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Venite, pastori, al family day

Proclama fiero di una cattolica non mainstream contro le unioni civili che disuniscono genitori e figli

di Costanza Miriano | 13 Gennaio 2016 ore 18:00

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Il Family Day organizzato dalle associazioni cattoliche e pro life il 20 giugno 2015 in piazza San Giovanni in Laterano

Che vuol dire che la chiesa deve assumere un atteggiamento di “umiltà, disinteresse, beatitudine” – le tre parole d’ordine consegnate da Papa Bergoglio all’ultimo convegno ecclesiale di Firenze? Che cosa significa questo nel caso specifico della battaglia sulle unioni civili: niente battaglie politiche, niente posizioni pubbliche, niente piazze, nessuna approvazione esplicita a chi giudica sbagliato un determinato disegno di legge? La vulgata, cara ai politici che vogliono salvare la faccia davanti ai cattolici, e accolta a braccia aperte dalla massa di non credenti e ipocredenti (copyright Camillo Langone), vuole che questo atteggiamento disinteressato si traduca in una chiesa che dice di non avere nulla contro il riconoscimento dei diritti individuali delle persone omosessuali, a patto che si investa anche sulla famiglia. Questa in soldoni la posizione. Io credo che, al contrario, questa sia una posizione eminentemente politica (parola alla quale non do affatto un’accezione negativa: magari ci fosse un partito di veri cattolici, io per esempio sono piena di amici che non sanno più chi votare). Non condivido la posizione, ma credo appunto che sia una posizione politica, cioè di una chiesa che vuole dire la sua sulle leggi dello stato.

 

Una chiesa umile e disinteressata, per come la vedo, dovrebbe invece preoccuparsi prima di tutto del destino ultimo dei suoi figli, e non degli equilibri politici. Una chiesa della beatitudine è una chiesa che per fede sta in mezzo al mondo tormentato rimanendo serena; è una chiesa che insegna ai suoi a prendere sul serio le beatitudini – non vi è altra strada: la beatitudine, per esempio, di avere fame e sete della giustizia, e quella di non temere le conseguenze delle proprie posizioni, fossero anche persecuzioni (sugli insulti stiamo già a posto, grazie).

 

Noi credenti abbiamo bisogno di pastori che siano padri con noi, che sappiamo dirci la verità con dolcezza e fermezza, abbiamo bisogno di padri che vogliono la verità sull’uomo, non di uomini pubblici che dicono allo stato come fare le leggi, perché tanto i parlamentari fanno già tranquillamente come pare loro senza aspettare benedizioni, e tra l’altro una chiesa così è sempre meno influente sul piano politico (vedasi legge sul divorzio breve). Non vogliamo pastori come tanti di quelli tedeschi, che strizzano l’occhio al mondo, e poi hanno le chiese vuote, perché la gente è attratta dalla grandezza, le cose a buon mercato le trova ovunque. Ma non è la debolezza politica di una chiesa siffatta che mi preoccupa. Ben venga l’irrilevanza e la marginalità, se ci salviamo l’anima. O non ci crediamo più che c’è una vita eterna dopo questa?

 

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Chi si preoccupa, sennò, del destino delle persone con tendenza omosessuale? Chi continua a dire ai ragazzi che magari sono in un momento di difficoltà, di confusione, a volte magari in passaggi di crescita poco meno che fisiologici, come stanno davvero le cose sull’identità maschile e femminile – che ci vengono date alla nascita e non sono scelte – se la mentalità gender fluid ha occupato militarmente tutti i mezzi di comunicazione? Vogliamo lasciarlo un posto in cui annunciamo con chiarezza quella che per noi credenti è la verità? In chiesa, almeno, avremo il coraggio di dire quello che crediamo, o in omaggio alla cultura dominante dobbiamo dire che c’è del buono nelle unioni tra persone dello stesso sesso (sentito al Sinodo con le mie stesse orecchie)? Se non si preoccupano di questo i pastori, chi lo farà?

 

Ovviamente la verità non viene imposta a nessuno, chi non la vuole ascoltare non vada in chiesa, ma la chiesa ha il dovere di annunciarla, i pastori la devono difendere a costo della loro vita, o almeno della carriera. Lo stato farà le sue leggi, sapendo che c’è un popolo di credenti – non tanto piccolo a giudicare dalla piazza del 20 giugno – che la pensa diversamente, e che vorrebbe essere difeso e sostenuto dai suoi pastori. Non vescovi pilota che capeggiano manifestazioni, ma padri preoccupati della felicità dei loro figli. Se non sono manifestazioni che sia una preghiera ardente, ma con un’intenzione chiara e ben scandita. Padri pronti a morire perché i bambini abbiano un padre e una madre. I politici faranno i loro conti. Forse ne pagheranno le conseguenze, se i credenti grazie ai loro pastori avranno mantenuto le idee chiare. Forse no, andranno lisci. Ma questo non è un calcolo che deve interessare la chiesa.

