La difficile arte della scelta, tra saggezza atavica e rischi assoluti

La cultura è uno strumento da usare contro se stessi. Come facciamo a essere sicuri dell’autorevolezza delle nostre stesse idee? La questione potrebbe essere posta in questo modo: l’intellettuale è un misuratore, concetto che a prima vista sembra poco nobile e invece ha un lignaggio antico, si può far risalire a Platone e Socrate con la proposta di un téchne deliberativa.
La difficile arte della scelta, tra saggezza atavica e rischi assoluti

Mio nonno contadino aveva la quinta elementare e un solo vestito elegante. Una volta lo indossò per un matrimonio e il suo cane non lo riconobbe: lo aggredì. Negli ultimi anni della sua vita – siamo negli anni Settanta – quando venivano in paese i tecnici agrari per illustrare le novità nel settore, mio nonno si metteva il vestito buono. La cultura sembrava, allora, avere un alone sacrale. Chissà se questo alone non abbia poi contribuito a formare un’immagine dell’intellettuale, un sacerdote laico che riceve i contadini vestiti a festa e attraverso l’autorevolezza della parola insegna loro a vivere. Forse sì, forse, appunto, è quello che chiediamo a un intellettuale, tuttavia non ci siamo mai fatti un paio di domande infami: chi garantisce l’autorevolezza dell’intellettuale? Il solo fruitore  vestito a festa? E poi ormai abbiamo studiato e quel senso di distanza sacrale – che mio nonno provava – è venuto meno, e insomma ognuno di noi, a suo modo, è un intellettuale, in specie quando partecipa al dibattito pubblico. Come facciamo a essere sicuri dell’autorevolezza delle nostre stesse idee? La questione potrebbe essere posta in questo modo: l’intellettuale è un misuratore, concetto che a prima vista sembra poco nobile – roba da semplici geometri con carta millimetrata –  e invece ha un lignaggio antico, si può far risalire a Platone e Socrate con la proposta di un téchne deliberativa. Ma anche questo non basta, voglio dire, non è facile prendere le misure, cioè, che strumenti si usano? Sono ben tarati? Non è un problema da poco, siamo in democrazia, buona conoscenza produce un buon ceto politico che a sua volta farà buone leggi. Forse prima di misurare sarebbe il caso di analizzare il nostro organo primario, il cervello. Ecco, appunto, come lavora? Ci sono due libri che offrono un contributo molto interessante alla suddetta questione, Daniel Kahneman, “Pensieri lenti e veloci” (Mondadori) e Gerd Gigerenzer, “Imparare  a rischiare (come prendere decisioni giuste)” (Raffaello Cortina).

 

