Islamofobia o truthophobia?

Nella dittatura del politicamente corretto c’è una nuova parola utilizzata dalla polizia del pensiero per manganellare la libertà d’espressione. La parolina magica che gli apologeti dell’islamismo usano come un’arma per mettere a tacere i loro critici è questa: “islamofobia”.
Islamofobia o truthophobia?

Manifestazione anti islamica a Colonia (LaPresse)

Nella dittatura del politicamente corretto – dove il linguaggio della verità viene amabilmente sostituito dal linguaggio della menzogna, dove i professionisti del pensiero unico prendono a sassate chiunque tenti di rompere la barriera del qualunquismo culturale, dove gli apostoli del senso di colpa dell’occidente osservano le tragedie moderne, come il terrorismo islamico, provando sempre a relativizzare, a secolarizzare, a contestualizzare il terrore, senza aggettivare mai la parola terrorismo per non fare incazzare la comunità musulmana, accontentandosi di vedere quattro gatti in piazza dire timidamente “Not in my name” per sostenere che no, non è vero niente, che cosa dite, l’islam e il terrorismo non c’entrano nulla, dobbiamo guardare dentro di noi, dentro la nostra cultura, dentro le nostre periferie, per capire perché ci sono uomini e donne che si fanno saltare in aria e uccidono miscredenti e infedeli in nome del loro dio – c’è una nuova parola utilizzata dalla polizia del pensiero per manganellare la libertà d’espressione. La parolina magica che gli apologeti dell’islamismo – per citare il premier francese, de sinistra, Manuel Valls – usano come un’arma per mettere a tacere i loro critici è questa: “islamofobia”. E oggi basta quella parola, quell’accenno, quell’evocazione per interrompere ogni conversazione e ogni ragionamento e ogni riflessione legata alla comprensione di un fenomeno complesso e dunque da studiare come il fondamentalismo di matrice islamista.
 
La tesi del partito “islamofobia, not in my name” è semplice. Il terrorismo islamico non c’entra nulla con l’islam. Chi si fa esplodere in nome di Dio lo fa per ragioni legate esclusivamente a un proprio disturbo e a un proprio malessere interiore. E chiunque provi a sostenere l’idea che (a) nell’islam esista un problema; che (b) gli islamisti che uccidono in nome di Dio non vengono solo da Raqqa ma sono parenti non troppo lontani degli islamisti che uccidono in nome di Dio dove la sharia è legge; che (c) in paesi come Pakistan e Arabia Saudita ai blasfemi e agli apostati è riservato lo stesso trattamento mortale che gli islamisti dell’Isis riservano ai blasfemi e agli apostati; che (d) le motivazioni che spingono lo Stato islamico a uccidere gli infedeli hanno una matrice non troppo diversa da quella degli Hamas e Islamic Jihad in Palestina, dei Boko Haram in Nigeria; e che (e) la violenza praticata dai fondamentalisti islamici è una violenza che ha una sua spiegazione non irrazionale, che nasce da un’interpretazione medievale del Corano, dalla visione politica e totalitaria dell’islam testimoniata dagli anni di Maometto alla Medina, quando i miscredenti non erano più soltanto invitati a credere ad Allah ma chi non lo faceva veniva attaccato. Ma chiunque la pensi così, come si sa, viene subito trattato con la stessa modalità “hate speech” con cui il progressista collettivo tratta chiunque la pensi in modo diverso da lui: taci, sei un fascista.
 
Funziona dovunque così? No, naturalmente. In Francia e in Inghilterra, per dirne una, i rispettivi capi di governo hanno smesso da tempo di giocare con il politicamente corretto. Sia Cameron sia Valls hanno cominciato un’opera tosta di educazione verso i propri cittadini, che in Italia manca dal tutto, e il primo ministro inglese sostiene da mesi che bisogna farsi delle domande sulla connessione tra interpretazione dell’islam e violenza pratica in nome dell’islam. Verrebbe da dire che esiste una connessione forte tra i paesi che si preoccupano di utilizzare il linguaggio della verità sul terrorismo islamico e quelli che hanno scelto di fare un salto di qualità nella lotta contro il fondamentalismo di matrice islamista e verrebbe da dire che, se c’è una battaglia culturale utile che un governo (toc toc) dovrebbe portare avanti per combattere lo Stato islamico, quella battaglia non coincide con il taggare i terroristi o portare qualche campetto da calcio in periferia per combattere il disagio sociale che genera terrore ma coincide più banalmente con il riconoscere che le azioni violente degli islamisti radicali non possono essere separate dagli ideali religiosi che li ispirano.
 
[**Video_box_2**]Alcuni anni fa, il professor Matthias Küntzel, docente all’Università ebraica di Gerusalemme e autore di una decina di libri sull’antisemitismo, sostenne una tesi interessante nel suo libro “Jihad and Jew-Hatred” (Telos Press, 2007). Il problema nell’uso della parola islamofobia, dice Küntzel, è che il termine indica una condanna simultanea e indiscriminata sia verso chi minaccia per questioni di razzismo i musulmani sia verso chi critica la natura violenta di una certa interpretazione dell’islam. “Gli insegnamenti del passato – ha scritto nel 2008 Küntzel in un magnifico articolo sul Wall Street Journal – ci obbligano a lottare contro ogni forma di razzismo. Ma l’esperienza della Shoah ci offre anche un’altra lezione. Bisogna combattere la tentazione di trasformare la paura dell’islamofobia nella paura della truthophobia, della ricerca sincera della verità”. La stessa paura della verità che hanno i campioni del politicamente corretto. Che a forza di bastonare forte i dissidenti del pensiero unico stanno compiendo una doppia opera: distruggere la libertà d’espressione e, soprattutto, impedire di capire che il martirio purtroppo nasce da un’ideologia, e non dalla mancata presenza di un campetto da calcio nelle periferie delle nostre città.

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