Perché non dobbiamo avere paura della kippah

L'ambasciatore israeliano in Italia spiega al Foglio i motivi della sua adesione alla Giornata della kippah: "In Europa deve essere la società ad agire e ad attivarsi per proteggere chi è minacciato"
Perché non dobbiamo avere paura della kippah

L'appello lanciato dal Foglio in occasione della Giornata della memoria – "usiamo la testa per ricordare, indossiamo una kippah" – continua a raccogliere adesioni in Italia, in Europa e in Israele. Il tentativo è quello di dimostrare solidarietà a tutti gli ebrei minacciati dal nuovo antisemitismo che li costringe a non ostentare i propri simboli religiosi. Per l'occasione fino a sabato il Foglio esce nelle edicole con allegata una kippah, "simbolo di separazione, non di sottomissione", come ha sottolineato il filosofo francese Bernard-Henri Levy.

 

In molti – fra lettori, commentatori e stampa straniera – hanno raccolto l'appello, dimostrando il proprio sostegno a questa iniziativa unica in Europa. Fra questi c'è anche l'ambasciatore di Israele a Roma, Naor Gilon. "Vi ringrazio di cuore per la vostra iniziativa", dice il diplomatico israeliano al Foglio. "Mi sono unito al vostro appello e ieri, in occasione della Giornata della memoria, ho indossato la kippah durante tutte le manifestazioni ufficiali, anche quella al Quirinale". L'ambasciatore ha sottolineato in particolare il senso ancora più profondo che assume oggi il semplice gesto di indossare quel copricapo: "Settanta anni dopo l'Olocausto, gli ebrei hanno ancora e di nuovo paura di andare in strada. In molti paesi indossare la kippah è diventato pericolosissimo", ricorda il diplomatico. Per quella stessa paura Zvi Ammar, capo del concistoro israelitico di Marsiglia, a metà gennaio ha invitato gli ebrei a non indossare il copricapo sacro per strada. Troppi, a suo giudizio, i rischi di provocare una reazione violenta e di ripetere quanto già accaduto all'inizio dell'anno, quando un insegnante ebreo della città francese è stato accoltellato. "Il problema però non è chi ha paura", perché chi si sente minacciato "non può essere giudicato", continua Gilon. Piuttosto "deve essere la società a rassicurare chi ha paura". "Oggi viviamo in un mondo molto cambiato. Io faccio parte della nuova generazione di israeliani, sono figlio di un sopravvissuto alla Shoah e quelli come me vedono il mondo in modo diverso. Credo che in Europa debba essere la società ad agire e ad attivarsi".


[**Video_box_2**]Anche l'ambasciatore di Israele in Colombia, Marco Sermoneta, di origini italiane, ha accolto l'iniziativa lanciata dal nostro quotidiano: "Ho contatti continui con la mia famiglia a Roma e sono informato di quanto succede in Europa", ci dice il diplomatico. "La difesa di Israele è legata a quella dell'Europa, in particolare nella Giornata della memoria e a pochi giorni dalla visita del presidente negazionista dell'Iran a Roma e a Parigi", ha aggiunto Sermoneta. "Quella contro l'antisemitismo è una guerra che non finisce mai" e la minaccia dell'antisionismo ("che equivale a quella antisemita", sottolinea il diplomatico) è "alle porte di ogni capitale europea": "I governi devono finalmente comprendere che dire 'mai più' non basta. Le autorità devono difendere la società, che vuole sentirsi protetta, e devono assicurare che quanto già avvenuto alle comunità ebraiche europee non si ripeta". L'auspicio è quindi che la difesa della libertà religiosa non resti un appello isolato. "Spero davvero che il gesto del Foglio venga riproposto anche da altri giornali nel resto d'Europa, in Gran Bretagna e in Francia". Una speranza condivisa da tutti coloro che alla censura della propria identità religiosa preferiscono non nascondersi e metterci la faccia.

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