La sottomissione, raccontata con gli occhi di una ragazza yazida

Lo stupro come arma di conversione e reificazione della giovane Nadia Murad Basee. Una testimonianza, dalle Nazioni Unite all'Independent
La sottomissione, raccontata con gli occhi di una ragazza yazida

Nadia Murad Basee Taha durante la sua testimonianza alle Nazioni Unite

Padre e figlio non possono avere rapporti sessuali con la stessa donna. Non si toccano le schiave che hanno il ciclo, né quelle incinta. Bandito il sesso anale. L'Isis pretende che i propri miliziani seguano un preciso codice comportamentale con le prigioniere. Quel codice è stato redatto a gennaio dello scorso anno e ritrovato, durante un raid in Siria, diversi mesi dopo. La notizia si è diffusa poco prima di capodanno, rivoltando lo stomaco dell'occidente, che l'Isis si gloria di sconvolgere, sapendo bene che, sconvolgendolo, lo fa ritrarre. "Ci costringevano a pregare prima di violentarci", ha raccontato Nadia Murad Basee Taha, 21 anni, colpevole di far parte della comunità degli yazidi, contro cui è in atto un genocidio (lo scorso anno, lo Stato Islamico ne ha rapiti 5.200, cacciati dalle loro case altri 400mila). Gli yazidi non sono musulmani: per i wahabiti sono apostati, per i sunniti sono adoratori del diavolo. Nadia fu rapita, la scorsa estate, mentre si trovava nel villaggio di Kocho, Iraq: un commando di miliziani Isis entrò nel paese, uccise 312 uomini e portò via tutte le donne più giovani. Erano il loro bottino di guerra – come le Sabine, pensiamo noi occidentali, perché fatichiamo sempre a renderci conto che lo stupro etnico non è archiviato nelle storie antiche vergate di leggenda. 

 

Dopo tre mesi di prigionia, Nadia è riuscita a scappare. Qualche giorno fa era in Egitto, a raccontare quello che le è successo agli studenti dell'Università del Cairo. Prima ancora, aveva parlato al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, a New York. Da lì, lei lo sapeva, si parla al mondo: da lì, infatti, ci è arrivata la sua testimonianza. Lo stupro da parte di dieci musulmani basta a convertire una schiava infedele all'islam (questa la regola, anzi la missione): i suoi violentatori erano uomini dell'Isis, ma molti di più di dieci. La trattavano come una bestia, insieme alle altre. La violentavano fino a che non perdeva i sensi. 

 

In quelle norme che il Califfato ha prescritto ai propri uomini c'è anche la gentilezza: violentatele, sì, ma con garbo. Come se fosse possibile violentare una donna garbatamente, dopo averla obbligata a pregare, perché è impura, perché crede nel dio sbagliato, perché è inutile: arruolarla non si può (quello è il trattamento riservato agli schiavi maschi), non resta che asservirla, martoriarla, buttarle addosso dieci musulmani e fare di lei una schiava musulmana. 

 

Nadia ha chiesto infine diverse volte che il mondo islamico sia compatto nella condanna dell'Isis, dei suoi crimini, dei suoi genocidi commessi in nome dell'Islam. 

 

Intanto i miliziani delle bandiere nere violentano le donne, razziano, distruggono patrimoni storici, usano i bambini per fare propaganda (l'ultimo video dell'Isis, quello in cui viene minacciata la Gran Bretagna e David Cameron è definito "il mulo di Israele", si chiude con un bambino che minaccia di uccidere tutti gli infedeli): perché il loro è nichilismo travestito da ardore. Gli stessi uomini che criticano il permissivismo occidentale, si producono poi in rivoltanti stupri di gruppo, razzie, torture, assassini che non sono null'altro che orge di potere.

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