Caino al Bataclan: città, religione e violenza secondo Tim Willocks

Lo scrittore britannico ambienta a Parigi il suo ultimo libro. Con l’epico “I dodici bambini di Parigi” (MultiPlayer) ha deciso di raccontare la prima celebre notte della capitale francese, la strage religiosa di San Bartolomeo, un labirinto di carne e sangue, di innocenza perduta, follia, e inaspettato, anonimo eroismo.
Caino al Bataclan: città, religione e violenza secondo Tim Willocks

Eagles of Death Metal tornano al Bataclan (foto LaPresse)

Firenze. “Parigi s’avvezza subito a tutto (si tratta solo di una sommossa) e ha tante faccende, che non si scompiglia per così poco. Solo codeste città enormi possono offrire tali spettacoli; solo codesti immensi recinti possono contenere nello stesso tempo la guerra civile e una bizzarra tranquillità”, Scriveva Victor Hugo nei “Miserabili”. Questa lieta incoscienza fianco a fianco con la morte oggi non è più possibile. La paura sui social corre più veloce del fuoco. Certo è che, per una sinistra ricorrenza, Parigi resta, icasticamente, la grande cartina di tornasole dei conflitti che ci dilaniano: dalla Bastiglia ai nazisti che sfilano vittoriosi, dalla Comune alla strage del Bataclan. E del nesso inestricabile tra città e violenza, a Parigi e altrove, il Foglio ha dialogato con Tim Willocks, il cui “Fine ultimo della Creazione” fu salutato da Ellroy come il miglior thriller carcerario di sempre. Con l’epico “I dodici bambini di Parigi” (MultiPlayer) ha deciso di raccontare la prima celebre notte della capitale francese, la strage religiosa di San Bartolomeo, un labirinto di carne e sangue, di innocenza perduta, follia, e inaspettato, anonimo eroismo. “Se vuoi colpire una città che rappresenta la civiltà, l’illuminismo, Parigi è forse la scelta migliore, e non solo per la Rivoluzione. Lo Stato islamico è molto specifico al riguardo. Per loro è la grande prostituta, tutto ciò che è empio. E Parigi è anche uno dei luoghi più violenti della storia. E’ una sorta di campo di battaglia”.

 

Ci incontriamo alla Mucho Mojo, la coraggiosa libreria noir di Firenze. Di fronte alla violenza e alla follia di oggi, e alla nostra ricerca spasmodica di soluzioni, Willocks non ha tutte le risposte, ma ha molte domande, e molte immagini da guardare. “Cantami l’ira”, inizia l’Iliade. Il primo poema della nostra letteratura inizia con la rabbia di Achille, e termina con le sue lacrime, condivise inaspettatamente, dal nemico Priamo. Questo movimento dalla rabbia alla compassione resta ancora il cuore di ogni grande viaggio letterario? “Rabbia e lacrime. Come muoversi dalla rabbia alla compassione, e se è possibile. Siamo forse destinati alla rabbia e alla compassione, per sempre? Anche se ho molta familiarità con la violenza, sono orripilato e stupefatto da quanto sia intrecciata con la civiltà, fin dall’inizio, in tutto il mondo. Sono tuttora confuso. Perché? Non parliamo abbastanza di cosa voglia dire uccidere. Camuffiamo questa realtà con molta retorica e eufemismi. L’altro aspetto così vero dell’Iliade è la gioia, l’eccitazione, l’attrazione che da sempre la guerra, le battaglie, la violenza hanno esercitato. E quando, 50.000 anni fa, un periodo brevissimo in termini d’evoluzione biologica, eravamo spaventati dai leoni, e i nostri anonimi ‘Achille’ ci hanno difeso, letteralmente, dai leoni, con un bastone o sasso, è stato qualcosa da celebrare, eccome! Fondamentalmente non siamo cambiati, da allora. Credo il ruolo della letteratura sia proprio di incarnare tutto questo. E’ il nostro destino, come specie, affrontare queste contraddizioni. Non vediamo molti Achille e Priamo, che sono anche due grandi capi politici, che piangono insieme”. Fu già Agostino a notare che nei grandi miti i fondatori di città sono tutti fratricidi. Caino, e Romolo. C’è davvero un nesso inscindibile tra comunità civile e violenza? “Sì, i fondatori di città sono assassini. La fondazione di una città richiede violenza. Una gerarchia di potere, che è essenzialmente ingiusta. Eppure l’ironia è che la civiltà lo richiede, perché i contadini non hanno tempo e lusso per fermarsi e pensare alla scienza, alle invenzioni, alla poesia, alla cultura nel suo senso più ampio”.

 

[**Video_box_2**]Dostoevskij faceva dire al suo terrorista che niente lega due uomini come ammazzare insieme un terzo. Noi contro l’altro – la perenne seduzione del sacrificio umano. Basta che qualcosa ci turbi e spaventi e torniamo subito uomini delle caverne, nemici di chiunque sia fuori della grotta. “C’è questo fortissimo istinto a rispondere contrattaccando, che elude la razionalità. Tutto ciò che abbiamo bisogno di sapere, in termini di sapienza e moralità, lo sappiamo già da migliaia di anni. Niente di nuovo. Ma non prendiamo mai questa strada. Un esempio straordinario viene dal film ‘Il Padrino’: quando successe l’11 settembre mi ricordo che ci pensai. Quando il consigliori va a dire al padrino che suo figlio è stato massacrato: Brando assorbe questo dolore terribile e la prima cosa che dice è ‘Non voglio indagini, non voglio vendette. Questa guerra finisce qui’. E’ stupefacente. Un esempio di grande saggezza politica. E se l’11 settembre ci fosse stato un leader che avesse avuto quel potere, il carisma di dire ‘Niente vendetta’, io credo che oggi il mondo, quindici anni dopo, sarebbe un posto completamente diverso. Avessimo avuto un Gandhi, un Martin Luther King, una figura di quella statura, il mondo forse l’avrebbe seguito”.
Edoardo Rialti

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