Libri per sopravvivere ai pranzi con i parenti e iniziare il 2016

Dall’“eretica” Ayaan Hirsi Ali alla scrittura sonora di Paolo Nori passando per grandi classici, viaggi eterni, brevi aforismi e nuove uscite. Saggi, romanzi, racconti e fumetti da regalare a Natale e leggere durante le feste. Consigli foglianti di lettura.
Libri per sopravvivere ai pranzi con i parenti e iniziare il 2016

Norman Rockwell, illustrazione per una copertina del Saturday Evening Post del 1926

Ayaan Hirsi Ali, “Eretica. Cambiare l’islam si può”

Rizzoli 2015, 300 pp., 19 euro (ebook 9,99 euro)

 

E’ un libro eretico e scandaloso, tosto e sincero, acuto e sfacciato ed è un libro che bisogna leggere e imparare a memoria se si vuole capire cosa sta succedendo in quella pentola a pressione che è l’islam fondamentalista. Il libro giusto da leggere durante le vacanze di Natale è “Eretica” di Ayaan Hirsi Ali, la 46enne attivista politica e scrittrice somala naturalizzata americana, moglie di Niall Ferguson, da dieci anni minacciata a morte dal fanatismo islamico dopo aver partecipato al documentario “Submission” del regista olandese Theo Van Gogh, assassinato a sua volta il 2 novembre 2004 da un estremista islamista. Hirsi Ali ha il merito di spiegare senza il velo pigro del politicamente corretto qual è la vera radice dell’islam fondamentalista, le ragioni per cui “non siamo noi che dobbiamo adeguarci al loro credo e alla loro sensibilità ma sono loro che devono imparare a convivere con la nostra totale dedizione alla libertà di parola” e i motivi che ci portano a dire che “è sciocco insistere sul fatto che le azioni violente degli islamisti radicali possano essere separate dagli ideali religiosi che li ispirano: è arrivato il momento di riconoscere che tali azioni sono mosse da un’ideologia politica, un’ideologia insita nello stesso islam e nel suo libro sacro, come pure nella vita e negli insegnamenti del profeta Maometto”. Ma la particolarità di “Eretica” non è solo la disamina spietata della radice del fondamentalismo islamico ma è il tentativo di trovare una chiave utile per permettere all’islam di avviare una sua profonda quanto difficile riforma religiosa e culturale, partendo da cinque princìpi fondamentali che rendono oggi una certa interpretazione dell’islam incompatibile con la modernità. Lo status del Corano di ultima parola immutabile di Dio e l’infallibilità di Maometto in quanto ultimo messaggero divinamente ispirato. L’enfasi sull’Aldilà rispetto al qui e ora. La pretesa della sharia di essere un sistema di leggi onnicomprensivo che governa sia la sfera spirituale sia quella temporale. L’obbligo per qualunque musulmano di ordinare il bene e proibire il male. Il concetto di jihad o guerra santa. “Gli imam – scrive Hirsi Ali – dovrebbero occuparsi di rendere questo mondo un paradiso anziché insistere sul fatto che l’unica vita importante sia quella che ha iniziato dopo la morte”. E per questo, oggi più che mai, secondo Hirsi Ali, per capire la natura del conflitto innescato dal fondamentalismo islamista, può essere utile tirar fuori dall’album dei ricordi la famosa e profetica frase di Golda Meir, ex primo ministro di Israele: “Avremo la pace solo quando gli arabi ameranno i loro figli più di quanto odiano noi”. Sostituiti le parola arabi con la parola islamisti e avrete forse più chiaro cosa c’è in ballo oggi nel nuovo drammatico scontro di culture e di civiltà.

Claudio Cerasa

 

 

Niccolò Ammaniti, “Anna”

Einaudi 2015, 284 pp., 19 euro (ebook 9,99 euro)

 

