Morte dolce

“Parliamone”, dice una suicida assistita. Ma è cosa troppo grande per lasciarla a Cappato e chiesa. Una società civile dovrebbe interrogarsi, invece di delegare solo alla chiesa le risposte contro l’eutanasia.
Morte dolce

Dominique Velati, 59 anni di Borgomanero, militante del Partito radicale da trenta, ha deciso di morire attraverso il suicidio assistito a Berna, il 15 dicembre scorso. Prima di partire per la Svizzera ha rilasciato un’intervista a “Servizio Pubblico” in cui spiega motivi e modi della sua decisione (era malata di cancro). Di fronte a una persona che decide di fare della propria vita, della fine della propria vita, ciò che desidera – non con il suicidio ma attraverso teoria e prassi dell’eutanasia – il compito di un giornale laico che in passato e anche di recente ha espresso un proprio punto di vista, chiamiamolo filosofico, negativo in materia è di prenderne atto con rispetto. Che è un atteggiamento razionale, non di compassionevole pietismo o di sostituzionismo etico. E poi di invitare la pubblica opinione a porsi qualche domanda. Un’opinione pubblica, e peggio che peggio una classe politica, che sull’eutanasia preferisce non avere opinione cosciente.

 

Però prima di ogni merito ci sono due preliminari di metodo, due cose da dire che non vanno. La prima cosa che non va – la più stucchevole nel sollecitare un dibattito pubblico di tale valore – è la manfrina dell’autodenuncia di Marco Cappato. L’esponente radicale, in conferenza stampa lunedì, ha detto: “Ho aiutato Dominique fornendole informazioni e assistendola nella procedura con la clinica che l’ha accolta”. Ha aggiunto di aver fornito aiuto economico per le spese di viaggio, in collaborazione con l’associazione Luca Coscioni. Soprattutto, ha spiegato di assumersene “la responsabilità” penale attraverso l’autodenuncia ai carabinieri e “le dichiarazioni spontanee su come ho agevolato Dominique Velati a ottenere l’assistenza al suicidio assistito”. Il metodo dell’autodenuncia è una strategia “non violenta” pannelliana da tempo immemorabile. Dai più recenti arresti per il consumo di cannabis, indietro negli anni fino all’arresto per procurato aborto di Emma Bonino autodenunciante a Bra, scortata da Adele Faccio e a Marco Pannella, nel 1975. Allora, dietro la pratica protestataria, c’era la narrazione umanitaria ed enfatica delle migliaia di donne che morivano dalle mammane. Poi si è verificato che erano di meno, ma il racconto era bell’e fatto. Così come ora c’è lo scrittore Roberto Pazzi che sul Quotidiano Nazionale di ieri ha scritto: “Da noi milioni di persone farebbero la scelta di Dominique, ma non possono compierla”. Milioni. Manco fossero i numeri degli esodati. Il punto è che quel vecchio metodo di lotta e propaganda è stanco e frusto, ha già mostrato più volte la corda della sua tendenziosità – sfidare la legge non per ottenere il rispetto della legge, ma per introdurre una legge che ancora non c’è, fintantoché il Parlamento non deciderà altrimenti. E’ il contrario del laico e sereno dibattito che a parole si chiederebbe. L’unica cosa più stucchevole del cappatismo è l’immediata costituzione, pavloviana verrebbe da dire, del fronte cattolico come fronte avverso. L’eutanasia non si può fare perché si oppone la chiesa. E va pure detto che la chiesa si rende subito disponibile, c’è subito la Pontificia accademia per la vita a dire la sua, “la questione va risolta, ricordando che è dignitoso chi lotta fino alla fine. Chi ha il conforto della fede sa che Dio non ci lascia mai soli. Ma è molto importante non abbandonare chi vive queste situazioni tanto difficili”. Poi c’è il clericalismo alla Beatrice Lorenzin, che invece sarebbe un ministro: “Io penso che bisognerebbe aiutare queste persone a vivere. Aiutarle a trovare nella vita, e anche nella malattia, la propria dignità, la speranza”. Amen.

 

Come se il problema dell’eutanasia – esattamente allo stesso modo di quello del matrimonio omossessuale, o prima dell’aborto – fosse un problema di esclusiva pertinenza dei cattolici. Una fissazione che riguarda (solo) loro, ma tocca tenerne conto, intralcio o baluardo che sia. E non invece un problema su cui è la società nel suo complesso a dover dire la sua, pensare la sua, compresa quella parte della società religiosamente agnostica che pure esiste ma che, non è un mistero, la pensa diversamente da Marco Cappato. Da queste colonne che dirigeva, Giuliano Ferrara rispose qualche anno fa proprio a Cappato: “Non volete capire che della propria vita ciascuno fa quel che desidera, ma iscrivere nella legge il diritto di negazione della vita è una boiata pazzesca”. Questo sarebbe il tema: la razionalità o la liceità di legiferare su queste materie. Non necessariamente un tema ecclesiale. Anzi un tema eminentemente connesso a ciò che la società secolare pensa di sé. Del resto – ed è il pensiero espresso da eminenti intellettuali e opinionisti laici – siamo o non siamo “sotto attacco” anche per il nostro nichilismo, la nostra smarrita energia vitale positiva? A meno che un Michel Huellebeq, quando dice che “della libertà l’uomo non ne può più”, stia solo facendo letteratura d’evasione.

 

[**Video_box_2**]Invece è come se l’occidente rassegnato al proprio suicidio esistenziale, se  l’Italia rintanata nei propri dubbi e nell’incapacità di darsi una ragione di vita, sappiano al massimo delegare alla chiesa cattolica il compito di addurre qualche motivo per pensarla diversamente dalla signora Velati, o da Lucio Magri. Ignavia intellettuale stucchevole, meriteremmo altro. Meriteremmo magari che ci sia un dibattito serio: se ne prendessero cura tutti. La signora Dominique Velati ha chiuso la sua intervista televisiva ripetendo: “Parliamone, parliamone, parliamone”. Meriterebbe ascolto. E non ha torto Cappato quando denuncia che, se non verrà arrestato, sarà la dimostrazione che lo stato semplicemente “tollera” in modo ambiguo il suo non sapere né volere affrontare un dibattito, una contrapposizione aperta tra idee culturali e politiche e persino religiose diverse, una conta dei voti – alla fine – sull’eutanasia.

 

Il terzo sintomo stucchevole dell’impossibilità di affrontare in modo laico e intelligente il dibattito è infine questo. Dall’altra parte del microfono di “Servizio Pubblico” c’era Giulia Innocenzi, con un sorrisino partecipe adatto a un’intervista con Orietta Berti. Incarnava, involontaria, l’inadeguatezza assoluta della società civile e mediatica italiana rispetto al tema della morte, figurarsi della vita: “Quanto costa poter morire in Svizzera? Costa molto?”. “Comunque sei forte, eh…”. “Sentirai la musica?”. Un referendum propositivo sull’eutanasia – inventandosi una modifica costituzionale invece di una scorciatoia da autodenuncia – magari sì, si potrebbe accettare e perfino desiderare. Ma lasciare che a plasmare il nostro pensiero e il pubblico giudizio, le nostre decisioni collettive e private sulla dolce morte, siano la retorica di Cappato o la compiacenza narrativa di Giulia Innocenzi, magari invece no.

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