La preparazione psicologica al Natale comincia adesso

Possiamo cercare di ignorarlo, ma è di nuovo quasi Natale. Possiamo fingere che i Babbo Natale che girano per strada ubriachi la domenica pomeriggio abbiano semplicemente scelto abiti comodi, e che quelle luminarie attorno alle vetrine dai tentativi luccicanti non abbiano a che vedere con questi giorni preparatori.
La preparazione psicologica al Natale comincia adesso

Possiamo cercare di ignorarlo, ma è di nuovo quasi Natale. Possiamo fingere che i Babbo Natale che girano per strada ubriachi la domenica pomeriggio abbiano semplicemente scelto abiti comodi, e che quelle luminarie attorno alle vetrine dai tentativi luccicanti non abbiano a che vedere con questi giorni preparatori. Possiamo rifiutarci di fare l’albero e dire: tanto parto, ho già il biglietto, Natale a casa mai. Ma è già un’ammissione, è una verità: il Natale è arrivato dentro di noi, come uno schiaffo, come una carezza, come un ottimo proposito (quest’anno sarà diverso) che si è sfracellato non appena la zia Susanna ha annunciato che si fermerà una settimana, e che in ufficio ci sarà un karaoke party con prosecco a temperatura ambiente.

 

Gli ottimisti hanno decorato la casa a novembre, hanno comprato regali anche per il dentista, impacchettato tutto con carta velina di diversi colori, attaccato stelle alle finestre e spruzzato ogni giorno il salotto di profumo alla cannella, hanno inviato veri biglietti di auguri per essere certi che arrivino per la vigilia e hanno implorato la madre anziana di essere buona, solo per questa volta, di non dire come l’anno scorso al figlio cinquantenne incravattato: “E questa con i capelli striati sarebbe la tua nuova amichetta?”, indicando una signora bionda e fresca di shatush, per fortuna già completamente ubriaca. Ognuno si prepara come può, cercando di anticipare e sopire gli incidenti diplomatici, allenandosi dall’otto dicembre davanti allo specchio per simulare gioia davanti al guanto da forno che sorride, anche mettendo in atto strategie per non ricevere, fra due settimane, dodici paia di mutande rosse con gli orsetti (“Mamma, sai che adesso ho quarant’anni?”, “Vorresti dire niente pigiama con le renne? Ti dò lo scontrino e lo cambi con quello che vuoi” – ma di solito l’unica possibilità sono le calze anti scivolo con i Minions). E’ un periodo di slanci di bontà e accessi d’ira, in cui piangiamo alle recite dei nostri figli e dopo dieci minuti sibiliamo al nostro ex marito che il Natale con i suoi può ficcarselo in quel posto con tutto l’albero, è un momento di palestra ogni giorno per resistere, poi, ai brindisi, al miniabito di lana, al viaggio esotico che ci tiene caldo il cuore e alla bisnonna che strizza le guance con le mani e dice con gioia sincera: sei sempre bella pienotta. Secondo il Times in questi giorni mettiamo in essere il massimo delle contraddizioni: salutisti la mattina, edonisti la sera. Acqua tiepida e limone all’alba, vino a fiumi la notte, nelle cene “per scambiarci un pensiero, una sciocchezza”, e ancora vino negli incontri fra amanti, e il giuramento che questo amore eterno arriverà vivo al ventisette dicembre.

 

[**Video_box_2**]Monogami il venticinque, traditori la vigilia e il ventisei pomeriggio, quando qualcuno dice: andiamo al cinema?, e il pensiero della fuga accende nuovamente di vita gli sguardi carichi di panettone. Ma questa volta non litigheremo, questa volta non farò la schiava in cucina, questa volta me ne vado, questa volta solo con gli amici, questa volta niente regali. E’ una delle possibilità, è uno dei messaggi che ci si manda fra parenti in questi giorni, con salda convinzione: al massimo un pensiero, salvo poi battere i pugni sulle porte delle gioiellerie chiuse il pomeriggio della vigilia, e infilarsi nei centri commerciali con la disperazione in volto e i soldi accartocciati in mano. E anche con un’esaltazione segreta e piena di folle speranza: è di nuovo Natale, che dolore, che bellezza.

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