L’islam è senza spiritualità

Lo scrittore algerino Boualem Sansal parla di jihadismo e immagina il futuro dell’islam in Francia. Appena sentono la parola “laicità” gli islamici percepiscono ostilità e pensano: “Complotto! Complotto neocoloniale!”
L’islam è senza spiritualità

Boualem Sansal è nato in Algeria il 15 ottobre del 1949. Il suo ultimo romanzo, “2084”, ha vinto il Grand prix du roman de l’Académie française

Patrice de Méritens, scrittore e giornalista del Figaro, ha intervistato Boualem Sansal, scrittore algerino autore di “2084”, libro sul totalitarismo religioso. L’intervista è stata pubblicata sul magazine del quotidiano francese il 13 novembre, il giorno degli attentati organizzati dallo Stato islamico a Parigi.

 

L’autore di “2084”, grande successo editoriale, presenta la sua analisi del Corano, dell’ascesa dell’islamismo, e immagina il futuro dell’islam sul territorio francese.


 

 

 

Le Figaro Magazine (FM) - Come è percepito da lei il Corano, che predica tanto la pace quanto la violenza?

 

Boualem Sansal (BS) - Il Corano è un testo che esercita un potente fascino sul musulmano e talvolta anche sul non musulmano. La scansione in lingua araba crea degli stati di quasi trance vissuti sia durante il canto dei muezzin sia durante la recitazione delle preghiere. Diversamente dal francese che nella sua armonia e nella sua misura è una lingua fatta per mormorare, l’arabo, gutturale almeno quanto il tedesco, si presta piuttosto bene all’ingiunzione, all’ordine breve. O comunque è così che viene percepito. Per quanto riguarda l’aspetto violento del Corano, lo percepisco meno come una disposizione intrinseca – il testo oscilla molto, lungo le sure, tra clemenza e furore – che come una maniera diretta di indirizzarsi alla popolazione: gli anatemi lasciano un segno negli animi più degli inviti all’amore. Le prediche alla moschea vertono sempre su temi duri, come la denuncia della prostituzione, l’apostasia, e promettono le peggiori punizioni a chi contravviene ai precetti del Corano e tradiscono Allah. L’islam è un’idea, la parola di Dio per i musulmani, che il sistema religioso ha socializzato attraverso la moschea, la scuola coranica e un codice giuridico (la sharia) fortemente vincolante. Spinta all’estremo, una tale organizzazione può diventare abominevole, ed è così che dinanzi all’islam moderato che non vuole forzare le coscienze si è sviluppato l’islamismo che impone senza alcuna discussione, col pretesto che Dio non tratta con le sue creature… Questa forma di islamizzazione utilizzata dai burocrati e dalle oligarchie tribali e patriarcali corrisponde a una visione tradizionale alla quale si è aggiunta la corrente riformista e rivendicativa chiamata la Nahda, che significa “Rinascita”. Ci troviamo di fronte a un universo di persone che vogliono diffondere l’islam su tutto il pianeta, con progetti politici molti solidi, un’azione forte sul terreno a livello culturale, sociale, economico, caritatevole per attirare le popolazioni e assoldare servitori devoti.

 

FM - Teme l’islamismo per la Francia?

 