In queste settimane di orrore spiegato ai bambini, quando nemmeno i grandi sanno usare le parole giuste ma il terrore arriva e ti costringe a mettere in fila quel che conta, “Anna” di Niccolò Ammaniti è diventato il mio manuale di riferimento. Anna combatte contro la malattia che si porta via il suo mondo, rosicchiandolo inesorabile, si affida a quel che le ha lasciato scritto la mamma prima di morire – un diario preciso e struggente – e cerca di portare in salvo il suo fratellino. I grandi muoiono, i bambini possono sopravvivere, almeno finché restano bambini. La solitudine è “sconfinata e ottusa” per Anna, ma la voglia di farla finita non la sfiora mai, perché la vita è più forte della morte, anche se siamo “disperati, menomati, ciechi continuiamo a nutrirci, a dormire, a nuotare”, e soltanto quando suo fratello le dice che è bugiarda, che lo ha ingannato, Anna trema e vacilla. Tacere la verità per proteggersi, o proteggersi dicendo la verità? La corsa di Anna verso la vita è potente e decisa, anche quando il dolore è fortissimo lei non si lascia ingannare, si tiene aggrappato il fratello sempre, si innamora e quasi non lo sa, ma il progetto di Pietro diventa all’improvviso anche il suo, perché così si combatte la paura, con una buona cena, una catenina da portare al collo, una moto da sistemare che può accelerare la fuga dal terrore, e mentre tutto attorno dice arrenditi, Anna non sa cosa significhi fermarsi. Ecco come si spiega l’orrore ai bambini, leggendo e rileggendo questo romanzo magico, soprattutto le ultime due parole in cui c’è la spiegazione del perché sarà una guerra lunga, ma la vinceremo.

Paola Peduzzi

 

 

John Barth, “L’Opera galleggiante”

Minimum fax 2003, 300 pp., 12 euro

 

Il libro che ho scelto è “L’Opera galleggiante” di John Barth, un romanzo sperimentale scritto nel 1956. A parte l’argomento trattato, che è attualissimo ma sui cui è meglio soprassedere per non rovinare la lettura – basti dire che c’entrano un eccesso di nichilismo e il piano di un suicida per compiere un attentato dinamitardo – colpisce davvero come è scritto il romanzo. Barth vince una scommessa perché si infila apposta in un registro letterario molto alto, scrive frasi complesse, fa digressioni tecniche e sceglie una struttura temporale non lineare (è un continuo andare avanti e indietro) – e ne esce da scrittore virtuoso in splendida forma. Ho un debole per “L’opera galleggiante” non soltanto per la bravura e per il tema, ma anche perché tocca e conferma una delle mie idiosincrasie personali, ovvero che i romanzieri devono fare i bravi romanzieri e i giornalisti – soprattutto quando si occupano di cose successe all’estero – dovrebbero fare i giornalisti, e quindi dovrebbero scrivere pezzi scarni, in stile Cluedo, in cui si capisca chi ha ucciso chi, si spieghi come l’ha fatto (con una pistola? con un pugnale?) e si specifichi dove – se di sopra in soffitta o giù in cantina. Altrimenti, se si prova a imboccare la strada del fatto romanzato, ricordarsi che c’è stato Barth prima di noi. Meglio lasciare perdere lo strutturalismo, atteniamoci ai fatti.

Daniele Raineri

 

 

Pietrangelo Buttafuoco, “Buttanissima Sicilia”

Bompiani 2014, 206 pp., 12 euro (ebook 6,99 euro)

 

Il mio libro del 2015 è “Buttanissima Sicilia” di Pietrangelo Buttafuoco. Lo è senza dubbio. Non solo per via dell’argomento; non solo perché l’ha scritto un mio amico; non solo perché il libro sé, dialogando con l’autore, l’ho visto crescere; non solo perché – manco a dirlo – l’ha dedicato a me; non solo perché da Buttanissima s’è poi generato il teatrino, di cui firmo la regia – quello che con Salvo Piparo, con Costanza Licata e con Irene M. Salerno, e con la manina di Ficarra & Picone – ha macinato il tutto esaurito in tantissime piazze, prossimo ad arrivare anche alla stagione del Carignano di Torino; non solo perché da quel libro giallo ne è derivato un vero e proprio movimento d'opinione ma anche per altri motivi.

 

Eccoli: “Buttanissima Sicilia” è dedica d’amore alla propria terra da parte di chi, andandosene via, l’ha incisa sulla pelle; grido di rabbia e di passione di chi vede quel triangolo, tutto lapilli mare coste grano ulivi gelsomini, violentato da clientelismo e apatia. C’è tutta la Sicilia, quella di “ieri, oggi e domani”: personaggi del recente passato e del presente dalla penna impietosa escono attori di una tragedia che si consuma nell’incuria del governo di Roma. E’ un libro elegante nel suo dare in letteratura lo scempio ridicolo e tragico dei siciliani che comandano. E’ un travaso continuo dalla letteratura alla cronaca, dagli aneddoti alla riflessione. E’ il cuntu di una terra che ha fatto delle virtù, vizio e dell’innocenza, colpa. Una su tutte, l’Antimafia.

