Tutti alla prima della Scala. Ci sarà pure Pietro Verri, ci fa sapere

Passavo per caso davanti a Palazzo Marino quando chi vi vedo se non Pietro Verri che attraversa Milano del tutto incurante dell’evenienza di essere morto a fine Settecento? Ci diamo del voi. “Conte Verri, dove andate tutto in ghingheri?”
Tutti alla prima della Scala. Ci sarà pure Pietro Verri, ci fa sapere

Il teatro alla Scala di Milano in una stampa del Settecento

Passavo per caso davanti a Palazzo Marino quando chi vi vedo se non Pietro Verri che attraversa Milano del tutto incurante dell’evenienza di essere morto a fine Settecento? Ci diamo del voi. “Conte Verri, dove andate tutto in ghingheri?”; risponde che sta andando alla prima della Scala, dove non manca dall’inaugurazione delle inaugurazioni ossia da quando – sciolgo un po’ i suoi fronzoli illuministici – “si aprì il nuovo teatro per un’opera magnifica il giorno 3 agosto 1778. Ci andavamo poi tutte le sere e avevamo preso a metà con la marchesa Beccaria la loggia di casa Belgioioso, cioè la sedicesima alla prima fila destra; facemmo questa società per necessaria economia, essendo molto alti i prezzi delle logge”. Indago quanto cari. Dice che un abbonamento annuale costava centootto gigliati ma, anziché spiegarmi quanto valesse un gigliato, aggiunge che l’abbonamento comprendeva un palco al teatro lirico della Canobbiana.

 

Anche all’epoca, in piena estate, l’apertura della Scala era anzitutto un evento mondano? Altroché: “All’aprimento del nuovo teatro vi fu pure un Wax Hall vicino al Collegio Elvetico nella Strada Marina”, intendendo con essa grossomodo via Palestro, che i cronisti suoi contemporanei non avevano remore a definire “Campi Elisij Milanesi”. Ho qualche difficoltà col Wax Hall e non aiuta la notizia che secondo suo fratello minore Alessandro lo spelling corretto sia “Faksal”; me lo descrive ed emerge trattarsi di un gran parco divertimenti cui i milanesi, già allora avvezzi ad anglizzare per bellezza, avevano dato il nome dell’omologo giardino londinese, il Vauxhall. Emerge anche che “non piacque né a mia moglie né a me che poco lo frequentammo”; so, ma cambio discorso, che lei morì al quarto anno di abbonamento e lui non prenotò più il palco alla Scala.

 

[**Video_box_2**]E Milano la trova cambiata? La reputa capitale morale? Questo pugnace fantasma dell’opera s’imbarca in un’orazione panegirica sulla giurisprudenza milanese che sulle prime non capisco cosa c’entri. “Dolcissima è la consolazione”, mi dice, “che prova chi viene a respirare in quest’avventurata provincia dove, malgrado l’universale corruzione, la giurisprudenza s’è conservato un glorioso asilo. Quale altra parte del mondo trovate voi che sia meglio regolata dalla Lombardia? Le altre nazioni d’Europa hanno giudici servi e dipendenti della legge; si pone per fondamento nel Milanese che vi sia un corpo di giudici padroni della legge, cui spetta giudicare delle sostanze, della vita, della fama dei cittadini o secondo la legge, o contro la legge, o fuori dalla legge, seguendo o non seguendo le formalità prescritte dalla legislazione. E dove troverete mai al mondo una città che possa vantare un corpo più augusto della legge medesima, come lo abbiamo noi?”. Non si capisce mai fino a che punto sia ironico, il conte Verri, quindi chiedo se ritenga che il culto della legalità sia l’unico modo per disfarsi dalla corruzione. Non solo, argomenta: “Indispensabil cosa è il disfarsi dei commercianti, meccanica schiatta di gente libera, arrogante, avida del guadagno e impaziente delle formalità sante del Foro. Quando fra le mura di Milano vivevano sessantamila commercianti che osavano dettare legge senza avere più riguardo per i giurisperiti di quanto uomini sani e robusti ne abbiano per i medici, si vedevano i poveri giurisperiti errare scarni e logori, esclusi dallo stipulare i contratti; si vedeva l’universale corruzione introdotta negli animi dei cittadini. Oh beata giurisprudenza, oh fortunata regione in cui per salvezza degli uomini tu sei piantata!”. A un tratto s’arresta e, prima ancora di farmi capire a chi alluda, sentenzia sibillino: “Il fanatismo vuol trovare il reo dopo avere immaginato il delitto”. Quindi svanisce in un turbine di freddo entrando dagli spifferi in teatro, come ai tempi in cui ci andava con sua moglie dicendole che il momento in cui l’aveva amata meno era il giorno del matrimonio, e che ora l’amava più dell’anno scorso e l’anno scorso più del precedente.

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