Quel Natale in cui Agatha Christie uccise Poirot

Quarant’anni fa usciva “Sipario”, ultima avventura del celebre detective belga. Poirot era amatissimo dai lettori, ma detestato dalla Christie che gli preferiva Miss Marple. Lui si vendicò: la Regina del Giallo morì meno di un mese dopo.
Quel Natale in cui Agatha Christie uccise Poirot

“Considerate questo considerate questo: ci trascinarono per tutta quella strada
Per una Nascita o per una Morte? Vi fu una Nascita, certo,
Ne avemmo prova e non avemmo dubbio. Avevo visto nascita e morte
Ma le avevo pensate differenti; per noi questa Nascita fu
Come un’aspra ed amara sofferenza, come la Morte, la nostra morte.”

 

 

È probabile che Agatha Christie conoscesse la poesia “Journey of the Magi”  di Thomas Stearns Eliot: fra l’altro il celebre poeta americano naturalizzato britannico era più vecchio di soli due anni (classe 1888 contro classe 1890). La Regina del Giallo era una devota cristiana (fra i firmatari della petizione che nel 1971 assicurò che la messa secondo il vecchio rito in latino continuasse a essere celebrata nelle Isole Britanniche) e l’affascinante poesia, in modo teologicamente corretto, collega la nascita di Gesù a Natale alla sua morte in croce a Pasqua.

 

Ma se, quarant’anni fa, nel Natale del 1975 scelse di far uscire il romanzo “Sipario - L’ultima avventura di Poirot” (Curtain: Poirot’s Last Case) nel quale moriva il suo detective più famoso non fu per ragioni teologiche. La salute della celebre scrittrice ormai ottantacinquenne traballava, non riusciva più a scrivere: ma voleva far uscire il consueto romanzo natalizio, il “Christie for Christmas”, e optò per un romanzo scritto oltre trent’anni prima in piena seconda guerra mondiale. Allo stesso periodo risaliva anche “Addio Miss Marple” (“Sleeping Death”), uscito postumo nel quale tuttavia l’amata vecchietta Miss Jane Marple resta in vita.

 

Hercule Poirot, il grande detective “belga non francese” (come ci tiene a ribadire agli interlocutori, ingannati dai suoi dai suoi vari bien, mille tonnerres  e mon ami) in “Sipario” torna a Styles Court, luogo della sua prima avventura, “Poirot a Styles Court” ("The Mysterious Affair at Styles"), scritta durante la Grande Guerra (infatti è un profugo belga in Inghilterra, poliziotto in pensione) e pubblicata nel 1920, ritrova il suo “Watson”, il fido capitano Arthur Hastings, e subisce una atroce sconfitta: si lascia morire, evitando di prendere le sue pastiglie per il cuore, dopo aver ucciso un criminale che non riusciva a consegnare alla giustizia, contravvenendo quindi ai suoi principi, fieramente contrari all’omicidio.

 

Poirot era amatissimo dai lettori, ma detestato dalla Christie che gli preferiva Miss Marple. “E di Poirot cosa pensava?” ha scritto il giallista Julian Symons rievocando una sua intervista alla scrittrice. “Aveva ricevuto molte lettere dai lettori in cui si affermava che doveva amarlo moltissimo", continuò lo scrittore. "Un errore madornale! Non lo posso soffrire”.

 

Nei confronti del suo personaggio nutriva sentimenti analoghi a quelli che Arthur Conan Doyle provava per Sherlock Holmes. L’autore scozzese lo aveva ucciso nel racconto “L’ultima avventura” (“The Final Problem”), nel 1893, ma poi era stato costretto dalle proteste dei lettori a riportarlo in vita, dieci anni dopo, in “La casa vuota” (“The Adventure of the Empty House”).

 

Agatha Christie, donna pratica, sa che i lettori lo adorano e quindi lo fa morire solamente alla fine della carriera.

 


Agatha Christie


 

Del resto ha Poirot per protagonista il romanzo che la rende la Regina del Giallo, il famoso “L’assassinio di Roger Ackroyd” (“The Murder of Roger Ackroyd”) del 1926 nel quale l’assassino (speriamo di non essere accusati di “spoilerare” un libro di novant’anni fa), cosa mai avvenuta prima, è il narratore stesso, che nel finale si giustifica, parlando ai lettori come se fosse la stessa autrice, dicendo che le parole “ho fatto quel che andava fatto” erano una chiara ammissione di colpevolezza.  