 

Il libro esorcizza quel “muoviti fermo”, l’ethos dei gattopardi siciliani che, della Sicilia, ha fatto purtroppamente la fogna del potere.

Giuseppe Sottile

 

 

Dino Buzzati, “La boutique del mistero”

Mondadori 2000, 238 pp., 9,50 euro

 

C’è anche un “Racconto di Natale” tra i 31, bellissimi, racconti di quello che probabilmente è il vero capolavoro di Dino Buzzati, “La boutique del mistero”, uscito nel 1968. Ed è un racconto perfettamente in tema con il Giubileo della Misericordia, con il piccolo prete don Valentino che vuole tenere Dio tutto per sé e il suo arcivescovo, e non lasciarlo a nessuno: Dio allora fugge dalla cattedrale, va a trovare prima una famiglia, poi i contadini nella campagna, ma appena qualcuno dice “è solo mio” se ne va, per tornare infine dall’arcivescovo, assorto in preghiera. In realtà tutti i racconti della “Boutique” sono “natalizi” nel vero senso del termine. Pochi scrittori infatti hanno saputo indagare il mistero che c’è in tutte le cose come ha fatto Dino Buzzati. Un mistero che non è ignoto, ma che anzi vorrebbe incontrare l’uomo per farsi conoscere. E’ il caso del Colombre, mostro marino che tutti pensano voglia mangiare i marinai, e da cui molti fuggono, salvo scoprire alla fine della vita che portava in dono la Perla del Mare, la quale avrebbe dato al suo possessore “fortuna, potenza, amore, e pace dell’animo”. Il mistero in Buzzati non è né quasi mai cattivo né distante: è l’uomo che, distratto, egoista e ingannato dal tempo non lo vede, né sa riconoscerlo. Ogni storia narrata ha l’aria di una sconfitta, ma in fondo non lo è: basta girare pagina per scoprire che il mistero ci riprova, in un altro racconto, sotto un’altra forma. L’uomo probabilmente continuerà a non riconoscerlo, e sprecherà la vita a rimpiangere le occasioni perse, come capita in tanti racconti di Buzzati. Il mistero, però, continua a bussare, incurante della nostra distrazione.

Piero Vietti

 

 

Angelica Calò Livnè, “Memorie di un angelo custode”

Cantagalli 2015, 144 pp., 14 euro (ebook 9,99)

 

Una ragazza ebrea del Testaccio abbandona Roma e l’Europa negli anni Settanta, quando l’antisemitismo non aveva ancora rialzato la testa con il vigore di oggi, per andare a vivere in un kibbutz sperduto nel nord di Israele, il kibbutz Sasa, in una sorta di unghia in perenne assedio. E’ la storia di Angelica Edna Calò Livne, l’autrice di questo libro straordinario che è insieme memoria e percorso di educazione. Dalla sua finestra di casa Angelica vede il Libano e la Siria. Ha vissuto tanti conflitti. Eppure, ogni pagina di Angelica trasuda ottimismo. In questi tempi di settarismo e fanatismo, Angelica offre il volto di un Israele morale, giusto, creativo, migliore. Offre il mistero del popolo di Israele, di chi ogni giorno si confronta con il vivere in un paese costretto a difendersi da chi lo vuole distruggere, ma che non rinuncia mai alla speranza. Angelica ha creato “Beresheet La Shalom”. Cerca la pace, l’amicizia e il rispetto tra etnie diverse in nome di una pedagogia in cui l’identità individuale potenzia quella collettiva, basata sulla collaborazione e sulla responsabilità dell’individuo verso il gruppo e viceversa. Al suo teatro partecipano ragazzi ebrei, cristiani, musulmani, drusi: è il grande melting pot israeliano, l’unica società davvero multiculturale che funziona, ma che non arriva mai, che non penetra mai la stampa europea, sempre pronta invece a biasimare lo stato ebraico per “l’occupazione”, a offrirne l’immagine distorta. Ecco, nel momento stesso in cui Israele viene dipinto agli occhi dell’opinione pubblica internazionale come un usurpatore e uno stato canaglia, il libro di Angelica Edna Calò Livne porge al mondo il volto migliore d’Israele. Quello della civiltà della vita.

