Bravo Ezio Mauro, non sei il mio tipo ma hai fatto il tuo dovere

Sono contento che Ezio Mauro lasci la direzione di Repubblica. Contento prima di tutto per lui. Lasciare dopo vent’anni è un onore, un privilegio, una bonanza. Si ha tempo per fare la conta degli errori e delle azzeccature, profit and loss come dice il poeta.
Bravo Ezio Mauro, non sei il mio tipo ma hai fatto il tuo dovere

Ezio Mauro (foto LaPresse)

Sono contento che Ezio Mauro lasci la direzione di Repubblica. Contento prima di tutto per lui. Lasciare dopo vent’anni è un onore, un privilegio, una bonanza. Si ha tempo per fare la conta degli errori e delle azzeccature, profit and loss come dice il poeta. Mollare una responsabilità esecutiva, e senza moine fondazioniste, considerandosi allegramente a disposizione, in favore di gente più giovane, preparata, leale e agguerrita, è cosa buona e giusta. Mauro non è il mio tipo, nel senso che è un vero e colossale esempio di giornalismo, e io ho la vanità di considerarmi uno stronzo, un politico, un faccendiere del pensiero forte, ma non un cronista. Ma come sempre in caso di diversità, e di quelle talvolta acuminate, dolenti, perverse, Mauro è anche il mio tipo.
Ha fatto il suo dovere, e in altre forme continuerà a farlo, con un certo smalto: cercare e ottenere notizie, raccontare il mondo, diffondere idee per lo più sbagliate, ma idee. In certe cose importanti, il suo modello è insuperabile e, nonostante tutto, che poi vuol dire nonostante la Boccassini e Zagrebelsky, gli è felicemente mancato il gusto sordido della tiritera e dell’aum aum corporativo. Lo conosco dagli anni di Torino, cronista della celebrata Gazzetta del popolo e poi della Stampüccia, abbiamo sempre avuto rapporti radi, bruschi ma in un certo senso brutalmente cordiali: certe guerre i veterani non le dimenticano.

 

Repubblica era nata subito bene, con un timoniere-fondatore che sapeva il fatto suo, ed è diventata senza problemi il giornale unico della sinistra italiana e del politicamente e ideologicamente e religiosamente corretto. Mauro ci ha messo di suo passione e tecnica, cose senza le quali i giornali sono scipiti lenzuoli di carta. Credo che alla fine anche lui si sia detto che tutte le stagioni anche no (come si usa dire adesso), e che l’età ha un suo senso. Per me è una scoperta tardiva, ritenendomi immortale e sempre vigile contro il Cretino Collettivo, spesso danzante di conserva con il Giornalista Collettivo.

 

[**Video_box_2**]Ma quando a gennaio me ne sono andato alla carica di direttore del Foglio, consegnandomi al ruolo di Sancho Panza al fianco di Don Claudio della Cerasa, ho notato che il riferimento alla vecchiaia incipiente, progrediente, già fatalmente arrivata oltre i Sessanta, non è di quelli che a orecchio la gente abbia voglia di capire. E fu proprio una brava cronista di Repubblica, Alessandra Longo, che strabuzzò gli occhi quando le dissi che la motivazione era semplice: prepararmi alla morte, spero in buona salute. E’ un topos come sapete decisivo, e le dimissioni di Mauro lo indorano di una ulteriore luce, quello secondo il quale siamo tutti Cavaliere dalla Triste Figura o Cavaliere dei Leoni, e tutti dobbiamo imparare a “vivere morendo” (anche morendo di allegria, di cose nuove, di gioia per le cose vecchie e nuove che sono capaci di fare quelli di dopo). Bravo Ezio, ti mando un bacio e alla luce dei pensierini che precedono aggiungo “Allahu akbar”.

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