 

[**Video_box_2**]Dame Agatha (così chiamata per l’onorificenza conferitale dalla regina Elisabetta)  era un’ammiratrice di Conan Doyle e Poirot ha in effetti più di un debito con Holmes, del resto Poirot, Hastings e l’ispettore Japp, con il quale collabora in amichevole rivalità formano un perfetto trio, detective-amico spalla-poliziotto simile a quello Holmes-Watson-Lestrade. Ma Poirot è anche diverso. Se Holmes è un superuomo, acutissimo osservatore, e a tratti anche uomo d’azione, Poirot è bassino, sul metro e sessanta, i baffi impomatatati arricciati in punta dei quali è orgogliosissimo, la testa a forma d'uovo, i modi cerimoniosi uniti a una fortissima autostima; sembra bizzarro agli occhi dei suoi interlocutori anglosassoni, che lo sottovalutano. E sbagliano: il suo ego è pienamente giustificato, è un detective infallibile, grazie alle sue leggendarie “piccole cellule grigie”, Poirot scruta l’animo umano, si fa beffe, lui, outsider straniero, di assassini quasi sempre britannici al cento per cento.

 

Forse si sono ispirati a Poirot Richard Levinson e William Link quando alla fine degli anni Sessanta hanno creato il Tenente Colombo: sporco, trasandato, di origine presumibilmente italiana, è una sorta di alieno nelle sontuose dimore dei ricconi di Los Angeles, che non lo prendono in considerazione, e vengono da lui incastrati per omicidio.

 

Poirot è innegabilmente un genio e lo sa: ma un genio cortese, accattivante, decisamente più simpatico di Holmes, che dal canto suo, però, è più duttile, si presta a maggiori reinterpretazioni. Ci sono innumerevoli romanzi, fumetti, film e telefilm “apocrifi” di Holmes, in certi casi superiori alle opere “canoniche” di Conan Doyle,  mentre l’unico romanzo con Poirot non opera dalla sua creatrice, "Tre stanze per un delitto" ("The Monogram Murders") scritto da Sophie Hannah (classe 1971, aveva quattro anni quando la Christie lo ha ucciso), si è rivelato piuttosto deludente.

 

La stessa Christie aveva cercato strade nuove quando a partire dalla metà degli anni Trenta, manda Hastings in Argentina e fa agire Poirot senza spalla, a volte affiancato dalla sua alter ego Ariadne Oliver, scrittrice di gialli che prova per il suo detective  lo stesso affetto di Dame Agatha per l’investigatore belga.

 

Poirot, detestato dalla sua creatrice è invece amatissimo da lettori e artisti.

 

L’olandese Karel Thole è più noto come illustratore di fantascienza ma le copertine dei romanzi di Agatha Christie che ha realizzato per gli Oscar Mondadori sono autentici capolavori. Ne esiste persino una versione disneyana, Hercule Paperot, che affronta il ladro gentiluomo Fantomius, una sorta di antenato di Paperinik, in avventure  scritte e disegnate da Marco Gervasio. E l’adattamento televisivo, con settanta episodi tratti da tutti i romanzi (trentatré) e racconti dell’investigatore, terminato due anni fa e iniziato nel 1989, sembra una sorta di “atto d’amore” del protagonista David Suchet.


 
Sarà poi davvero morto? Lo stesso Symons nel libro “I grandi detectives” in cui studia sette celebri investigatori (oltre a Poirot ci sono Holmes, Maigret, Ellery Queen, Nero Wolfe, Philip Marlowe e, unica donna. Miss Marple) non solo gli dedica un racconto “apocrifo” nel quale agisce con il Commissario Maigret (creato dal belga Simenon), ma cerca di smentire la sua leggendaria età. Se era andato in pensione dalla polizia belga nel 1904, nel 1975 doveva avere almeno 120 anni. Per Symons Poirot in realtà sarebbe morto negli anni Quaranta e la Christie avrebbe “attualizzato” i libri usciti nei decenni successivi, in realtà relativi a casi precedenti.

 

Ma se fosse soltanto un’abile azione di depistaggio? Dopotutto, in “Sipario” Poirot finge di avere bisogno di una sedia a rotelle però in realtà cammina benissimo. E se avesse finto la propria morte? È solo un caso che Dame Agatha sia morta il 12 gennaio 1976, appena tre settimane dopo l’uscita di “Sipario”? Probabilmente Poirot continua a fare il detective, ed è uno splendido centosessantenne.

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