Giulio Meotti

 

 

Due libri sull’India

 

Non consiglio di leggere un libro, ma due. Riguardano l’India, perché il mondo si perderà o si riscatterà in India, e non ci sarà tanto da aspettare. Il primo libro si chiama “Delhi”, l’autore si chiama Rana Dasgupta, e l’ha pubblicato Feltrinelli: 461 pp., 25 euro. Il secondo libro si chiama “Gandhi tra Oriente e Occidente”, l’autore è mio fratello Gianni Sofri, e l’ha pubblicato Sellerio: 294 pp., 16 euro. Dasgupta è nato a Londra nel 1971, e dal 2001 si è trasferito a Delhi per frequentare i posti e ascoltare le persone. Ne è venuto un racconto meraviglioso di Delhi e della classe media che ne segna il paesaggio umano. La combinazione fra il saggio, la digressione storica, la conversazione generosa, produce l’effetto di viaggio lussuoso che ricorda il “Congo” di David van Reybrouck. Se fossi un giovanotto di buona famiglia, o anche un signore di mezza età e rendita intera, leggerei “Delhi” e poi partirei per andarci a vivere sei mesi, salve protrazioni. Se fossi un vecchio uomo squattrinato, come sono, leggerei “Delhi” e me ne accontenterei, e caso mai userei i miei quattro risparmi per andarci a morire, ma allora nel Rajasthan. Dasgupta spiega alcune cose essenziali. Per esempio, a proposito di Delhi “capitale dello stupro”: “Alcune vittime venivano lasciate per strada in condizioni talmente abiette e miserabili da far pensare non tanto al sesso, quanto a una punizione, a uno sterminio, a una guerra”. Dasgupta ha capito che lo scontro non è fra il nuovo che avanza e il vecchio che resiste, ma fra una liberazione e una rivalsa contro la liberazione. “Le giovani donne si affidavano con entusiasmo al mutare dei tempi, perché avevano molto da guadagnare e poco da perdere dal fatto di uscire di casa… Per gli uomini era diverso. Loro avevano un peso nell’ordine precostituito. La loro quiete interiore derivava dall’idea di una donna che governava la casa, e ci restava. Per gli uomini, la trasformazione della società rappresentava una minaccia”. Dasgupta ha vissuto a Cambridge, e da lì è partito per l’India. Gandhi, che era nato nel Gujarat, partì per andare a studiare in Inghilterra, rompendo con gli obblighi della sua casta, che vietava la traversata del mare, e giurando di astenersi da carne, alcool e donne. A Londra si imbatté in vegetariani e teosofisti, fece conoscenza con la Bhagavad Gita, imparò ad apprezzare l’induismo. Geografia e storia si mescolano e girano un po’ in senso orario, un po’ in senso antiorario. Gianni Sofri comincia da lì e arriva fino all’India di oggi.

Adriano Sofri

 

 

Carlo Dossi, “Corruzioni. Le ‘Note azzurre’ manipolate da Giorgio Dell’Arti”. Con una nota di Alberto Arbasino

Edizioni Clichy, 232 pp., 12,90 euro

 

Un Longanesi dell’Ottocento (o forse un Flaiano, come dice Alberto Arbasino nell’introduzione), ma sboccato e improvvisamente profetico, spiritoso e poi profondo, con Vittorio Emanuele II al posto di Mussolini e Manzoni al posto di Moravia. E ogni nome del passato apre uno squarcio sul presente. Fanno il botto Banca Etruria e Banca Marche, qualcuno specula sulle popolari? “La bancomania invase l’italia dal 70 al 75 – arricchendo tanti birbanti, e mettendo sul lastrico tanti sciocchi”.  Viene arrestato il direttore della biblioteca dei Girolamini, quel Massimo Marino De Caro che a Napoli vendeva gli antichi volumi ch’era chiamato a proteggere? “Fino a questi ultimi anni, le biblioteche italiane patirono un quotidiano saccheggio. Altro che Unni e Maometto! A Milano esisteva un librajo-antiquario (credo si chiamasse Vergani) il quale si assumeva di procurare, a chi lo pagasse, qualunque libro raro purché esistesse a Brera”. C’è persino il Bunga Bunga del primo sovrano d’Italia: “Nelle sue gite di caccia a Valsavaranche era seguito da un harem di donne – Amava sopra tutte la Rosina Vercellana (poi contessa di Mirafiori) e ai figli di lei diceva: ‘Umberto e Amedeo sono i figli della nazione; voi i miei’”. E le lauree del Trota ai tempi non si prendevano in Albania: “A Napoli, tanta è la venalità, che chi vuol essere laurato in leggi, in medicina, in matematiche, e non l’avrebbe potuto per crassa ignoranza, vi si reca e da’ 200 lire al bidello. Il quale, tenendosene 100 per sé, passa le altre cento a un quidam che fea il mestiere dell’esaminando”. Ed era l’Italia appena fatta, quella di Carlo Dossi. Eh.