BS - Scrivendo “Il villaggio del tedesco ovvero Il diario dei fratelli Schiller”, che suggerisce un legame tra islamismo e nazismo del tutto dimostrabile, ho studiato il fenomeno dell’islamizzazione in corso in alcune banlieue di Francia. Mi sono recato da chi vi abita, da parenti e amici che vivono in queste banlieue, ho osservato l’azione di proselitismo dei “grands frères” e visto ciò che accadeva nelle loro moschee. Ho notato una grande somiglianza tra questo lavoro sotterraneo e ciò che è accaduto nell’Algeria socialista dopo l’indipendenza, una trentina di anni fa, con la comparsa di imam venuti dall’estero che poco a poco hanno invaso il paese fino a portarlo alla terribile guerra civile che stiamo vivendo. Ciò che si è verificato in grandi proporzioni in Algeria, si sta verificando oggi in Francia, in piccole proporzioni certo, in zone marginali, ma il fenomeno si sta ampliando assai rapidamente. L’abbandono di questi quartieri da parte dei non musulmani rafforza la comunitarizzazione e l’isolamento, ma anche l’influenza degli islamisti che, poco a poco, sostituiscono l’islam tradizionale pacifico e solidale con un islam bizzarro, costruito a casaccio, nervoso e aggressivo, trasmesso da imam di circostanza, da ignoranti solamente capaci di ripetere “Allahu Akbar”. La comunità si trova incastrata in un islam posturale, grottesco, che si mostra con questa tenuta-uniforme, barba e giacca sopra la gandoura, nell’intento di far paura e sedurre i piccoli duri del quartiere.

 

FM - Come spiega il fatto che i musulmani restino in silenzio dinanzi all’ascesa dell’islamismo?

 

BS - C’è una ragione storica. All’indomani del raggiungimento dell’indipendenza, gli stati del Maghreb, così come il governo turco, che sfornano emigrati in Europa, si sono confrontati con una questione esistenziale essenziale: cosa diventereanno i nostri cittadini che si installeranno in occidente, e soprattutto i loro figli? Si fonderanno nella comunità occidentale giudaico-cristiana? Perdereanno la fede islamica e la loro identità? Che persone saranno quando torneranno nei loro paesi d’origine? Per far fronte a questa situazione, le istituzioni statali di questi paesi hanno attuato un programma di insegnamento dell’arabo e del Corano, mantenendo il legame attraverso organizzazioni ad hoc, come, nel caso dell’Algeria, l’Amicale des Algériens en Europe, un’organizzazione tentacolare del governo Fln, che aveva i suoi uffici in ogni città di Francia con una forte concentrazione di emigrati algerini; era quasi impossibile sfuggirvi: gli emigrati erano recensiti, immatricolati, inquadrati, seguiti da vicino. Quelli che si allontanavano erano sottomessi a ogni sorta di ritorsione e vessazione e si vedevano anche rifiutare il rinnovo del passaporto. La vita in Algeria, con le sue restrizioni, è stata così riprodotta all’estero e siccome nel corso degli anni le reti amministrative e laiche sono state progressivamente investite da infiltrazioni islamiste, gli emigrati si sono trovati doppiamente imbrigliati. A questa assenza di autonomia si aggiunge un fattore culturale essenziale per comprendere la mentalità dei musulmani tradizionalisti: se la laicità è giusta per i francesi perché corrisponde alla loro storia, ovunque è poco comprensibile, a cominciare dalla Germania… Per i musulmani praticanti, la questione è ancora più acuta, la lacità è intelligibile e anche scioccante. Quando la parola è pronunciata, in molti di loro scatta un’allerta, percepiscono la parola come un’aggressione, un’ingiunzione di abbandonare la propria religione. Appena gli viene spiegato che si tratta di una salvaguardia delle libertà, di un metodo di vivre-ensemble, un altro cassetto si apre subito: “Inganno! Complotto! Complotto neocoloniale!”. Bisognerebbe senza dubbio sostituire il termine “laïcité” con l’espressione “vivre-ensemble”, la quale non significa solo che bisogna adattarsi al paese d’accoglienza, ma che anche lui deve contribuire con la sua parte al vivre-ensemble, in altre parole mostrarsi flessibile, tollerante. Il termine laicità è duro per chi si afferma nel loro islam, è una specie di dichiarazione di guerra che rinvia immediatamente allo spettro della crociata: ci vogliono dissolvere, non ci vogliono… Questa è una delle ragioni del silenzio che viene rimproverato ai musulmani di Francia rispetto all’islamismo che, lui, sa giocare con abilità con lo spauracchio dell’islamofobia e del razzismo anti arabo.

 

FM - Non c’è a riguardo un problema con il politicamente corretto in Francia?

