Il male banale dell'Occidente

Magari ha ragione l’umbratile realista Michel Houellebecq, la Francia e l’occidente si abitueranno anche agli attentati, l’impeto battagliero incarnato da François Hollande, che tiene le mani sul volante mentre Obama non si schioda dal sedile posteriore, si affievolirà.
Il male banale dell'Occidente

Foto LaPresse

New York. Magari ha ragione l’umbratile realista Michel Houellebecq, la Francia e l’occidente si abitueranno anche agli attentati, l’impeto battagliero incarnato da François Hollande, che tiene le mani sul volante mentre Obama non si schioda dal sedile posteriore, si affievolirà, l’abborracciato asse del bene si sfalderà e la morte nei Bataclan del mondo libero diventerà il new normal. Forse andrà così. Per il momento però l’impeto tiene, ed è una questione di andamento morale prima che di strategia o di tattica: lo Stato islamico è il “volto del male”, come ha detto Obama, e il male non si contiene, non si persuade, non si circuisce, si distrugge.

 

Dopo il massacro, la fraseologia politica è passata dallo “smantellare” allo “sradicare”, dallo “sconfiggere” all’“annientare”, perché quel tipo di male, diventato assoluto e quindi maiuscolo – Male – non ammette il minimo tentennamento. Perfino i pacifisti senza congiunzioni sono a corto d’argomenti e s’arrovellano nell’imbarazzo di non saper bene cosa scrivere sui cartelli. Il bombardamento immediato e furente di Raqqa – corredato dai blitz: ieri è stata confermata l’uccisione di Abdelhamid Abaaoud, la mente del massacro – non è che l’espressione militare di questa ritrovata convinzione attorno al Male. Sorvolando per un attimo sul fatto che l’operazione non sta dando i risultati sperati – il nemico e le sue armi sono nascosti nei bunker, oppure fra i civili – l’idea di una massiccia operazione di guerra per fermare i tagliagole dello Stato islamico appare necessaria. Ma è sufficiente? Ayaan Hirsi Ali, che con il suo argomentare tagliente, persuasivo, invoca un intervento da ben prima del 13 novembre, ammette che anche devastare lo Stato islamico, renderlo una sigla per i libri di storia, è un progetto con il respiro tragicamente corto. Il male ritorna fuori, si ripresenta in altre forme. Qualche tempo fa la critica Camille Paglia, eterodossa ultraliberal, ha scritto che “al liberalismo manca un profondo senso del male, e per la verità manca anche ai conservatori di questi tempi, che con superficialità proiettano il male su chiunque rigetti i valori occidentali”. Mentre il “vero problema”, scriveva Paglia, “risiede nella natura umana, che le religioni e la grande arte vedono come eternamente attraversata da una guerra fra le forze dell’oscurità e la luce”.

 

[**Video_box_2**]Paglia parlava di come i campus americani stanno cercando di eliminare il male della violenza sessuale costruendo “zone sicure” dove i buoni non hanno nulla da temere, ma la questione è collegata allo scontro fra occidente e islamismo radicale. Non c’entra qui il singhiozzo dell’uomo bianco. C’entra una concezione della natura e della storia che rubrica il male come fatto estrinseco, aberrazione eliminabile dall’umanità perfettibile. Obama divide la storia in un lato giusto e uno sbagliato, e in questa dialettica l’unica sintesi ammissibile è l’avanzamento dei famosi “valori” della società occidentale, quella che di giorno fa i matrimoni gay e la sera va a ballare nei quartieri hipster, l’inno alla libertà come pura negazione, l’idolatria dell’atto stesso di scegliere il modo in cui condurre l’esistenza. Ci sentiamo attaccati dall’antitesi malvagia che ci tende vili imboscate nelle nostre città, ma non ci sentiamo partecipi della “guerra fra le forze dell’oscurità e la luce”, il male esiste ma in fondo riguarda gli altri. Quando colpisce cantiamo il nichilismo evasivo di “Imagine” in mancanza di argomenti migliori, oppure ci auguriamo che si metta in pratica una delle soluzioni evocate nella serie tv “Homeland”: “Ridurre Raqqa a un parcheggio”.

 

Ma anche il parcheggio è un luogo inquietante, incustodito, nei film le ruote improvvisamente fischiano e qualcuno puntualmente ci rimane secco. E’ l’umano, nella sua contraddittoria interezza, il luogo dell’inquietudine, e servono buone ragioni per vivere,  e pure per bombardare: la logica della rappresaglia consuma in fretta l’ossigeno. Israele si difende per onorare la sua alleanza con Dio, per celebrare la sua millenaria elezione: non è una ragione da poco. E l’Europa? Dalla qualità delle prime reazioni pare difenda – direbbe Paglia – la libertà di non avere un profondo senso del male, per accontentarsi della dialettica fra il lato giusto e quello sbagliato della storia, continuando a immaginare un mondo senza stati, religioni, paradiso. Un atteggiamento che ricorda quello dei preti che vogliono sprangare la porta della cattedrale nel dramma di T. S. Eliot, per impedire ai sicari di venire a prendere Thomas Becket. Lui li rimprovera: “Voi argomentate dai risultati, come fa il mondo, per decidere se un’azione è buona o cattiva. Voi vi attenete al fatto. Ma ogni vita e ogni fatto possono essere visti come una conseguenza del bene e del male”.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi