La cecità del disinteresse

"Leggere non mi è mai piaciuto così tanto come quando ho avuto paura di non poterlo più fare", dice Scout ne "Il buio oltre la siepe", il romanzo di Harper Lee. Cita queste parole Azar Nafisi, l’autrice di “Leggere Lolita a Teheran”, nata a Teheran e adesso cittadina americana, ne “La repubblica dell’immaginazione”.
La cecità del disinteresse

"Leggere non mi è mai piaciuto così tanto come quando ho avuto paura di non poterlo più fare", dice Scout ne "Il buio oltre la siepe", il romanzo di Harper Lee. Cita queste parole Azar Nafisi, l’autrice di “Leggere Lolita a Teheran”, nata a Teheran e adesso cittadina americana, ne “La repubblica dell’immaginazione”, pubblicato da Adelphi. Non avevamo mai amato così tanto le nostre opere d’arte, la nostra Venere capitolina, come adesso che abbiamo paura di non poterle più guardare perché nude. Non le amavamo abbastanza perché averle era come respirare, come non leggere Flaubert perché non siamo mai stati costretti a farlo di nascosto. In Iran è così. Costretti ad ascoltare musicassette di contrabbando, guardare film venduti dentro una scatola da scarpe, ballare e tenersi per mano come ladri. Uno studente iraniano, a Seattle, ha detto ad Azar Nafisi, deluso: “La gente qui è diversa da noi, che eravamo così matti da fotocopiare centinaia di pagine di Madame Bovary e Addio alle armi”. Rischiare la prigione e la tortura per questo. La gente qui, invece, copre l’arte e se stessa non solo per eccesso di zelo o di paura, ma per eccesso di disinteresse: verso i diritti, la libertà, la bellezza e la grazia che abbiamo conquistato e creato. Ed è così che le perdiamo: se ce ne disinteressiamo, se ci sembra che non sia poi così importante, se diventiamo ciechi.

 

Diventare ciechi significa non soltanto abbandonare chi siamo, significa pensare che sia sacrificabile. Come il vino non servito al pranzo con il presidente iraniano. Come le nostre parole, di cui a Teheran dicono che noi non dobbiamo abusare. Come l’ironia. Come la libertà (di andare a un concerto a Parigi, in un bar a Tel Aviv), che questa volta abbiamo inscatolato di nostra volontà, per indicibile sottomissione (come nel romanzo di Michel Houellebecq),  per non turbare il presidente iraniano, con turbamento nostro tardivo. Quelle statue, come tutti i capolavori dell’arte e della letteratura, sono testimoni della caparbietà umana, sono la prova che abbiamo vissuto, e raccontano un modo, e una speranza profonda e potente di bellezza. E celebrano sempre una differenza. Sacrificarli dietro un paravento significa che possiamo rinunciare a queste testimonianze, che potremmo rinunciare a molto altro.

 

[**Video_box_2**]A molto di quello che è sotto attacco: rinunciare comincia proprio da qui, dal non vedere che è sotto attacco. La nostra nudità è la nostra libertà. Disinteressarsene, scambiare una sottomissione con un gesto di ospitalità e di rispetto significa soprattutto essere ciechi: la cecità, scrive ancora Azar Nafisi, è una delle più importanti metafore del male. Quando gli uomini non vedono (non vedono l’importanza di ciò che possiedono e la dilapidano, e, dall’altra parte, non vedono gli altri e il loro dolore) sono capaci di dare tutto il peggio, di compiere tutti i più grandi atti di crudeltà.  Le nostre statue non sono importanti solo quando qualcuno le distrugge, o ci proibisce di guardarle. Sono importanti prima, vanno esposte con fierezza prima,  perché mantengono intatto e difendono l’idea di una società libera. In “Francofonia”, il film di Aleksandr Sokurov dedicato al Louvre e alla sua difesa durante l’occupazione nazista, vengono pronunciate queste parole: “Che cos’è il Louvre, se non la storia di uomini che hanno vissuto, amato, mentito, sofferto?”. La storia dell’amore per l’umanità. Dimenticarsene, dimenticarsi dell’importanza di quelle opere, e delle nostre, nel loro nudo splendore, significa dimenticarsi dell’umanità.

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