 

BS - Gli intellettuali che, come degli utili idioti, marciano in questo sistema della vittimizzazione dell’islam e dell’emigrato, non si rendono conto del male che fanno, anzitutto ai musulmani che siano credenti praticanti o no, ed è chiaro che gli islamisti che hanno inventato di sana pianta la censura dell’islamofobia li manipolano. Procurarsi piacere con la masturbazione intellettuale, accontentarsi delle parole, affermare il proprio umanitarismo in contrasto con le realtà e i rischi dei dérapage totalitari dell’islamismo è incomprensibile. Ma anche qui, bisogna guardare la storia, è oramai da diversi decenni che la funzione storica di controllo del pensiero dei partiti comunista e socialista è evaporata. I socialisti oggi non sanno più che cosa significa la parola società, lavorano solo per se stessi. Questa categoria che ha funzionato in un’ottica di potere attraverso un progetto filosofico e sociale potente è stata abbandonata da dopo l’aggiornamento dei crimini dello stalinismo e la fine dell’impero sovietico, da qui il suo spostamento verso un nuovo armento da guidare: l’immigrato e il musulmano in senso ampio. Per logica politica è divenuta una questione elettorale, dietro l’umanitarismo di facciata e il volto sofferente dell’immigrato, dell’ex colonizzato, c’è un voto nelle urne. Ma i musulmani, che hanno la loro fierezza, non sopportano il fatto di essere considerati dei menomati, delle vittime eterne, dei richiedenti di non si sa quale giustizia, e ancor meno da questi intellettuali che si comportano come dei commissari del pensiero. In realtà, per via di un gioco perverso, questi pensatori del politicamente corretto si ritrovano a essere gli alleati obiettivi degli islamisti contro gli stessi musulmani.

 

FM - Come vede l’utopia del califfato?

 

BS - E’ allo stesso tempo minacciosa e poco chiara… L’islam è un’entita composita che, tenuto conto delle sue innumerevoli divisioni teologiche, etniche e tribali, potrebbe portare alla conclusione che non esiste affatto. C’è un Corano, un libro santo il cui testo in lingua araba, a seconda delle regioni del globo, mostra delle differenze significative. Il Corano che circola in Arabia saudita wahabita e feudale non è lo stesso che si trova nel Maghreb sunnita malekita e non evoco nemmeno le disparità che possono generare le sue molteplici traduzioni. Alcuni penseranno che è il carattere proteiforme dell’islam e le sue rivalità interne, sunnismo e sciismo, sufismo, kharigismo, così come le correnti non risconosciute dall’ortodossia, che contribuiranno alla salvezza e alla libertà dei popoli del pianeta dinanzi all’utopia del califfato. Ma purtroppo, temo che succederà il contrario, e ciò in nome del principio del “dividere per regnare”. Se l’islam fosse omogeneo, un corpo di teologi autorevoli si sarebbe staccato e avrebbe intrapreso la riforma dell’islam, ma alla luce della proliferazione delle correnti, delle confraternite e delle altre scuole, l’unificazione, se ci sarà, potrà essere raggiunta solo con la coercizione, la forza e la violenza, piuttosto che con la convinzione. E’ questa impossibilità di realizzare l’unità dell’islam che fa della violenza il cuore stesso della sharia. In fondo, queste correnti hanno un solo denominatore comune, Allah e Maometto, ed è in loro nome che si commettono gli orrori che funestano quotidianamente la maggior parte dei paesi musulmani, la Siria, l’Iraq, la Nigeria, la Libia, la Somalia, il Sudan… Una delle particolarità del mondo musulmano che subisce da sempre innumerevoli oppressioni – quelle dei poteri feudali, della tradizione, della povertà – è che l’islam è svuotato da qualsiasi spiritualità. Bisogna essere musulmani in apparenza, limitarsi alla pratica la più visibile, fare la preghiera, mostrare la propria islamità. La semplice recitazione della shahada, la professione di fede dell’islam, “Testimonio che non v’è altro Dio all’infuori di Allah, e che Maometto è il suo Profeta”, vi fa entrare nella comunità dei credenti, tutto il resto rientra nel dominio della Legge e dello Stato. La spiritualità diventa pericolosa, la conoscenza della religione ancor più perniciosa, perché porta a discutere del sesso degli angeli, ciò che conduce alla fitna, lo scisma, il crimine assoluto secondo il Corano. L’intellettuale nel senso moderno del termine è una categoria che non è riconosciuta nel mondo musulmano, l’ordine è semplice: c’è il califfo, il rappresentante di Allah sulla terra, e la umma, la comunità indistinta dei credenti attraverso il mondo. Nell’islam, i credenti si prostrano tutti nello stesso modo. Badate bene a quanto l’allineamento dei fedeli durante la preghiera è importante, sono attaccati l’un l’altro, perfettamente allineati. Questa immagine di uomini uniti nella preghiera, il raccoglimento e la fraternità hanno un grande potere di attrazione sui giovani delle banlieue abbandonati a loro stessi, in cerca di dare un senso alla loro vita.

