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“Come e perché io e Checco Zalone abbiamo dimostrato che il cinema italiano è nudo”. Parla Pietro Valsecchi

Il patron della Taodue Film, ovvero il produttore neo-paperone che ha scoperto e scommesso per primo sul comico parla del film "Quo Vado?" e della combriccola asfittica del cinema de sinistra

di Maurizio Crippa | 05 Gennaio 2016 ore 06:22

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Pietro Valsecchi con Checco Zalone (foto LaPresse)

Il primo dice: “Geniale. Geniale soprattutto il lancio, la comunicazione”. L’altro risponde: “Allora mi merito l’assunzione. Posto fisso”. Detto fatto: “Ti mando alle isole Svalbard”. In tre frasi al telefono c’è tutto, ma proprio tutto, il sopracciò del dibattito (vedi alla voce: “Segue dibattito” nei cineclub che davano l’orticaria a Paolo Villaggio) politico-sociologico e persino egemonico-culturale (vedi alla voce: essere ancora alle prese con Gramsci) lievitato come una bella meringa dopo i tre giorni che sconvolsero il botteghino. Il film di Checco Zalone è qualunquista? E’ di destra? E’ subdolo e renziano (usati come sinonimi)? E’ solo un cinepanettone, ma gli va più di culo che a De Sica? Un genio? Il nuovo Alberto Sordi (vedi alla voce: “Ve lo meritate, Alberto Sordi”)? Siccome tutto questo è già spiegato in quelle tre frasette, non staremo a dire chi stava da una parte e dall’altra dello smartphone. Lo sapete già (e se non ci arrivate ve lo diciamo alla fine, come nella Settimana enigmistica).

 

Diremo solo che Pietro Valsecchi (“chiamatemi artigiano”) patron della Taodue Film, ovvero il produttore neo-paperone che ha scoperto e scommesso per primo su Checco Zalone (“non sai la fatica per fargli fare il primo film, non lo voleva nessuno”) e adesso si lustra gli occhi per Quo vado? è quasi più contento (quasi, va) di potersi levare un paio di sassolini dalle scarpe che neanche del trionfo nelle sale. Sassolini a proposito di Checco Zalone, del suo lavoro e soprattutto del cinema italiano con pretese culturali (di sinistra, va da sé). O per meglio definirlo: quella consorteria litigiosa e asfittica, con la puzza sotto il naso senza nemmeno avere fiuto, che è il mondo del cinema italiano – autori e critici – con il suo birignao eterno da sinistra in salotto, conformista e inconcludente.

 

Ed è contento, Valsecchi, di poterseli togliere col Foglio, i sassolini (vedi alla voce Mariarosa Mancuso che, antesignana, nel 2010 scriveva: “Ma chi è costui, e come mai lavora a Canale 5 pur sfottendo Berlusconi?, la risposta è semplice. Checco Zalone fa ridere fino alle lacrime, Serena Dandini no”. E vedi anche alla voce “Perché la sinistra ha paura di Checco Zalone”, che è un capitolo delle Catene della sinistra, il libro che ha fatto incontrare come in una commedia americana Claudio Cerasa, autore, e Pietro Valsecchi, produttore). Così adesso Valsecchi dice: “Siete stati i primi a riflettere sul fatto che Checco Zalone metteva in crisi gli intellettuali di sinistra. E adesso anche loro – chi più chi meno, chi con sforzo più evidente chi abbozzando – si sono arresi alla ‘checcomania’”. Che poi, a parte il box office, che tipo di fenomeno sarebbe? “La sorpresa di una comicità che coglie un’Italia sospesa tra gli anni 50 e il 2020, ma senza fare della sociologia, della teologia. Così ne esce un film che unisce tutti gli italiani, perché tutti ci si riconoscono, tutti ridono. Tutti, tranne quelli con la puzza sotto il naso. Quelli che non riescono ad ammettere che un film così, invece, appartiene alla cultura: perché un film che fa ridere e unisce un paese è un pensiero”.

 

