Dalla famiglia alla libertà (e ritorno)

Lo strano percorso dei gay-figliol prodighi: da solitari, ribelli, libertari, fashion victims a moderni omogenitori tutti figli, plaid e babbucce. Dagli anni Settanta fino ai giorni nostri, cosa è cambiato nel movimento e tutte le domande da porsi sul ddl Cirinnà.
Dalla famiglia alla libertà (e ritorno)

Manifestazione per i diritti civili #svegliatiitalia a Roma (foto LaPresse)

Al direttore - Dalla famiglia alla libertà gridavano i froci gloriosi degli anni Settanta. Facile capire il perché. Allo Stonewall Inn, il locale simbolo di Christopher Strett, a New York, dove la rivendicazione moderna per i diritti e la dignità delle persone omosessuali è nata nel lontano 1969, non si andava certo con la famigliola.

 

Erano luoghi, quelli, di trasgressione e di perdizione. Si cantava, è vero, anche quella famosa aria del Mago di Oz, interpretata dall’icona delle icone, Judy Garland che poi, disperata anche lei, si tolse la vita ma prima cinguettava, giovanissima, di un posto che fosse oltre l’arcobaleno, Somewhere over the rainbow, appunto.                              

 

                                  
Lo Stonewall era famoso – lo sapeva bene la polizia newyorchese – come locale dove era possibile trovare tutto: droga, prostituzione e tanti travestiti in un’epoca nella quale, pare incredibile a dirsi, ma a New York la legge imponeva di indossare almeno tre capi d’abbigliamento confacenti al genere d’appartenenza. Guai seri per gli omosessuali, ancora di più per le transessuali che, ogni volta, divenivano le vittime preferite degli agenti della buoncostume. A proposito di teorie gender, insomma, quella era una pratica decisamente rozza per reprimerne, al contrario, ogni possibile velleità. Senza riuscirci, in realtà, perché poi nella famosa notte dell’ Orgoglio, tra il 27 e il 28 giugno, da cui prese il via un po’ tutta la vicenda dei Gay Pride, proprio un capo d’abbigliamento femminile – pare una scarpa col tacco – lanciata da una drag queen contro la polizia, diede il via agli scontri che durarono tre giorni e due notti. Segno che questi finocchi tanto finocchi non erano. Magari avrebbero potuto persino giocare a calcio in una squadra di mister Sarri, chi lo sa.

 

In Italia all’epoca c’era Pier Paolo Pasolini, gay controverso, regista, poeta, firma corsara del Corsera che del calcio era fanatico. Pare tifasse per il Bologna ma soprattutto amava giocare a pallone, sempre, appena poteva, anche in giacca e cravatta. Lui che nel suo docufilm “Comizi d’amore”, già nel 1965, osava chiedere ai piccoli italiani, microfono e telecamera alla mano, come nascono i bambini, di certo non immaginava che un giorno qualcuno, fosse anche mezzo secolo dopo, avrebbe preteso che i bambini non da una cicogna ma da una madre surrogata venissero portati al mondo.

 

Fatto sta che, ormai fra poche ore, il Senato della Repubblica italiana sarà chiamato a votare sul riconoscimento delle unioni civili su cui, differenziandole chiaramente dal matrimonio, sembra un po’ tutti siano d’accordo, eccezion fatta per quell’articolo 5 che tira in ballo gli stepchildren, bambini che già esistono, figli per lo più di padri o madri omosessuali, nati nella maggior parte dei casi all’estero, e in Italia, legalmente, con un genitore solo ai quali il ddl Cirinnà vorrebbe dare per legge, come tutela, anche il secondo che sarebbe poi il convivente dello stesso sesso del papà o della mamma biologici.

 

Una questione di bizantinismi tecnico-legislativi, verrebbe da dire, in un Paese, l’Italia, sulla carta ancora troppo cattolico.
Ciò che rende, però, tutta la questione ancor più divertente o interessante è l’altare di convinzioni, volontà, sottili trame psicologiche che si legano tra loro intrecciate tra teorie, Storia e storie che, proprio ripartendo dai tempi di Pasolini in Italia e dello Stonewall a New York, fino ad arrivare ad oggi, portano gli stessi gay a farsi domande, dividersi, interrogarsi e in molti casi a trarre conclusioni sul tema più antico del mondo: la genitorialità.

