Perché una chiesa ricca non può che fare bene al mondo

Francesco la vuole "povera per i poveri", ma in 2.000 anni la chiesa ha raccolto molte ricchezze dai fedeli, e quasi sempre le ha usate a fin di bene. Uno studio di Peter Brown dimostra che la "povertà" cristiana non è solo quella di chi rinuncia a tutto.
Perché una chiesa ricca non può che fare bene al mondo

Sant'Ambrogio impedisce a Teodosio di entrare nella cattedrale di Milano, dipinto realizzato da Antoon van Dyck (National Gallery, Londra)

“Ah, come vorrei una Chiesa povera e per i poveri!”, continua a ripetere Papa Francesco. E’ stato del resto il suo primo mantra,  quasi una breve e potente formula  pirituale del suo Pontificato – prima ancora di quello sulla Misericordia – lanciato immediatamente, tre giorni dopo l’elezione.

 

Eppure, lungo l’arco di due millenni cristiani, la chiesa è diventata ricca recependo beni, lasciti e proprietà grazie a una moltitudine di credenti, in gran parte non eccezionalmente abbienti, che le affidarono quanto avevano perché essa investisse quei beni in opere di religione. Non soltanto basiliche e cattedrali, ma anche il primo nucleo di quello che noi oggi chiameremmo un sistema di welfare come, ad esempio, già nel IV secolo, gli ospedali.

 

Il massimo studioso del mondo tardo-antico, Peter Brown, professore emerito di Storia a Princeton, ha dimostrato che   nonostante la povertà costituisca il cuore del messaggio cristiano, già allora la chiesa si trasformò in una delle più formidabili potenze economico-finanziarie della storia.

 

Ma non grida allo scandalo, il professor Brown. Nè al “compromesso” rispetto all’ideale della rinuncia indicato da Gesù al giovane ricco nel Vangelo di Matteo. “Sono tentato di chiamare questo periodo l’Era del cammello”, sostiene il professore nel suo ultimo lavoro scientifico (“Per la cruna dell’ago”. La ricchezza, la caduta di Roma e lo sviluppo del Cristianesimo, 350-550 d.C.”).

 

Giudicato “un capolavoro” dal New York Review of Books, è uno studio “controversiale” – e forse per questo lasciato in Italia ai margini del dibattito – che apre una prospettiva inedita, rispetto al mainstream culturale sulla chiesa e la sua ricchezza, rinvigorito dal mantra papale sulla povertà. Sullo sfondo delle polemiche e degli scandali che hanno coinvolto le finanze vaticane.

 

Gli studi storici del passato, secondo Brown, si sono focalizzati sugli eroi e le eroine cristiane della rinuncia, che ricevettero il plauso immediato, “mentre la maggioranza silenziosa dei cristiani che conservarono la loro ricchezza venne lasciata cadere nell’oblio”. Secondo questa storiografia, in soccorso della massa dei cristiani “deboli” si mossero “vescovi esperti conoscitori del mondo, pronti a offrire al cristiano di media ricchezza tutta una serie di compromessi (elemosina, costruzione di chiese, lasciti testamentari) come una sorta di premi di consolazione per aver fallito nel test principale: passare per la cruna dell’ago”.

 

“Credo di aver scritto questo libro perché insoddisfatto di tale modo di vedere le cose” – sostiene Brown – cioè di considerare coloro che rinunciarono alla ricchezza come eroi di un “autentico” cristianesimo. Una sorta di sindrome di san Girolamo, per il quale lo sviluppo storico della Chiesa non era che una storia di progressiva decadenza: dal primo periodo eroico degli Apostoli alla “feccia del nostro tempo”.

 

Per lo storico americano, invece, fu proprio la “gestione” della ricchezza, e non la rinuncia a essa, a fare del Cristianesimo una religione universale, per tutto il popolo, per la plebe romana in balia dei tempi incerti della fine dell’impero. Fu lo strumento decisivo della sua espansione molto di più della cornice istituzionale fornita dall’Editto di Costantino.

 

[**Video_box_2**]Peter Brown dimostra che la ricchezza (non la povertà) della chiesa è stata la molla che ha permesso il passaggio al Medioevo. Spingendo i fedeli a “pensare l’impensabile e immaginare la possibilità di una società totalmente cristiana”.

 

Campione di questa “invenzione” fu sant’Agostino che predicò ampiamente sui rapporti tra i ricchi e i poveri, lanciò anatemi contro gli sperperi nei giochi dei circhi, ma si scagliò contro Pelagio (monaco ben introdotto nell’upper class, che convinse alla totale rinuncia alcuni nobili) non solo per la sua dottrina sul peccato, ma anche per la sua radicale critica della ricchezza.

 

E se la predicazione di sant’Ambrogio vescovo di Milano contro i ricchi costituì “un aspetto della sua carriera ecclesiastica che per lungo tempo ha affascinato i moderni”, tuttavia, il fatto che Ambrogio indicasse nell’avarizia “la radice di tutti i mali”, secondo Brown, più che una sollecitazione spirituale nei confronti dei fedeli cristiani va giudicata per quello che era realmente: “Una tenace pressione (da lui) esercitata sull’autorità costituita, nei momenti di tensione tra la diocesi e la Corte”. Cioè un modo di tenere sotto scacco il potere. Anche in questo caso, le similitudini con quanto avviene oggi non mancano.

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