Kahneman ipotizza l’esistenza di due sistemi cognitivi – narrativamente parlando sono particolarmente evocativi – un sistema uno, associativo, veloce, consuma poco glucosio, eco sostenibile insomma. E un sistema due, analitico, comparativo ad alto consumo di glucosio. Il sistema uno si è formato nel paleolitico, per questo privilegia le decisioni intuitive (non c’era tempo per pensare: ma quelle macchie gialle dietro un cespuglio che sono? Misuriamo? No, anzi, il primo che saltava alla conclusione: una tigre dai denti a sciabola, era il primo a scappare e salvare i suoi geni). Tuttavia alcuni elementi che nel passato erano adattativi rischiano ora di produrre fallacie, errori di valutazione, bias. Due bias sono molto frequenti e possono inquinare la misurazione. Primo: la retrospezione rosea, o sapere nostalgico, la tendenza a considerare il passato migliore del presente. Il passato (ricordarsi che lì dietro il cespuglio c’è la tigre dai denti a sciabola) importante veicolo di conoscenza, produrrebbe fallacie quando tentiamo di idealizzarlo (dunque la base di partenza per la misura è falsata). Quanti intellettuali raccontano dei bei tempi di una volta (in questo sono simili a mio nonno) per stigmatizzare la corruzione della modernità? Una volta dopo aver letto l’accusa di Pier Paolo Pasolini contro la televisione (dicembre del 1973) sono andato a vedere cosa facevano in televisione di così terribile, appunto,  il giorno prima dell’invettiva di Pasolini. Bene, c’erano  due canali. Sul primo – iniziava alle 11 – la santa messa, poi “A come Agricoltura”, poi “Anteprima Canzonissima”, la tv dei ragazzi, “Canzonissina”, uno sceneggiato con Giulietta Masina e si finiva con “La domenica sportiva”. Sul secondo – cominciava alle 15 – sport, partita, il concerto della domenica e “Il poeta e il contadino”, con Cochi e Renato e poi racconti italiani. Probabile che Pasolini rimpiangesse proprio quelli come mio nonno, vestiti a festa per sentire lui che parlava e se la prendesse con i nuovi arrivati. Il sapere nostalgico rischia di non farci capire il presente (che poi non ci basta o non ci piace è un altro discorso). Il bias delle disponibilità ci fa ritenere vere le cose che più facilmente recuperiamo dalla memoria, e queste sono, in parte, quelle che ci spaventano. Mi domandano: quale animale uccide più uomini in un anno? Se ho visto il film squalo, dico, appunto, lo squalo e invece è la zanzara (veicolo del plasmodio della malaria). Quando è importante quindi la correttezza dell’informazione per evitare di cadere nel bias della disponibilità e come lo utilizzano a loro vantaggio gli strateghi della comunicazione. Per Kahneman in questi momenti bisognerebbe consultare le statistiche e adoperare il sistema due, l’unico che ci garantisce di tenere a freno i bias.

 

Gigerenzer pensa invece che i sistemi non siano così distinti. Non solo sono intrecciati, ma poi, molte delle nostre scelte sono frutto di euristiche, decisioni semplificate, non certo di valutazioni puntuali – mio figlio ha scelto il liceo classico non perché avesse esaminato tutte le possibilità, ma perché lì c’erano ragazze più carine e l’istituto era pure vicino casa. L’euristiche tra l’altro non sarebbero così fallaci, proprio perché conservano una saggezza atavica. Gigerenzer propone delle semplici regole del pollice, euristiche, per orientarsi nella decisioni di ogni giorno. Il mondo è troppo complesso, ci sono troppe informazioni, non possiamo valutare ogni momento – e usando strumenti comparativi – quale sia la scelta migliore: rischiamo la paralisi. Qualche anno fa il Regno Unito fu scosso da una novità. Il rischio di trombosi per le donne che prendono la pillola anticoncezionale di terza generazione era cresciuta del 100 per cento rispetto a quello della pillola di seconda generazione. Panico. Molte donne smisero di prendere la pillola. Risultato? Molte gravidanze non volute, spesso ragazzine, e molti aborti (13 mila in più), anche per cause naturali – gravidanze a aborto per ironia sono associate a rischio trombosi. Il 100 per cento fa paura, ma è un valore relativo, e quindi Gigerenzer si chiede: qual è quello assoluto? Gli studi su cui si basava la notizia mostravano che per la pillola di seconda generazione una donna su settemila aveva avuto una trombosi, mentre per quella di terza, due donne su settemila. Il valore relativo è 100 per cento ma quello assoluto è 1. Il 100 per cento spaventa (e mette in funziona il bias della disponibilità) 1 invece non spaventa. Gigerenzer propone, in sostanza, di costruire un nuovo vestito della festa (per tutti, intellettuali e fruitori), con un tessuto molto semplice, impariamo a  riconoscere i bias velocemente, per esempio, chiedi sempre il rischio assoluto e non quello relativo. In questo caso quindi la cultura significa imparare a pensare, e qui torniamo a Platone e Socrate: la cultura non è uno strumento da usare contro gli altri, ma contro se stessi, scegliere significa imparare a capire cosa danneggia le nostre scelte: una diversa forma di eleganza.

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