 

In realtà, scherzando ma non troppo, si potrebbe ironizzare sul fatto che questi gay un tempo esuli volontari dalla famiglia alla libertà, si apprestino a compiere esattamente il passaggio al contrario, ovvero: dalla libertà alle babbucce, il plaid e il divano. Un ritorno, insomma, dei gay-figliol prodighi alla famiglia nel momento di più bassa audience per quello stesso modello di società dalla cui dura contestazione tutta la battaglia culturale e generazionale prima che politica per le libertà civili prese il via. 

 

  
In molti vedono tutto ciò come un ciclo naturale della Storia, perché in fondo questa benedetta e maledetta libertà sfrenata, in mezzo secolo, ce ne ha fatte vedere talmente tante: dalle tristi dark room, stanze buie del sesso, ai pericolosi battuage, ovvero le fratte e i fossati di parchi, pinete e ogni tipo di luogo isolato, dal sesso promiscuo e anonimo, bareback, nei cessi di stazioni e autogrill, all’Aids, fino – soprattutto – a troppa solitudine che, in fondo, tanto vale riscoprire quell’improprio ma primigenio desiderio di paternità e maternità che un po’ – dicono – dovrebbe albergare in ciascuno di noi, fino al punto di spingere la presidente della Camera, Laura Boldrini,  a sproloquiare sul fatto che l’adozione si debba considerare un diritto di chi adotta e non, come invece è, di chi viene adottato.

 

Tutto ciò ha raggiunto un tale livello di frenesia intellettuale che, oggi, un omosessuale in coppia che dichiaratamente – forse semplicemente tenendo a mente, stavolta davvero, il dettato della natura – non brami dalla voglia di procreare, è considerato un po’ sfigato, quanto meno retrò, per non dire proprio omofobo, accusa già caduta sulle teste di omofamosi come il cantautore Cristiano Malgioglio e il direttore di Chi, Alfonso Signorini, rei di aver espresso semplicemente il loro pensiero.

 

Un perbenismo quasi vegano, salutista, pro life che avrebbe fatto arrossire persino le travestite dello Stonewall e ha già fatto interrogare anche le residue femministe di oggi.

 

Un desiderio controtendenza di paternità e maternità, questo di molti omosessuali donne e uomini che – a ben vedere – fa addirittura bene il paio con le testimonianze riportate nell’articolo “Madri da paura” firmato da Annalena Benini su Il Foglio di sabato 23 gennaio.

 

Tra la paura di figliare delle donne eterosessuali e il coraggio, anche costoso, che dimostrano molte coppie omosessuali proprio per avere figli, c’è infatti il concetto del limite da varcare. Avere un figlio oggi, per una coppia gay, è quello che cinquant’anni fa, tutto sommato, non si poteva neppure immaginare.

 

La trasgressione e tutto ciò che un tempo era divenuto sinonimo di libertà, oggi può restarsene nell’armadio, perché il core business dal punto di vista anzitutto comunicativo è diventato l’omogenitore. Molto banalmente un gay con prole oggi fa più audience e copertina di un gay semplice, single o in coppia, riflessivo, pasoliniano.

 

[**Video_box_2**]Tutto ciò fino a quando, queste orde di pretendenti step-parents, non si troveranno alle prese con scuola, zainetti, libri, assegni famigliari, insegnanti di sostegno, libri da comprare e altri bullismi da reprimere, in questo caso magari ai danni dei loro stessi figli Dio non voglia, perseguitati a causa dell’orientamento sessuale dei loro genitori. Una lotta quotidiana che oggi, per molti, si presenta addirittura come avvincente, forse l’ultimo motivo per vivere e anche per essere un militante gay. Qualcosa che, però, agli occhi di molti malpensanti potrebbe risultare anche come la semplice evoluzione del gay fashion victim, passato dall’inneggiare alle dive Madonna e Britney Spears al discettare sul discreto fascino dei modelli premaman (o prepapan…chissà?). Tutto ciò fino al prossimo giro di ruota della moda. Per ora prepariamoci al risiko del Senato. Una partita che sarà inevitabilmente all’ultimo voto e dall’esito tutt’altro che scontato. Qualcuno dice che sarà l’ultimo treno della strana maggioranza renziana per approvare le unioni civili senza sconti. In questo caso i sostenitori delle unioni civili sperino bene che non si tratti di un Italo Ntv che invece gli sconti li ha già fatti: per andare al Family Day di sabato.

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