L'arte di annoiare (al cinema)

Che bello, un libro appena spacchettato e l’occasione di metterlo alla prova. Il libro si intitola “Filmish – A Graphic Journey Through Film”, scritto e disegnato da Edward Ross. Disegnato, ecco perché abbiamo accolto in casa un libro di carta, dopo aver giurato di non farlo mai più.
L'arte di annoiare (al cinema)

Che bello, un libro appena spacchettato e l’occasione di metterlo alla prova. Il libro si intitola “Filmish – A Graphic Journey Through Film”, scritto e disegnato da Edward Ross. Disegnato, ecco perché abbiamo accolto in casa un libro di carta, dopo aver giurato di non farlo mai più (un precedente tentativo con una graphic novel – qui sarebbe meglio parlare di graphic essay – non aveva dato sul Kindle i risultati sperati).

 

Pagina dopo pagina, ripercorriamo per temi e per teorie la storia del cinema. Restiamo stupefatti davanti alla bravura di Edward Ross, capace di sintetizzare in una vignetta con didascalia un massiccio volume irto di paroloni. Avevamo da tempo il sospetto che le più fumose teorie o fossero inconcludenti e basta, oppure si potessero dire in poche e semplici parole: ora ne abbiamo la certezza.

 

L’occasione per mettere il libro alla prova è la morte di Jacques Rivette, regista della Nouvelle Vague che a sentirlo nominare scattiamo tutti in piedi, ripetendo come un solo critico “Céline et Julie vont en bateau”. I più coraggiosi si spingono fino a “La belle noiseuse”, titolo italiano “La bella scontrosa”, con Emmanuelle Beart non ancora siliconata (la ragazza non aveva ancora compiuto trent’anni).

 

Apriamo “Filmish” per cercare lumi. Anzitutto nell’indice, che non riporta un film di Jacques Rivette a pagarlo oro. Cade però l’occhio, nella cospicua bibliografia – gli studenti di cinema non ne leggono neppure un decimo, se va bene – sul nome di François Truffaut. Siccome Truffaut, Godard e Chabrol facevano parte con Rivette della Nouvelle Vague (che non ha un suo capitolo) cerchiamo la pagina, nella sezione “The Eye” che apre il volume (le altre riguardano il corpo, l’architettura, il tempo, la voce e il linguaggio, la tecnofilia e la tecnofobia). Niente, si parla di Truffaut, ma solo con riferimento a “La finestra sul cortile di Hitchcock” e al voyeurismo.

 

[**Video_box_2**]Voyeur lo era, Jacques Rivette, ma di quel voyeurismo che non taglia via le parti noiose, e anzi sulle parti noiose indugia. Al confronto, le intermittenze del cuore nella “Recherche” di Marcel Proust sembrano terremoti. Qui i friccichi sono minimi, meno ancora che nei film di Eric Rohmer come “Le genou de Claire”: dedicare un paio d’ore al ginocchio di una ragazza non promette curve veloci né salti. Anche quando adattava racconti di Balzac – come “La duchesse de Langeais”, “Il capolavoro sconosciuto”, “La storia dei tredici” – Rivette riusciva a farli durare da tre a tredici ore. “Apnea”, scrive il Monde a proposito di “Out 1”, e poi si sente in dovere di aggiungere “esperienza unica”.

 

Siamo andati a cercarlo nella sezione “Tempo”, il nome di Rivette non compare neppure lì. C’è invece Terrence Malick: l’unico che con i suoi ultimi film, piuttosto laschi quanto a narrazione, potrebbe rivendicarne l’eredità.

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