Non avete ancora visto tutto al cinema se vi manca il morto scorreggione

Credevamo di aver visto ogni stranezza, dal film parlato in latino (“Sebastiane”, lo girò Derek Jarman nel 1976) al film con lo pneumatico assassino (“Rubber”, lo girò Quentin Dupieux nel 2010). Roba da dilettanti, scopriamo con un certo disappunto.
Non avete ancora visto tutto al cinema se vi manca il morto scorreggione

Credevamo di aver visto ogni stranezza, dal film parlato in latino (“Sebastiane”, lo girò Derek Jarman nel 1976) al film con lo pneumatico assassino (“Rubber”, lo girò Quentin Dupieux nel 2010). Roba da dilettanti, scopriamo con un certo disappunto. Non reggono il confronto con “Swiss Army Man”, presentato al Sundance Film Festival qualche giorno fa. Mentre una buona metà degli spettatori se ne andavano alla spicciolata (come direbbe il verbale di polizia).

 

Andarsene, a un Festival, non significa necessariamente che il film fa schifo (come direbbe l’avvocato del diavolo, in questo caso dei registi Daniel Kwan e Daniel Scheinert, in arte semplicemente “Daniels”). Può voler dire che nella sala accanto sta per cominciare un film più ghiotto, o che un gruppetto di addetti ai lavori aveva un’ora buca, e voleva impiegarla dando una guardatina al debutto di due giovanotti noti per i loro video musicali. Può essere, ma non è probabile, visto che i “Daniels” hanno raggiunto la notorietà con filmati ad alto grado di follia: guardare per credere il delirante “Turn Down for What”.

 

“Swiss Man Army” comincia su un’isola deserta (consideriamolo un omaggio a “Revenant”, dove Leonardo DiCaprio usa un cavallo morto per sacco a pelo). Paul Dano sta per impiccarsi – ha la barba da Robinson, quindi deve essere lì da un pezzo – quando un cadavere scorreggiante arriva sull’isoletta. “Scorreggiante” non è per dare un tocco di colore, i gas corporei resteranno al centro della scena fino a esaurimento dello spettatore (“non avete idea di come tuona un peto quando la sala ha un sistema Dolby ben funzionante”, garantisce un critico che all’anteprima c’era). Prima dei titoli di testa, l’astuto Paul Dano fa tesoro delle emissioni, usando il cadavere a propulsione naturale per andare in un luogo un po’ meno deserto. La scena l’abbiamo vista tante volte, nello spazio, quando l’astronauta sperduto deve tornare all’astronave: era in “The Martian – il sopravvissuto” di Ridley Scott, era in “Gravity” di Alfonso Cuaron, ed era in “Wall-E”, quando il robottino con un estintore cerca di ricongiungersi nello spazio con la sua Eve.

 

Variety ha coniato per il film la definizione di “indifferent movie”: la sottospecie di pellicole indipendenti che non prendono in considerazione l’esistenza di un pubblico, quindi non fanno nessuno sforzo per rendersi graditi. Ne conosciamo anche da noi parecchi esempi (spesso stanno nelle liste dei film “maltrattati dalla distribuzione”, in genere noiosissimi, quindi giustamente tolti dal mercato). Ma davanti a gente che tenta qualcosa di originale, abbandonando la stanzetta e il tavolino si cucina, tendiamo a essere più benevoli. Tanto più che “Swiss Army Man” non è stato affatto stroncato come uno si aspetterebbe, quindi oltre alla stranezza deve avere qualcosa in più.

 

Aiuta la presenza del terzo Daniel, che di cognome fa Radcliffe e le studia tutte per far dimenticare il maghetto con gli occhiali Harry Potter (cominciò mettendosi nudo e amoreggiando con un cavallo in “Equus” di Peter Schaffer, non è bastato). Aiuta anche il fatto che il cadavere sembra riprendere vita – insistiamo sul “sembra”. Abbastanza perché Paul Dano lo battezzi “Manny” e decida di discorrere con il morto dei massimi sistemi (che però, essendo il vivo e il redivivo entrambi maschietto dalle seghe mentali scivola spesso verso le seghe e basta). Da qui il sunto, fornito da un altro critico presente alla proiezione: “un suicida cerca di convincere un cadavere che la vita merita di essere vissuta”.

 

[**Video_box_2**]Attendendo le proteste dei registi italiani che ci accuseranno di esterofilia per aver preferito le scorregge americane alle nostrane, restano un paio di dettagli. I “Daniels” ammettono di essere partiti da una barzelletta, ma rivendicano per il loro film l’etichetta “fart drama” (uno spettatore ha detto “commedia”, si sono offesi, e “fart” appunto sta per “peto”). Il titolo allude ai molti altri usi che Paul Dano fa del cadavere, utile su un’isola remota quanto un coltellino svizzero. “Swiss Army Knife”, appunto.

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