1945. “L’anno che non c’è” ma che ancora ci parla. Un documentario

Studiato a scuola, preso a simbolo di ideologie o di bandiere, protagonista di film e libri, di un intero immaginario e di un dibattito spesso strumentalizzato: il 1945 è un anno che si presta a essere interpretato, adottato, glorificato, vituperato o distorto nel ricordo.
1945. “L’anno che non c’è” ma che ancora ci parla. Un documentario

Roma. Studiato a scuola, preso a simbolo di ideologie o di bandiere, protagonista di film e libri, di un intero immaginario e di un dibattito spesso strumentalizzato: il 1945 è un anno che si presta a essere interpretato, adottato, glorificato, vituperato o distorto nel ricordo. Ed è come se, alla fine, la vera natura e l’anima del 1945 fossero scomparse, tanto nei decenni quell’anno è stato vestito (e travestito) con abiti che in realtà parlavano non dei mesi a cavallo tra due epoche, ma del presente da cui venivano retrospettivamente guardati e narrati, magari con voluta cancellazione delle sfumature non consone al clima politico.

 

Ma che cosa davvero è stato il 1945 per chi in quel momento lo viveva in tutta la sua contraddittorietà di anno in cui una guerra finisce senza in realtà mettere fine a nulla? Quali erano i dubbi e le riflessioni di chi, pur trovandosi dalla parte dei vincitori, si apprestava a ricostruire dalle macerie un paese diviso a metà, e di chi invece improvvisamente si era trovato dalla parte dei vinti senza aver neppure capito bene il perché? E che cosa di quell’anno, al di là delle opposte retoriche, appartiene ancora all’oggi e lo condiziona, a livello di “vizio” della classe dirigente o di tic intellettuale collettivo? A queste domande cerca di rispondere il documentario “1945, l’anno che non c’è”, prodotto dall’Istituto Luce e ideato e realizzato da Beppe Attene (il film verrà presentato da Giuliano Amato alla Casa del Cinema il 17 dicembre). E’ un documentario in cui le immagini – immagini di soldati, partigiani, donne, bambini, vita quotidiana, vita militare, piazze pre e post Liberazione, fabbriche, spiagge e città – non sono commentate da storici o intellettuali contemporanei, ma semplicemente accompagnate dai testi scritti da chi quel 1945 l’aveva visto da vicino e dai due lati della barricata. Parlano scrittori, giornalisti, sergenti, gente comune, uomini e donne che la fine della guerra e la sua appendice cruenta l’avevano vissuta senza filtri, nell’assenza di risposte preconfezionate e di una riflessione a freddo. Persone che, senza sentire ancora il bisogno di prendere il 1945 a supporto di una lettura ideologica del presente, al 1945 avevano dovuto pensare a brevissima o a nessuna distanza, quando ancora i fatti non potevano essere letti attraverso la lente di un altro presente politico e sociale. E nelle loro parole è come se ci fosse già tutto: l’attaccamento a un “ideale provvisorio” nel momento in cui – scrive l’autore nella presentazione – “i fattori e i valori su cui (nel bene e nel male) si basa anche l’Italia attuale stanno tutti in campo contemporaneamente”, ma anche la sensazione che il trattamento riservato ai vinti, e la rimozione del passato recente, sarebbero stati forieri di altri problemi, portati avanti oltre la fine del Novecento.

 

[**Video_box_2**]Parlano, nei brani che scorrono sullo schermo, fascisti e comunisti, liberali e monarchici, e parlano anche gli “ex”: gli ex fascisti e gli ex comunisti e anche lo straniero liberatore, attraverso una nota congiunta di Winston Churchill e Franklin Delano Roosevelt in cui si spiega perché gli alleati “non possono rinunciare alla resa incondizionata” degli italiani. E mentre sfilano i volti di chi scende dalle montagne sentendosi in mano una vittoria che a quel punto appare senza sfumature, il chiaroscuro ricompare nel brano in cui Giaime Pintor parla della precedente scelta di unirsi ai partigiani come di “unica possibilità”, ma percorsa con riluttanza (“… ti assicuro che l’idea di andare a fare il partigiano in questa stagione mi diverte pochissimo, non ho mai apprezzato come ora i pregi della vita civile…”). Quando poi diventa chiaro chi ha perso la guerra, Curzio Malaparte riflette sulla molla che può spingere una “folla”, che fino a pochi giorni prima “ha applaudito” Mussolini, ad “appenderlo per i piedi” e a coprirlo “di insulti”. Ed è attraverso una serie di frammenti messi sullo stesso piano (compreso un dispaccio per Harry Truman scritto da Salvatore Giuliano) che emerge, dice l’autore, l’“affresco che ancora ci parla”.

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