Salvatore Merlo

 

 

James Ellroy, “Perfidia”

Einaudi 2015,  890 pp., 22 euro

 

Primo romanzo di una nuova trilogia, dopo il quator Dalia nera, Il grande nulla, L.A.Confidential e White Jazz, che Ellroy dedica a Los Angeles, culo dell'America e cuore nero del suo sogno. Ottocentottantadue pagine e quella solita scrittura a mitraglia che fa girare la testa.  Siamo a cavallo dell’8 dicembre 1941, giorno dell'attacco giapponese a Pearl Harbour. Sulle note della canzone Perfidia, Los Angeles piomba nell’isteria della guerra imminente e nella psicosi da cosiddetta quinta colonna. Centinaia di migliaia di giapponesi che vivono in quel momento sul suolo americano, per lo più integrati, pacifici e benestanti vengono deportati, sulla confisca dei loro beni  si avventano affaristi e criminali, il sangue scorre a fiumi.  Ci sono i personaggi reali, Hoover, qualche Kennedy, Leonard Bernstein, associazioni filonaziste e cenacoli comunisti. E personaggi letterari che abbiamo già conosciuto, più giovani di una decina di anni:  è il ritratto spettrale del tempo in cui l’America in tutto il suo splendore comincia a perdere l’innocenza, affonda nell’ambiguità, nella perdita di senso morale. Nessuno si salva. Non le star di Hollywood, meno che mai le cosiddette forze dell’ordine. Bette Davis è su un divano, se l’è appena fatta leccare da Dudley Smith, irlandese come lei, sergente della polizia, assassino e corrotto che ritroveremo anni dopo con i gradi di capitano in L.A. Confidential.

 

“- Stai sbadigliando ragazza mia. Di’ una frase importante prima di cadere addormentata.

 

- Dudley Liam Smith, ti prego: uccidi un giappo per me.

 

…Lui andò alla sua macchina. Il mondo era perfetto. Si sentiva addoso l’odore di Bette. Prese Sunset in direzione est, poi voltò a sud su Virgil…Vide un giapponese magro in una cabina telefonica. Faceva gesti da giapponese mentre telefonava. Dudley estrasse la pistola e gli sparò in faccia. Quattro volte. La parte posteriore della sua testa e la parte posteriore della cabina saltarono via. Dudley disse: per Bette Davis”.

Lanfranco Pace

 

 

Julien Green, “Viaggiatore in terra”

Nutrimenti 2015, 224 pp., 17 euro

 

“Viaggiatore in terra” di Julien Green è un racconto enigmatico. E’ uno di quei libri che non vi lasciano più, che finiscono col seguirvi (perseguitarvi?) per il resto della giornata. Le sue immagini si rintanano nella vostra testa, e mentre passate la serata mettendo palline colorate sull’albero di Natale se ne stanno silenti in un angolino finché, ogni tanto, non si divertono a stuzzicarvi. Escono fuori e vi fanno tornare in mente qualcosa di misterioso e irriconoscibile. Siete voi, sappiatelo. Quelle immagini parlano di voi, e vi paralizzano, con lo sguardo perso nel vuoto, mentre restate con la fetta di panettone a mezz’aria tra il piatto e la bocca. Insomma, se volete stare in pace con voi stessi, non leggetelo. Se invece siete dei temerari e volete farvi stupire, posate quella fetta di panettone e divoratevi questo libro. Il ritmo è l'arma in più di queste storie, che includono anche “Christine”, “Le chiavi della morte”, “Leviatano” e “Maggie Moonshine” (le ultime tre sono inedite in Italia e le propone per la prima volta Nutrimenti). Dicevo il ritmo, la suspense. Il fluire delle immagini che Green – uno dei romanzieri più apprezzati del secolo scorso – sradica dal subconscio del lettore è incalzante. Si parla di chi è strappato dalla propria quiete, magari angusta ma pur sempre rassicurante, e scopre un altro io, l’urlo della propria anima, irriconoscibile fino ad allora, che smaschera ciò che rende ciascuno di noi diverso da tutti gli altri. Insomma, se avete il coraggio di rovistare tra quanto di più tenebroso e misterioso si trova in fondo a voi, leggetelo.