 

Le persone omosessuali che vivono con un certo equilibrio la loro condizione disordinata (siamo tutti disordinati, in un modo o nell’altro, e molti di noi si arrabattano per trovare un modus vivendi) continueranno a farlo anche senza la benedizione cardinalizia. Ma invece chi non è sereno, chi avverte che c’è qualcosa di ferito nella sua storia, dove troverà una risposta, qualcuno disposto ad ascoltare seriamente, a entrare nella sua sofferenza, ad abbracciarlo e a cercare una via di uscita? In certi paesi sarei già incriminabile per aver detto questo, ma possibile che non si possa più nemmeno dire che ci sono persone con tendenza omosessuale che non vivono bene la loro tendenza, e non per lo stigma sociale, ma proprio per qualcosa di privatissimo e intimo? Non si può ammettere questa possibilità? (Piccola chiosa sullo stigma sociale: ma dove lo vedono? Le mie figlie di nove anni l’altro giorno sono uscite da un negozio chiedendomi se per fare i commessi in quel posto sia obbligatorio comportarsi da femmine: secondo me si sentono discriminati gli etero, in certi ambienti).

 

Quanto ai diritti: una volta per tutte. I diritti già ci sono. I conviventi possono tranquillamente andare a trovarsi reciprocamente all’ospedale, indipendentemente dal sesso. Possono andare a trovarsi in carcere, godere della protezione speciale l’uno dell’altro nel caso di collaboratori di giustizia e via dicendo. Possono comprare insieme case, intestarsi mutui e fare tutto quello che vogliono delle loro risorse personali. Una piccola quota di eredità – la legittima – può non essere a disposizione, ma è una regola che serve a tutelare in minima parte i legami familiari. La famiglia non è un bene dello stato: è un patrimonio dell’umanità, è il luogo in cui la specie si riproduce da millenni, e nessuno stato dovrebbe metterci sopra le mani. Trovo comunque pretestuoso montare un caso su questo, come sulla pensione di reversibilità, che aveva un senso quando una donna aiutava un uomo lavoratore stando a casa e tirando su i suoi figli, e che nel caso di due adulti tutti e due capaci di lavorare perderebbe la sua ragione di essere (nessuno dei due sarebbe impedito da necessità di tirar su bambini piccoli, perché due persone dello stesso sesso non li possono generare, c’è sempre questo noioso dato di realtà da ricordare, e quindi perché i nostri figli domani dovrebbero mantenere un anziano signore che si è rifiutato di lavorare e che non ha messo al mondo nuovi contribuenti?). La vera questione – guardiamoci negli occhi, e ammettiamolo – non è certo su queste fattispecie, che potranno riguardare decine di casi in tutta Italia, forse (i rapporti omosessuali tendono a essere molto più instabili e promiscui di quelli etero, che pure già non scherzano): la vera questione in gioco è il riconoscimento morale, il desiderio di un’approvazione pubblica. Su questo lo stato decida, ma la chiesa non può smettere di dire il suo no, perché non ci sono minoranze svantaggiate, non si tratta di tutelare dei diritti negati (i diritti ci sono tutti), ma in gioco c’è la verità sull’uomo e sulla donna.

 

Quanto ai diritti civili, l’espressione grida vendetta se, in cambio di una fantomatica pensione di reversibilità che sarebbe tolta ingiustamente, siamo pronti a togliere a un bambino il diritto di avere un padre e una madre, di crescere con loro ma anche di conoscerli, di sapere chi sono (perché il Pd ha fatto una legge sul diritto alle origini degli adottati? Lo capiscono anche loro che il sangue non è acqua, allora, che la nostra carne desidera conoscere le sue radici?). Che furto enorme è questo, in confronto a una pensione? Di che diritti stiamo parlando? Di quale battaglia di civiltà si blatera? La Cirinnà da assessore comunale ha emesso un regolamento che vieta di separare i cuccioli dalla mamma prima di sessanta giorni, e vuole che gli omosessuali che hanno separato i bambini dalle loro mamme possano fregiarsi del titolo abusivo di padre? Che padre è un uomo che toglie un bambino alla mamma? Che madre è una donna che non permette a un bambino di crescere con suo padre? Non usiamo impunemente questa espressione – “diritti civili” – che ricorda battaglie vere, istanze sacrosante che sono costate il sangue. Chiamiamo le cose con il loro vero nome. Diciamo che anche gli omosessuali desiderano figli, perché questo è l’istinto più potente dell’umanità, è quello che nonostante tutto ci ha portati fin qui, continuando a riprodurci per millenni. Questo desiderio è bellissimo, e lo capisco perfettamente. Ma purtroppo per fare un bambino serve un padre e una madre, è la natura. Si può aggirare, ma se Dio perdona, la natura no,non perdona, e il bambino soffrirà irreparabilmente per questo. Lo sa anche la Cirinnà che infatti si arrabbia molto se separiamo i gattini dalla gatta.

 

Per tutto questo, credo che il gesto più impolitico che potessimo fare sia stato scendere in piazza – e lo faremo di nuovo se servirà – per gridare all’uomo la verità su se stesso, per difendere i bambini, per lottare per la felicità dell’uomo, incuranti delle reazioni politiche, delle alleanze. Umili, disinteressati, beati per il sole che ci ha baciati dopo l’acquazzone.

© FOGLIO QUOTIDIANO


ARGOMENTI UNIONI CIVILI , CHIESA , FAMILY DAY , RELIGIONE , FAMIGLIA , MATRIMONIO

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