Papà, che sta succedendo?

Essere cronisti ed essere padri. E il miglior editoriale possibile nel disegno di un bambino. E’ notte, dormi al mio fianco. Poco fa, leggevamo insieme i nostri libri. Le mie pagine di storia. Il tuo Diario di una schiappa. Hai un sorriso dipinto sul volto. E’ il sonno beato dei bimbi. Il mio telefonino s’illumina: “Esplosione vicino allo stadio a Parigi”. Mi alzo di scatto. Ti svegli: “Papà dove vai?”. “E’ successo qualcosa di brutto a Parigi…”
Papà, che sta succedendo?

E’ notte, dormi al mio fianco. Poco fa, leggevamo insieme i nostri libri. Le mie pagine di storia. Il tuo Diario di una schiappa. Hai un sorriso dipinto sul volto. E’ il sonno beato dei bimbi. Il mio telefonino s’illumina: “Esplosione vicino allo stadio a Parigi”. Mi alzo di scatto. Ti svegli: “Papà dove vai?”. “E’ successo qualcosa di brutto a Parigi…”. Accendo la tv, la schermata delle agenzie di stampa, s’apre lo scenario terrificante della notte di venerdì 13. Il buio è rotto dagli spari. Uomini e donne in fuga. Corpi senza vita a terra. Dio, no. Torno da te per vedere se dormi. Sei ancora sveglio e mi chiedi: “Dobbiamo proteggerci?”. Il pericolo. La sorpresa. La minaccia. Sì, figlio mio, dobbiamo proteggerci. Al Bataclan, un teatro di Parigi, stanno uccidendo uomini e donne. Dobbiamo proteggerci. Inermi, innocenti, stanno cadendo sotto i colpi di Satana. Albeggia, è un altro giorno. Trascorrono le ore, dal calendario si staccano altre date, colano parole e inchiostro, mi rapiscono, mi allontano da te. Tu sai cosa sto facendo, ogni tanto passi da me mentre scrivo, mi saluti, mi baci, scorgo parole sospese sulle tue labbra. Vai a scuola, giochi, forse passi troppo tempo a costruire mondi virtuali su Minecraft, forse dovrei stare di più con te, ma non ora, non adesso, non mentre Parigi versa il suo sangue. Devo scrivere. Devo raccontare.

 

Entro nella tua cameretta. Sulla scrivania trovo un foglio bianco, due disegni. La tua manina ha lasciato un messaggio: Isis. Un aereo, il pilota nella cabina, colpito a morte, il sangue che si spande sul sedile. Dai finestrini dell’aereo emergono altre figure: uomini colpiti dalle lame. E punti interrogativi. A terra, hai disegnato un uomo mascherato che colpisce un altro uomo. Tac! C’è una lacrima che cola sul volto. Le labbra sono dipinte come terrore e dolore. A destra, due figure distese, senza movimento, gli occhi sono croci. Chiusi per sempre. E’ la fine della vita. La morte. Un altro punto interrogativo.

 

Cosa è quel punto interrogativo? Cosa siamo noi? Cosa sta succedendo? Caro Jaime Alessandro, hai otto anni, i tuoi occhi e la tua mano mi lasciano questo messaggio in bottiglia. Lo raccolgo come un naufrago in un mondo di fuoco e fiamme. Apro la bottiglia, srotolo la pergamena, eccolo, il tuo disegno: Isis. E quei punti interrogativi che implorano, impongono la mia risposta. Raccontare la guerra. Figlio mio, viviamo in un tempo lugubre, c’è splendore e miseria nel nostro mondo. Sei nato in Europa, il Vecchio Continente, la sua storia è costellata di guerra e pace, una luce intermittente illumina il suo destino. Questo presente, quello che tu hai cominciato a conoscere, a vivere, ad assaporare quando hai aperto i tuoi occhietti sul mondo, è minacciato da forze oscure, esseri fiammeggianti che desiderano divorare la nostra civiltà. Ci sono uomini travestiti da diavoli che uccidono per il gusto di uccidere, sono il male assoluto. Vogliono la fine della nostra civiltà. E sono pronti a tutto per annientarci. Stanno cercando armi potentissime per radere al suolo le nostre città. Sono pronti a farlo. Ora, mentre tu sei in classe e con i tuoi compagni impari le lezioni della vita.