Luca Gambardella

 

 


Lierre Keith, “Il mito vegetariano”

Sonzogno 2015, 384 pp., 17,50 euro (ebook 9,99 euro)

 

Essendo noto per il vizio della gola e per il vizio di Parma i non parmigiani spesso mi chiedono dove trovare il culatello buono e devo rispondere di non saperlo: proprio in virtù dei vizi succitati il culatello non lo compro mai. Un goloso autoctonista compra culatta, coppa, strolghino, salame, spalla cotta, cicciolata, mentre il culatello lo lascia ai turisti. Stanco di spiegare le numerose ragioni di questa scelta vorrei che a Natale molti amici ne capissero almeno una leggendo “Il mito vegetariano”, pubblicato da Sonzogno e scritto da Lierre Keith, vegana americana pentita. Il culatello non è certo un vegetale eppure il suo abnorme successo segnala un atteggiamento non molto meno manicheo di quello retrostante l’abnorme successo del tofu: anche i fanatici del culatello detestano il grasso. In effetti è salume magrissimo e proprio tale caratteristica lo rende di indole stopposa (stagionare carne priva di grasso senza che risulti cartone è un miracolo che nemmeno a Zibello capita di frequente). Questo per il problema organolettico, per il problema nutrizionale c'è appunto “Il mito vegetariano” che spiega l'indispensabilità dei grassi animali, con esempi quali i bambini figli di vegani finiti all'ospedale per insufficienza cardiaca a causa del latte di soia. Lierre Keith elabora montagne di studi scientifici arrivando alla conclusione che “aumentare il colesterolo alimentare ha un effetto trascurabile sul colesterolo ematico e nessuna correlazione con il rischio di sviluppare la malattia coronarica”. Mentre invece le persone con poco colesterolo hanno anche poca serotonina e sono più portate a suicidarsi. Appurato che “le diete a basso tenore di grassi aumentano rabbia e depressione” vado a mangiarmi due ciccioli: verso Natale le richieste di informazioni riguardanti il culatello si infittiscono e non vorrei diventare scortese.

Camillo Langone

 

 

Erik Larson, “Il giardino delle bestie”

Neri Pozza 2012, 560 pp., 18 euro (ebook  8,99 euro)

 

Non è un appena uscito, ma secondo me è un libro da leggere o rileggere oggi. Una storia vera (documentata con diari, lettere e testimonianze, e scritta con il ritmo di un thriller psicologico) che non riguarda direttamente il mondo del 2015, ma che richiama molti dei temi su cui si riflette oggi. A partire da questa domanda: è possibile trovarsi immersi nell’orrore (politico, ideologico, umano, psicologico) senza rendersene conto, senza prendere posizione, magari negando l’evidenza per non dover sporcare l’immagine che si aveva di se stessi, persone democratiche, pacifiche e culturalmente non giudicanti? Si parla, in questo libro, dei cinque anni che cambiarono la vita e la mente dell’ambasciatore americano William E. Dodd e di sua figlia Martha, che si ritrovano catapultati nella Berlino nazista degli anni Trenta, inizialmente ignari di quello che sta accadendo, e anzi distratti dal clima apparentemente festoso, tra cene, teatri, discorsi brillanti, e poi via via consapevoli del crescendo di follia ideologica nella società “evoluta” che li circonda. Ma è una consapevolezza raggiunta a malincuore, la loro: i due sono increduli, ansiosi di non offendere, immersi nell’impotenza di chi non ha voluto o saputo vedere, aggrappati al vessillo dell’apertura mentale da non ammainare, costi quel che costi. E in quella negazione forzata del problema sembra di rivedere il tormento sotteso al discorso odierno sul “chi siamo” come occidente, sul “che cosa” siamo disposti a difendere o a perdere come cittadini abituati a vivere in democrazia, sul costo dell’appeasement o della reazione di fronte a una minaccia, e sulla reale portata del non schierarsi.

Marianna Rizzini

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