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Ma Checco Zalone è stata una scommessa da produttore, non solo un colpo azzeccato. E ha avuto tutti contro, soprattutto la critica. Così oggi costatare che quell’autore, quell’attore e “quel progetto pensato passo passo assieme a Checco e a Gennaro Nunziante, il suo regista e amico” (che bello, quando nelle interviste Nunziante lo chiama Luca, come nella vita) è in grado di dire qualcosa agli italiani – da quanto non lo si vedeva, un blockbuster italiano? – vale anche più di un David di Donatello: “Il nostro premio è il pubblico”, dice il produttore proprio come dicevano i vecchi volponi di Hollywood: la critica mi ha stroncato, andrò in lacrime a portare i dollari in banca. La faccenda è che ai fatti, prima o poi, anche i raffinati intellò devono adeguarsi. Soprattutto quando la prova del nove arriva da uno come Adriano Celentano, che ha scritto sul Corriere della Sera che “l’intellettuale Zalone” è “un efficace toccasana” a tutte le malinconie. Valsecchi gongola: “Ringrazio molto Celentano, perché da Re degli Ignoranti ha capito chi è Zalone. Come del resto l’aveva capito, tra i primi, De Gregori. Invece quando io, in conferenza stampa, mi sono azzardato a dire ‘è il nuovo Alberto Sordi’, tutti a fare ‘mmm…’. Non capiscono proprio”. Adesso però la “checcomania”, come la definisce lei, è conclamata. O per meglio dire è esplosa, e forse è la volta buona che il botto faccia crollare tutta l’impalcatura posticcia, stantia, della “cultura del cinema”, intesa come giardino chiuso e riservato ai soli addetti. Ai cultori della materia. “Il cinema italiano è un mondo di piccole caste. Gente che si premia solo tra loro, e ogni premio per te è un’invidia per me. Un mondo cui io sono estraneo, e a cui Checco Zalone è estraneo: lo considerano un marziano”. Lo considerano di serie B, il comico che arriva da Telenorba, nemmeno da Rai3, mentre solo il cinema d’autore sarebbe cultura di serie A: le sembra ancora possibile? “C’è un tabù, come se il cinema fosse solo quello. E’ gente, quella del cinema, che nella maggior parte ancora non guarda la televisione. Venire dalla tv è un marchio d’infamia”. Le sembra ancora possibile, nell’epoca delle serie e di Netflix? “Negli Stati Uniti non è mai stato così, neanche prima. Un grande comico, nel mondo dello spettacolo, non è mai stato da meno di un autore drammatico”. Ma c’è qualcosa di più, e di peggio, secondo Valsecchi: “La verità che in Italia c’è, nel cinema come in tutto il resto, un grande tabù culturale: il successo non è un merito. In ogni campo: per l’artigiano, per l’imprenditore, per chi innova. Avere successo non significa nulla. Al massimo c’è invidia. Persino nel cinema funziona così, a parte qualche osanna per l’Autore”. Con la maiuscola. C’è una risposta significativa che Checco Zalone ha dato in un’intervista: “La prima volta che ho visto un set mi è preso un colpo: 70 persone, 70 famiglie, 70 bocche da sfamare. A qualsiasi uomo di coscienza il dubbio verrebbe: chi cazzo li paga questi qui?”. Punto centrato. “Con un film come Quo vado? in America faresti un miliardo di dollari, ci faresti gadget, ci faresti merchandising. Qui ancora dicono che è un cinepanettone, che non è arte”. Solo questione di vecchia politica culturale, quella con monopolio di sinistra? Questione di mentalità, soprattutto, secondo Valsecchi: “Da noi – e ben vengano i complimenti del ministro Franceschini, e ben vengano gli investimenti – sono tutti lì a piagnucolare e chiedere le leggi sul cinema, il finanziamento pubblico. E le idee? E guardare la realtà italiana per provare a raccontarla? Per me fare cinema è passione e progetto, noi produttori siamo i portatori di contenuti. La differenza è che io non penso di vivere in un mondo a parte, né Checco Zalone pensa di vivere in un mondo a parte. Lui guarda la realtà, la racconta con una chiave comica, per questo il pubblico riconosce se stesso”.

 

Poi c’è il tabù dell’intellò, del critico. Tra vent’anni, c’è da scommeterci, saranno tutti lì a parlare di Zalone come di Totò, come persino si parla ora di Franchi&Ingrassia: ah, erano grandi, raccontavano l’Italia, e non ce ne siamo accorti. “Capiterà, e sarà un segno che ho ragione io, che ha ragione Checco Zalone. Chi sa veramente guardare l’Italia? Quelli che pretendono la satira di sinistra, la sociologia?”. Quelli insomma che ancora oggi, a “checcomania” conclamata, abbozzano con un po’ di fatica. Vedi alla voce Cristian Raimo, che pure non è tra i peggiori, che ieri su Internazionale, per poter dire bene di Quo Vado? è stato costretto a semiotizzare, o forse proprio a somatizzare: “La narrazione è quindi una metanarrazione, sul modello perfetto di Prendi i soldi e scappa… è uno Zelig alla meridionale”. E a rimproverare “il guizzo di coraggio” che manca al blockbuster nazionale: “Confrontarsi con un mondo che non sia solo bidimensionale. Altrimenti il serio rischio che corre è di trasformare la sua bonarietà in un’indulgenza plenaria… forse però è proprio il motivo per cui Quo vado? sta facendo soldi a palate”.

 

Insomma, siamo sempre alla politica. Qualunquista? Troppo di destra? Forse renziano? “Non è questione di destra o sinistra. C’è solo buon cinema e cattivo cinema”, preferisce dire Valsecchi. “La verità culturale è questa: Checco Zalone si è imposto al pubblico, all’Italia, perché ha detto che ‘il re è nudo’. Ma stavolta il re nudo è il piccolo mondo antico del cinema italiano, con le sue piccole presunzioni”. Dopo un’impresa simile, il posto fisso Pietro Valsecchi se lo merita davvero. “Magari. Ma Renzi ha detto che mi manda alle isole Svalbard”.

© FOGLIO QUOTIDIANO


ARGOMENTI PIETRO VALSECCHI , CHECCO ZALONE , CINEMA , SATIRA , COMICI , QUO VADO

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