In difesa di noi stessi

“Non vogliono cambiare il nostro stile di vita, ci vogliono distruggere”. Bisogna avere paura della resa, non della guerra. Il problema della nostra civiltà è aver perso coraggio e identità. Intervista a Carlo Nordio
In difesa di noi stessi

Carlo Nordio

Dice: “Abbiamo perso i nostri valori: coraggio, fede nell’ideale civile, essere disposti a morire – ma anche a uccidere – per difendere noi stessi e la nostra civiltà”. Se anziché in Italia vivesse in Gran Bretagna sarebbe un conservatore, un conservatore vero, alla Winston Churchill. Il Churchill che ha citato ieri, scrivendo sul Messaggero. Il leader che sotto le bombe dei nazisti invitò i suoi connazionali a proseguire “business as usual”. Carlo Nordio, procuratore aggiunto di Venezia, riprende col Foglio quell’idea, la declina come una critica aspra e tosta al correttismo politico, all’infingimento morale che vede emergere, lo ha sempre visto, di fronte alla minaccia del terrorismo islamico. “Il pensiero di Churchill non era rivolto a Hitler, non stava raccontando agli inglesi che Hitler con le sue bombe ‘voleva cambiare  le nostre abitudini’, come in tanti dicono adesso. No, diceva ai suoi di continuare con le proprie abitudini e il proprio lavoro. Poi ai nazisti renderemo quel che si meritano, e di più”. Invece, obietta Nordio, argomentare che il terrorismo “vuole farci cambiare abitudini” è nient’altro che un atteggiamento puerile: dal punto di vista “morale, culturale e politico”. Ma come si fa, taglia corto, “loro vogliono distruggerci, non farci cambiare stile di vita. La risposta deve essere adeguata a questo”. “Siccome non hanno la forza di bombardarci, e sono dei fanatici, usano lo strumento che hanno a disposizione, il terrorismo. E noi dobbiamo rispondere a chi vuole distruggerci”.

 

Qualcuno gli ha chiesto se ha paura. “Io ho molta paura: ma della resa”, dice. “Certo, si rischia di più. Mi fa molta più paura il fatto che davanti al terrorismo noi cediamo la nostra identità”. L’identità, per un conservatore liberale, se fossimo in Gran Bretagna, è una cosa per nulla emozionale, per nulla morbida. Non una belluria. E’ dura e spigolosa come i fatti. “Un paese che vieta ai ragazzi di vedere il Crocifisso bianco di Chagall, è un paese che ha già perso la sua identità. Non è questione di destra o sinistra, la politica è il riflesso del sentire del paese. Anzi, il presidente Mattarella o il premier Renzi, hanno espresso posizioni giuste. Il problema è che abbiamo perso il coraggio, l’essere disposti a morire e anche a uccidere – per difendere noi stessi. Tutto questo è stato sostituito da un indistinto complesso di pace, solidarietà, la cultura generale del nostro paese. Ma una parte del mondo ci odia, è incompatibile con la nostra idea di pace”. Difendere la nostra identità è innanzitutto parlare chiaro: “Hollande, che pure è un socialista, uno che crede alla pace, ha usato parole come guerra e vendetta. Sono parole appropriate e giuste, che da noi sono invece un tabù, impronunciabili. Invece, più ci mostriamo arrendevoli, più ci colpiranno. E’ la natura, è la storia. Prenda Tucidide, lo scontro tra gli ateniesi e gli abitanti dell’isola di Melo: non basta dialogare, se il tuo nemico ti vuole distruggere. Invece noi, che avremmo dovuto allarmarci dall’11 settembre, abbiamo finto nulla, davanti a gente che vuole morire e terrorizzarci”.

