se non universalmente, condivisa del significato del termine “caso”. Finora – ahimè – non ci si è riusciti.

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