 

FM - Come vede il futuro dell’islam sul territorio francese?

 

BS - Si deciderà nel confronto tra “islam di Francia” e “islam in Francia”. Gli stati come l’Arabia saudita, di cui conosciamo le mire, alla stregua degli altri paesi arabi non accetteranno mai di veder nascere un islam che non è parte intrinseca della umma. Che sia sunnita, sciita o di un’altra obbedienza, nessun musulmano saprebbe accettarlo. Non può nascere un islam al di fuori della giurisdizione musulmana. Tuttavia la Francia, iniziatrice della laicità, paese di atei identificato dagli islamisti come avversario principale in Europa, è per ora un terreno di confronto tra l’“islam di Francia”, con una specie di falso clero iniziato al tempo di Nicolas Sarkozy ministro dell’Interno, e l’“islam in Francia”, voce avanzata dall’islam tradizionale che ha la vocazione di diffondere il verbo di Allah ovunque sulla terra. L’Arabia saudita, guardiana del tempio in cui deve splendere la conquista, utilizza i suoi petrodollari, ammansendo, acquistando, finanziando a tutto spiano nel mondo moschee, missioni culturali e offrendo borse agli studenti. Gli sciiti, quanto a loro, non restano nelle retrovie, non vogliono lasciarsi relegare al solo territorio dell’Iran. Questa competizione si gioca qui e ora, in Francia, e dappertutto. Quale islam vincerà? E quale credito accordare all’islam di Francia? Lo stato ha provato a creare alcune istituzioni, ma senza successo in ragione di un’evidente mancanza di rappresentatività e di legittimità teologica dei loro membri. Al momento abbiamo solamente un islam in Francia, atomizzato, che funzione tra relazioni individuali e relazioni di quartiere, ma è pilotato da ambizioni che superano di gran lunga le considerazioni francesi – un islam che si è complicato con l’islamismo… Il giorno in cui ci sarà un islam di Francia veramente rappresentativo guidato da personalità legittime, moderate e rispettose della République, e ce ne sono, come l’imam di Bordeaux, il mufti di Marsiglia e altri ancora, accanto a dei pensatori autorevoli come Abdennour Bidar e Ghaleb Bencheikh che possono aiutare a far emergere questo islam di Francia sognato dalla maggioranza dei musulmani di questo paese, non ci sarà più bisogno della “specificità musulmana in seno alla République”, che sarebbe solamente controproduttiva. I musulmani sarebbero integrati, anche religiosamente, nella società francese, allo stesso titolo delle altre comunità religiose. Ma se prevarrà l’islam in Francia, come la tendenza attuale lascia pensare, sarà in conflitto con tutti, sia i musulmani che non non lo riconoscono sia le istituzioni francesi. Questa è a mio avviso la situazione attuale.

 

 

 

© Patrice de Méritens / Le Figaro Magazine / 13.11.2015 (traduzione di Mauro Zanon)

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