Elogio di un giacobino libertino, con postille politicamente scorrette

La mia recente abiura del politicamente corretto, alla quale alcuni credono con la letteralità non ironica di una lettura molto affrettata, mi porta a leggere annuendo l’ultima opera di Paolo Flores per i tipi di Raffaello Cortina editore: “La guerra del Sacro – Terrorismo, laicità e democrazia radicale”
Elogio di un giacobino libertino, con postille politicamente scorrette

Paolo Flores d'Arcais in una foto d'archivio (LaPresse)

Tra Stalin e Trotsky, mai un’esitazione per me: Stalin. Tra Voltaire e il Papa, letteratura brillante e devozione: Papa e devozione. Tra Paolo Flores d’Arcais e Karima El Mahroug: lei. Ora la mia recente abiura del politicamente corretto, alla quale alcuni credono con la letteralità non ironica di una lettura molto affrettata, mi porta a leggere annuendo l’ultima opera di Paolo Flores per i tipi di Raffaello Cortina editore: “La guerra del Sacro – Terrorismo, laicità e democrazia radicale”. Annuendo, ecco. 
Flores scrive che Tariq Ramadan, il consigliori dell’occidente imbolsito in fatto di islam europeo e circonvicini, è una lingua biforcuta. Già scritto mille volte, già detto in tv, sarebbe una perdita di tempo per me ripeterlo. Ora Flores lo picchia, e mi fa sangue e mi risparmia perdite di tempo: picchia il suo sussiegoso “sconsiglio” pedagogico per la lapidazione della donna, picchia il suo anatema sessuofobico per le piscine miste (“perché tu vai lì e vedi quel che inevitabilmente ti attira”), picchia lo sport femminile come tabù (“non devono svelare il loro corpo agli uomini”), insomma picchia, spiega Colonia prima di Colonia, e non dimentica di considerare una millanteria l’affermazione di Tariq secondo la quale l’islam non vuole convertire nessuno in Europa. Bum!
 
Con mia piena soddisfazione Flores bistratta senza ineleganze alla Trump anche Martha Nussbaum, filosofa amerloque (copyright Matzneff) che si porta nel politicamente correttissimo, che teorizza il multitutto iperculturale e dimentica Thomas Jefferson, filosofa che ha idee piuttosto confuse e molto ben confezionate per un pubblico di confusi, roba da premio Nobel, glielo commineranno di sicuro, sezione chimica della storia. Sono soddisfazioni anche queste. Per non parlare del punto di partenza molto volterriano: Charlie Hebdo.
 
Flores non cita il “pugno” di Papa Francesco a chi parla male della mia mamma, se non vado errato, è a suo modo misericordioso, perché anche Voltaire scriveva con qualche genuflessione ai papi, come racconta Antonio Gurrado nel suo libro sull’illuminista cattolico. Ma Flores passa in rassegna tutte o quasi le sconcezze denunciate dal Foglio, da Giulio Meotti e da tutti noi per tanti anni (saranno venti compiuti il 30 gennaio, si entra nel nostro ventunesimo secolo con un formidabile direttore millennial, e una certa sobrietà celebrativa: siamo laici superstiziosi). Insomma, che un giacobino, un darwinista, uno scientista, un libertario, un democratico radicale, un membro del club azionista di Repubblica – cioè il mio avversario diretto da tempo immemorabile – faccia per me una parte del lavoro di ricapitolazione dei nostri giudizi storici, intorno ai quali il giornale è nato ed è vissuto e vive, è un bel farci contenti. Ne parleremo insieme nel simpatico bordello chiamato festival del giornalismo, e con reciproco godimento, in aprile, spero.
 
[**Video_box_2**]Flores però ha una fissazione. Lo scontro è tra il religioso e l’irreligioso, Cristo e Dio padre non c’entrano, la civiltà occidentale presa di mira è quella evoluzionista, non creazionista, non biblica, non evangelica. Scrive che bisogna esiliare Dio dalla vita pubblica, quella è l’unica soluzione, sulla cui praticabilità non mi esprimo, ci tengo alla mia vita eterna, sono un lettore di Dante Alighieri. L’islam di Flores è nemico di crociati ed ebrei in senso metaforico, in realtà il musulmano ce l’ha con i giacobini e tutti gli adepti di una completa secolarizzazione e decristianizzazione dell’occidente: bella trovata, se non fosse integralmente falsa. Non per malafede, sia chiaro, per passione filosofica, quindi forse è peggio. Che solo una società cristianamente laica e misericordiosa (a parte l’enormità di Francesco sul “pugno”, espressione pochissimo giubilare) possa ospitare vignette e libertini, questo è un problema che non lo sfiora nemmeno. Che Cristo predicasse l’amore del nemico e il perdono dell’adultera (“va’ e non peccare più, nemmeno io ti condanno”), che la chiesa sia stata passabilmente politica e violenta, in difesa e all’attacco talvolta, ma per fiorire a una nozione personalistica e liberale del moderno, attraverso la distinzione tra peccato e reato che fonda la laicità dello stato, anche grazie al contributo di gesuiti, erasmiani, riformatori, controriformatori trentini e illuministi di vario conio, certo, ma non esclusivamente grazie a loro, che il cuore della civiltà sotto attacco sia fondamentalisticamente diversamente credente rispetto al cuore della civiltà all’attacco, quella coranica, quella fondata su espansione e guerra agli infedeli, questo Flores non vuole sentirselo dire, gli sconvolge il paradigma irreligioso della critica del sacro e della valorizzazione del dissacrante. E va bene. Non vorrà nemmeno sentirsi dire da un vecchio stalinista di riporto come me che il progetto di esiliare Dio dalla vita pubblica si è realizzato per secoli nelle società giacobino comuniste naziste, ha tagliato un sacco di teste, forse troppe, e ha generato con il gas i più grandi totalitarismi della storia, criminogeni, anche questo non gli piacerà sentirselo rinfacciare. Al crocifisso e alla kippah noi ci teniamo. Ma c’è tempo, se ne parlerà in aprile, il più crudele dei mesi che genera lillà da terra morta e mescola memoria e desiderio. Auguri al libro con questa cartolina dalla mia personale terrasanta.

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