"Tutti con la kippah", Bernard-Henri Levy spiega perché

Il filosofo francese interviene sul Corriere nel dibattito francese in corso sull'opportunità per gli ebrei di indossare il tradizionale copricapo dopo gli attacchi subìti a Marsiglia: "Per chi la indossa è un segno di separazione, non di sottomissione".
"Tutti con la kippah", Bernard-Henri Levy spiega perché

Bernard-Henri Levy

Il filosofo francese Bernard-Henri Levy ha commentato sul Corriere della Sera di oggi il fatto che molte tra le autorità politiche e religiose della Francia abbiano consigliato agli ebrei di non indossare la kippah perché, dicono, l'ostentazione del simbolo religioso potrebbe essere interpretata come una provocazione. "Che strano dibattito. E quanto baccano", scrive Levy, "Ci sono bravi medici, come Rony Bauman e altri, che nella kippah hanno visto un segno di fedeltà alla politica di un Israele demonizzato. Ci sono i furbastri che, come all'epoca, nel 2012, in cui Marine Le Pen voleva buttare nelle reti di una stessa legge i fanatici del velo e i sostenitori della kippah, ne hanno approfittato per insinuare che la kippah era, non meno di un chador o un niqab, un segno di 'ostentazione'". L'intera società francese si è sentita testimone dell'antico dilemma tra il comandamento ebraico di coprirsi il capo e quello di pensare a salvare la propria vita quando i "pogromisti" tirano fuori i coltelli.

 

Levy ricorda allora il significato sacro, anzi, "santo", del copricapo ebraico, simbolo di distinzione, "un pezzo di tessuto, una particella di materia" che identifica l'Altro. L'individuo si riscopre nella sua soggettività, come un essere umano con i propri valori che lo identificano. "La kippah", spiega il filosofo, "per esempio, è un segno, per chi la porta (e io non sono tra questi) di separazione, non di sottomissione. Ciò che la kippah separa è, da un lato, il corpo del Soggetto e, dall'altro, il cielo che egli non raggiunge e la terra che egli abita solo in virtù di infinite precauzioni. Con il simbolo religioso, scrive Levy, l'uomo si distingue dalla massa informe, dall'indistinto che caratterizza la società contemporanea, cosa ben diversa dalla 'provocazione' cui in molti hanno fatto riferimento finora nel dibattito che ne è scaturito. "Il fatto di portare la kippah, poiché è la prova di tale separazione e di tale frontiera, poiché è una delle modalità di un taglio senza rottura, di una delimitazione di sé – che sono al centro dello spirito del giudaismo – poiché dice insomma che il mondo non è una enorme massa dove si mescolerebbero in una pigra unità le cose di quaggiù, i nomi dell'Altissimo e il sé che li esamina, non è un gesto sacro, ma, nel senso proprio del termine, un gesto santo".

 

[**Video_box_2**]Il filosofo francese conclude con un appello al rispetto della nobile libertà di essere "Altro", ovvero di contribuire alla diversità che, dice  "abbellisce il mondo". "Lasciamo che coloro che hanno scelto di vivere la propria libera peregrinazione di umani nell'ombra chiara della kippah", conclude Levy, "edifichino serenamente, pazientemente, nel tempo, la loro parte del mondo che viene". In nome del rispetto di questo simbolo religioso, il Foglio ha lanciato un'iniziativa: in occasione della Giornata della memoria del prossimo 27 gennaio, invita chi lo desideri a indossare una kippah (ve la regaliamo noi, se volete mandarci le vostre foto con una kippah speditele a kippah@ilfoglio.it).

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