Come Elisabetta, il genio di Bowie era vestirsi e apparire. Senza insegnare

L’omaggio più memorabile e al contempo più semplice e meno enfatico al cantante inglese è stato quello di Justin Welby, arcivescovo di Canterbury e primate della chiesa d’Inghilterra. Qualcosa che non stupisce: Bowie infatti fu sempre molto attento a non seminare provocazioni ideologiche, né dettare le regole del comportamento benpensante ai Limousine Liberal.
Come Elisabetta, il genio di Bowie era vestirsi e apparire. Senza insegnare

Foto LaPresse

Londra. Durante l’arco dell’intera giornata di lunedì, che le varie reti della Bbc hanno abilmente trasformato in una camera ardente istantanea per commemorare la scomparsa del più importante artista solista rock degli ultimi sessant’anni, l’omaggio più memorabile e al contempo più semplice e meno enfatico è stato quello di un altro maschio inglese piuttosto discreto, mingherlino e pallido, che abitualmente veste anch’egli abiti molto appariscenti, minore di una decina di anni del Duca. “Mi ricordo di aver ascoltato le sue canzoni incessantemente, da giovane, soprattutto durante gli anni Settanta. Adoravo lui, il suo modo di essere, l’impatto sociale che ha avuto. David Bowie era una persona straordinaria”. A dirlo ieri, inaspettato solo per qualche distratto, è stato Justin Welby, arcivescovo di Canterbury e primate della chiesa d’Inghilterra, un moderato social-conservative che i questi giorni deve mediare fra l’ala tradizionalista e liberal sulla spinosa questione dei diritti degli omosessuali dell’intera Comunione anglicana mondiale (75 milioni di fedeli), di cui egli è primus inter pares.

 

Una rivoluzione del costume sociale nata negli ultimi anni Sessanta di cui David Bowie è stato uno dei grandi protagonisti. Nel 1970 ci aveva intrigati tutti con la foto in copertina dell’album “The Man Who Sold the World”. Lui, con lunghe trecce bionde, in un bellissimo vestito di raso firmato da Michael Fish, lo stilista top di Carnaby Street. “It’s not a woman’s dress, it’s a man’s dress” disse il nostro, creando d’embleé quel gender confusion che oggi fa tanto di moda (in questi giorni che esce il film “The Danish Girl” con l’Oscar-winning Eddie Redmayne che cambia genere sessuale).

 

Avido lettore teenager dei settimanali del settore quanto acquirente di quei dischi negli anni d’oro della musica rock progressiva, mi ricordo benissimo la coverstory del Melody Maker del 22 gennaio 1972 – a metà fra le uscite di Hunky Dory e Ziggy Stardust – quando il beniamino del glam rock dichiarò di essere gay. Non tanto il fatto il per sé, quanto la sua maniera spensierata e leggera, come se fosse un dettaglio minore, né una provocazione né una confessione agonizzata.

 

[**Video_box_2**]Da diversi anni, Bowie si presentava sul palcoscenico e in tv con i suoi costumi sfarzosi e stravaganti, seguendo il trend stabilito dall’ondata hippy-psichedelica (con i Beatles, Captain Beefheart e gli Incredible String Band in primo luogo) ma con esagerate mosse omo-erotiche incorporate, un po’ sul modello di Mick Jagger (notoriamente etero) o di Little Richard (gay ma represso). Ma erano ancora gli anni in cui la checcaggine di maniera – grottesca, ma al contempo asessuata – faceva parte del repertorio nato con i Music Hall (l’avanspettacolo inglese vittoriano, che trovava le sue lontane radici nella commedia dell’arte italiana), che ancora negli anni ’60-’70 si presentava in tv come spettacolo goliardico. L’anno successivo, con l’uscita dell’album sugli stati di pazzia (Aladdin Sane, 1973), Bowie ci fece capire invece che gay non era, ma si trattava solo di una maschera utile per una stagione, in concomitanza con un paio di tourneé in tema. Ma non ci sentivamo delusi o fregati dai suoi cambiamenti di maschera di album in album, perché aveva creato uno spazio molto accomodante per tutti i suoi fan, nessuno era escluso. Cadde in ridicolo una sola volta, quando con l’uscita del primo della “trilogia berlinese”, Station to Station nel 1976, arrivò dalla Germania in un divisa simil-fascista, gli scappò un saluto nazista, e disse alla stampa che “Hitler era la prima rock star” e che “il Regno Unito aveva bisogno di una buona dose di fascismo”. In un epoca in cui la Gran Bretagna era fortemente sotto il giogo dei sindacati, e quelli sotto l’influenza degli elementi troskisti, non ebbe molto successo. Ma lui scartò anche quella maschera, con la stessa nonchalance delle precedenti.

 

A differenza delle scemenze radical chic di John Lennon e di tanti altri, Bowie fu sempre molto attento a non seminare provocazioni ideologiche, né dettare le regole del comportamento benpensante ai Limousine Liberal. Come la Regina Elisabetta infatti, che parla pochissimo ma affida tutto il suo impatto all’apparire molto, e dappertutto, è stato sempre un discreto animale di spettacolo. Era persino modesto: nel 2003 ha rifiutato l’offerta di un cavalierato – non volle diventare Sir David Bowie, come i suoi amici Elton John, Paul McCartney o Mick Jagger – ma rimanere solo il mitico “Thin White Duke”.
 

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi