I professionisti dell’anti islamofobia

Il rituale ormai è da manuale. Il primo giorno ci sono i pianti con i fazzoletti pieni di lacrime. Il secondo giorno ci sono i gesti di condivisione del dolore con i post su Facebook con le bandiere della pace ricavate con i simboli delle città martoriate.
I professionisti dell’anti islamofobia

Parigi, fiori e candela a Place de la Republique (foto LaPresse)

Il rituale ormai è da manuale. Il primo giorno ci sono i pianti con i fazzoletti pieni di lacrime. Il secondo giorno ci sono i gesti di condivisione del dolore con i post su Facebook con le bandiere della pace ricavate con i simboli delle città martoriate. Il terzo giorno un pugno di imam va in piazza con quattro gatti per dire che non tutti gli islamici sono terroristi – not in my name – senza spiegare perché oggi gran parte dei terroristi uccide in nome di un preciso dio. Il quarto giorno, finite le emoticon con i lacrimoni su WhatsApp, arrivano i campioni del partito del TCO. Quelli che è Tutta Colpa dell’Occidente. Quelli alla Piketty – il terrorismo nasce a causa delle diseguaglianze (è sempre colpa del liberismo). Quelli alla Vattimo – i terroristi attaccano una cultura estranea e intollerabile “anche perché sono esclusi da questa cultura”. Quelli alla Riccardi – “Bastano poche persone per fare tanto male: i tagli sulla politica sociale si pagano” (è sempre colpa del liberismo). Quelli alla Roberto Speranza – “l’islam non ha nulla a che fare con la violenza del terrorismo”. Quelli alla Boldrini che, pensando probabilmente ai terroristi in Mali che hanno scelto di far uscire dal Radisson di Bamako solo gli ostaggi capaci di recitare a memoria versetti del Corano, ha detto con convinzione che no, voi non capite niente, scemotti, il terrorismo non ha niente a che fare con la religione.

 

Il meccanismo messo in scena dal partito del TCO – lo stesso che naturalmente non sa che l’interpretazione data dell’islam da parte dei terroristi dell’Isis ha molte radici in comune con il wahabismo praticato in Arabia Saudita, dove le chiese e sinagoghe sono considerate fuori legge e dove la decapitazione è una pena come le altre – è utile a consolare le proprie coscienze e ovviamente c’è un chiaro effetto placebo nell’affermare che il problema dell’islam siamo noi occidentali che “spingiamo” i terroristi a reagire contro la nostra civiltà (sottinteso: basta non spingere più e i terroristi la smetteranno di farsi saltare in aria). Si potrebbe rispondere al partito del TCO che è una falsità storica dire che lo Stato islamico non ha legami di nessun genere con la tradizione islamica ma nulla di tutto questo avviene. Soprattutto – dato non insignificante – all’interno della sinistra, dove contro i professionisti dell’anti islamofobia non esiste una corrente di pensiero sufficientemente attrezzata per spiegare una questione semplice. Se è vero, infatti, che la sinistra dovrebbe occuparsi anche di minoranze oppresse è quantomeno surreale che la stessa sinistra non si renda conto che sposare la tesi “la religione non c’entra nulla” complica la vita degli eretici dell’islam impedendo a tutte le Ayaan Hirsi Ali d’Italia e d’Europa di venire allo scoperto per denunciare un fatto elementare: ci sono milioni di musulmani pacifici nel mondo, chiaro, ma ci sono anche moltissimi musulmani che vivono quotidianamente sulla propria pelle innumerevoli violenze autorizzate dalla teologia (apostasia, adulterio, blasfemia).

 

Non si tratta di chiedere a Vattimo e Boldrini di uscire fuori dalla palude del politicamente corretto. Si tratta di capire come sia possibile l’assenza totale di una sinistra, a proposito di not in my name,  disposta non solo a condividere su Facebook Torri Eiffel della pace ma anche a difendere quei dissidenti dell’islam che chiedono semplicemente di non applicare nel Ventunesimo secolo gli insegnamenti che risalgono al Settimo secolo. E ora scusate torniamo a occuparci di moratoria sulle primarie.

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