 

Caro Jaime Alessandro, la pace che hai appena iniziato a conoscere non è una conquista per sempre, non è scolpita per l’eternità, il tuo splendido sorriso è minacciato, la tua famiglia, i tuoi amici, la tua scuola, il tuo futuro, sono una realtà fragile che può svanire da un giorno all’altro. Le vite si spezzano come fuscelli. Possono essere lampi o lunghissime primavere. Come l’altra sera che ti ho lasciato solo nel tuo letto. Come a Parigi. Come quel maledetto venerdì 13. Penso che nel tuo viaggiare sulla rete abbia visto i volti di ragazzi e ragazze più grandi di te. Loro non ci sono più. Ascoltavano musica, nella Città dei Lumi, una pioggia di fuoco li ha trafitti. Petali di rosa fatti a brani da animali feroci. Ora i loro occhi sono come le croci che hai disegnato. Senza respiro. Senza luce. E’ il male che divora il bene. Lo so, per te tutto questo è inspiegabile, hai lasciato dei punti interrogativi sul foglio. Ma hai compreso che quella minaccia esiste. Che dobbiamo proteggerci. Che esiste il pericolo. Sei già più grande di molti adulti che ciecamente vanno avanti verso il girone degli ignavi.

 

[**Video_box_2**]Leggerai Dante, il nostro sommo poeta, presto capirai. Sai, Jaime Alessandro, la nostra storia e costellata di dolore, di lutto, di morte, di sterminio di massa. E’ un tempo che sembra lontanissimo, ma è qui, con noi, riemerge come una bufera improvvisa nel mare di notte. Ci fu un tempo in cui l’Europa era martellata dalle bombe. Ci fu un tempo in cui la vita era poco più di una speranza, un soffio di vento. Ci fu un tempo in cui i fiori non sbocciavano. Ci fu un tempo in cui il pane era un miracolo di ogni giorno. Ci fu un tempo in cui un fratello di tuo nonno moriva tra le fiamme di una nave da guerra nel Mar Mediterraneo. Ci fu un tempo in cui uomini e donne dal cuore d’oro scelsero di arruolarsi nell’esercito del bene. Milioni morirono. I loro nomi sono croci. Lottavano per donarci una cosa chiamata libertà. Ci fu un tempo in Europa in cui un uomo si alzò sopra tutti e dichiarò al mondo che il bene avrebbe trionfato sul male. Si chiamava Winston Churchill, si alzò, e alla Camera dei Comuni – sì, in quel palazzo che hai visto quando eravamo insieme a Londra – di fronte ai riluttanti, ai codardi, agli egoisti, agli uomini senza orgoglio, agli sconfitti senza combattere, egli pronunciò queste parole: “Vorrei dire alla Camera, come ho detto a coloro che hanno accettato di far parte di questo Governo: ‘Non ho altro da offrirvi che sangue, fatica, lagrime e sudore’. Abbiamo di fronte a noi un cimitero dei più penosi. Abbiamo di fronte a noi molti, molti lunghi mesi di lotta e di sofferenza. Se chiedete quale sia la nostra politica risponderò: di muover guerra, per terra, mare e aria, con tutto il nostro potere e con tutta la forza che Dio ci dà, di muover guerra contro una mostruosa tirannia, mai superata nell’oscuro deplorevole elenco dei delitti umani. Questa è la nostra politica. Se chiedete quale sia il nostro obiettivo vi rispondo con una parola: la vittoria, la vittoria ad ogni costo, la vittoria malgrado ogni terrore, la vittoria per quanto lunga ed aspra possa essere la via; perché senza vittoria non vi è sopravvivenza”. Chi era quest’uomo? Fu la Provvidenza a illuminarlo e a donarcelo. E con lui ne arrivarono molti altri. Diedero la vita per la libertà di mio padre, di mia madre, per la mia libertà. Caro Jaime Alessandro, conserverò il tuo disegno tra le cose preziose della mia vita. E’ una lezione severa, dolce e indimenticabile, la tua. Tuo padre ti fa una promessa: alla fine di questa storia non ci saranno punti interrogativi. Il male semina distruzione e morte, ma alla fine perde sempre. Vincerà il bene, vinceremo noi. Per la tua libertà.

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