 

Lei dice, con Churchill, che dobbiamo colpire duro. Che cosa intende? “Non intendo colpire a caso. Bombardare a caso non serve, serve battere il terrorismo”. Qui, è l’uomo di legge che parla: “Ci vuole intelligence. Ma intelligence non è solo tecnologia. Quella esiste da tempo, e serve. Ma ci vuole l’intelligence sul campo”: Intelligence on the ground, insomma: “Infiltrazioni, personale umano, capacità di capire, di rischiare, di fare il lavoro sporco. Prima si conosce il nemico, poi lo si colpisce, con durezza”. Proviamo a entrare nello specifico di cosa voglia dire, per un uomo di legge come Nordio, rispondere alla sfida con i mezzi adeguati. Giorni fa, nella sua Venezia, ha suscitato una piccola polemica affermando che il velo islamico, tanto più in un città-target simbolico, deve essere vietato. In realtà è una richiesta normale, ma, ci spiega, il fatto che non si possa ottenere è un perfetto esempio di che cosa sia l’inadeguatezza, o resa, culturale: “Innanzitutto, preciso: io parlo del niqab, il velo che copre tutto il volto, e non del chador, che lo lascia scoperto ed è legittimo. Affermo due cose. Dal punto di vista giuridico, la legge Reale e soprattutto il Tus sulla pubblica sicurezza, art. 85, vietano di circolare con un camuffamento che rende irriconoscibili. Questo va applicato, e non viola nessuna libertà religiosa. Anche la Convenzione europea dice che le religioni devono rispettare le leggi. Poi c’è il problema culturale: ritenere che ci sia un principio di ‘rispetto delle religioni’ nel tollerare un comportamento che va contro le leggi è già un cedimento sulla legalità, la democrazia, il nostro modo condiviso e statuito di vivere”.  Inoltre, aggiunge Nordio, c’è il non piccolo corollario di una reciprocità inesistente: “In molti paesi musulmani portare su di sé una croce è vietato. C’è una contraddizione: loro pretendono da noi il rispetto dei loro diritti in base ai ‘nostri’ valori; però negano i nostri diritti in base ai ‘loro valori’. Se non è subalternità questa, che cos’è?”.

 

[**Video_box_2**]C’è anche il problema più immediato, stringente, e non semplice da declinare, della sicurezza. La Francia sta modificando la sua Costituzione, in Europa ragioniamo sui restringimenti delle libertà di movimento, eccetera. In Italia, dove di leggi speciali abbiamo esperienza ma per ora sono escluse, abbiamo un’attrezzatura legale sufficiente? Il magistrato Nordio – premesso che non sta ai magistrati indicare e chiedere leggi, ma solo applicarle – ritiene, in base alla sua esperienza che sì, la strumentazione in Italia esiste: intelligence, azioni sotto copertura, infiltrazioni, espulsioni. Ma bisogna farle funzionare. “E’ una questione di risorse, e non spetta a me parlare; ma c’è anche un altro problema: abbiamo davvero la forza morale per usare questi strumenti? Anche quando comportino dei rischi?”. Fa un esempio: le espulsioni sono previste fin dai tempi della legge Turco-Napolitano. Ma poi si dovrebbe mettere l’espulso su un aereo, e verificare che parta davvero, e non torni. Invece spesso questo non avviene. Mentre invece leggi speciali, o la sospensione temporanea dei diritti, per Nordio non servono: “Io c’ero ai tempi delle Brigate rosse: sappiamo che l’unica legge speciale che ha funzionato davvero è stata quella sui pentiti – ma i pentiti politici, badi bene”. Però, di questi tempi, l’opinione pubblica non capisce quando magari sente di presunti terroristi che vengono rilasciati. Su questo, il garantismo di Nordio non transige: “Questo è un segno di forza della nostra giustizia, non di debolezza. Se non ci sono indizi sufficienti, si rilascia. E’ segno che c’è la legalità. Però ci vuole ‘tutta’ la legalità. Non solo quella che piace a una parte o all’altra”. I nostri valori, interi. Guerra o non guerra.

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