Chiamare le cose con il loro nome. Note sull'abuso del termine "kamikaze"

Non si conosce il motivo linguistico per cui a un certo punto, in America, c'è chi ha iniziato a definire kamikaze chiunque volesse sacrificarsi per portare terrore anche in tempo di pace (e del resto uno degli errori di traduzione più grossolani della storia contribuì al bombardamento di Hiroshima e Nagasaki).
Chiamare le cose con il loro nome. Note sull'abuso del termine "kamikaze"

Attentato oggi a Kabul, in Afghanistan (LaPresse)

E’ la solita questione della morte del vocabolario. Che forse avrebbe fatto godere Lacan, ma di certo rende la comprensione di alcuni fatti più complicata, e tradisce la nostra incapacità di conoscere il significato reale di alcune parole. Prendiamo per esempio com’è finita in Italia l’annosa – anzi no, noiosa – polemica su come definire quelli lì, quelli che ammazzano in nome del Califfato su mandato di Abu Bakr al Baghdadi: Daesh fa fine? Isil fa geopolitica? Isis è rozzo? Stato islamico è riconoscere la personalità giuridica di uno Stato terrorista? “Che dir si voglia” di solito è la formuletta destituita di senso che si lega subito dopo, e qui non solo torniamo a far godere Lacan ma con candore ammettiamo di non saperne un tubo. La lingua universale (Husserl) schiacciata dall’incapacità di analisi, e nascosta con vigliaccheria dalla “sospensione di giudizio” – che non c’entra niente, va da sé. Lo stesso discorso funziona per l’impronunciabile parola guerra, anche se in questo caso a mantenere le bocche cucite è l’opportunità, non il significato, tendenza Tafazzi (ne abbiamo scritto qui). Ogni parola al suo posto. C’è una differenza perfino tra i mujahid (singolare di mujāhidīn). Ci sono gli “inghimasi”, i terroristi che uccidono e combattono con gli AK47 fino a farsi ammazzare o a farsi saltare in aria, e gli “istishadiin”, quelli che guidano i camion bomba.
 
Tra le parole entrate nell’uso corrente, liberamente importate da lingue altrui, c’è poi kamikaze. Che è un lemma di terza derivazione, perché ha origini giapponesi, poi introdotto nelle lingue anglosassoni dagli americani, e infine arrivato all’italiano corrente. Kamikaze è una parola giapponese che significa dèi (kami, 神) e vento (kaze, 風). Furono i venti divini, infatti, che secondo la mitologia salvarono il Giappone dall’invasione mongola – le tempeste fermarono le flotte navali di Kublai Khan due volte, nel 1274 e nel 1281. Il primo battaglione che ha deciso di usare i propri stessi velivoli come armi, perché privato delle capacità offensive dai bombardamenti americani sul finire della Seconda guerra mondiale, è stato quello del viceammiraglio Takijirō Ōnishi. In Giappone questa “unità speciale di attacco” veniva chiamata Tokuetsu Kogekitai, abbreviata Tokkōtai. Era composta da giovani che combattevano una guerra senz’armi, ubriachi di nazionalismo, patriottismo, pronti a sacrificarsi per difendere la patria (l’antico pro patria mori di Orazio). Ma non erano kamikaze, non come li intendiamo noi oggi. E infatti in giapponese il kamikaze resta quel vento divino che ha protetto il suolo nipponico dall’invasione. Chi si fa esplodere per portare terrore ha un altro nome, 自爆テロ, che significa proprio “terrorista che si fa esplodere”. E c’è una differenza piuttosto evidente tra i tagliagole del terrore e una guerra convenzionale – atroce, sanguinaria, ma pur sempre convenzionale, dove uno stato difende i propri interessi e i propri confini. E’ per questo motivo che qualcuno si figurò quei piloti giapponesi disposti alla morte pur di difendere il paese simili alle tempeste che scacciarono i mongoli. 
 
Non si conosce il motivo linguistico per cui a un certo punto, in America, c'è chi ha iniziato a definire kamikaze chiunque volesse sacrificarsi per portare terrore anche in tempo di pace (e del resto uno degli errori di traduzione più grossolani della storia contribuì al bombardamento di Hiroshima e Nagasaki). Il significato estensivo della parola, però, è ormai nella lingua comune e un kamikaze, secondo Treccani, è perfino “persona che si getta audacemente o spericolatamente in un’impresa rischiosa, noncurante delle scarse o nulle probabilità di successo”. Che è un po’ come ammettere che, col nostro comune senso del vocabolario all’italiana, che non sa mai chiamare le cose col loro nome specie se fanno paura, per noi un terrorista o un tagliagole valgono un fuori di testa del sabato sera, un manager che si butta in un'impresa fallimentare, un politico che decide di ridurre la spesa pubblica. Ogni parola ha il suo posto. E un terrorista è un terrorista. O vogliamo davvero continuare a chiamarli kamikaze?
 

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