Può un romanziere diventare architetto, o giardiniere, e morire santo?

Giornata faticosa: vento, tempesta, scarpe bagnate, mezza influenza, un po’ di febbre… forse, cattivi pensieri. Al colmo della disperazione mi sdraio sul divano e, sporgendomi verso la libreria, agguanto un libro.
Può un romanziere diventare architetto, o giardiniere, e morire santo?

Giornata faticosa: vento, tempesta, scarpe bagnate, mezza influenza, un po’ di febbre… forse, cattivi pensieri. Al colmo della disperazione mi sdraio sul divano e, sporgendomi verso la libreria, agguanto un libro. Lo apro a caso: spunta la faccia di Dave Hickey, critico d’arte texano perennemente incazzato, uno che da più di vent’anni dichiara di voler andare in pensione per protesta generale contro l’art world, uno che s’accompagna sempre a una buona bottiglia di whiskey e che nei suoi testi accosta poster cinematografici dal Ghana più vintage a Tiziano e Tintoretto. Chiudo il libro e lo riapro di getto, questa volta le pagine mi mostrano ritratto e biografia di John Giorno, il poeta e performer che Andy Warhol adorava a tal punto da filmarlo per ore e ore mentre dormiva e russava; filmati che diedero vita al celebre long take “Sleep”. Di fianco alla biografia di Giorno, alcuni suoi versi: “Just / do it, / just don’t / not do it / just do it”. Ottimo. Richiudo e riapro il libro: è la volta di Slavoj Zizek. Slavoj Zizek? Col cavolo che mi leggo la biografia di Slavoj Zizek! Sfoglio un po’ a destra, un po’ a sinistra: Gilles Clément, scrittore e giardiniere, artista del paesaggio.

 

Di Clément ho letto tutto in un periodo piuttosto infelice, quando ancora pensavo di essere un’artista concettuale romantica specializzata nell’innestare arbusti nelle erbacce. Clément celebrava e forse ancora celebra le discariche post-industriali, luoghi di pace in cui strane specie animali e vegetali possono svilupparsi indisturbate. Ah, le discariche post-industriali! Bei tempi. Mi assopisco per dieci minuti. Riapro il libro, un’apparizione: il grande Roberto Calasso! M’inchino e con venerazione osservo gli imperscrutabili tratti del suo volto. Peter Sloterdijk invece non so proprio chi sia, ma credo fermamente in quanto dice il testo: è un filosofo e anche un “public intellectual”, espressione idiomatica un po’ buffa molto in voga nei paesi anglosassoni. Public intellectual, ripeto più volte in labiale.

 

[**Video_box_2**]Sto meglio, sto maledettamente meglio, il libro che sto leggendo ha l’effetto di un integratore di papaya dopo dieci caffè e due lattine di Coca-Cola, riscatta questa mia giornata di tempesta, scarpe bagnate e tutto il resto. Agisce come uno di quei discorsi motivazionali che si dicono le donne in carriera nelle rom-com americane: “Hey! Fuori c’è un mondo di persone più energiche di te. Hai novant’anni? Eh? No? E allora forza, MUOVITI!”. Mi muovo, certo che mi muovo, ritorno sul ritratto di Hickey, è già cambiato. Temo che mi toccherà passare la notte a leggerlo, questo gran bel libro di Gianluigi Ricuperati intitolato “100 Global Minds” (Roads Publishing), un’antologia di persone che si sono mosse una volta e continuano a muoversi ogni giorno; individui che avrebbero difficoltà a descrivere il proprio mestiere, non per altro ma perché questo mestiere se lo sono inventati unendo più campi del sapere e più competenze. “100 Global Minds” è anche un gesto d’amore verso i lettori italiani, disabituati a un orizzonte dove l’artista può diventare architetto e poi trasformarsi in romanziere ed evolvere in editore per poi ritornare ubriacone, salpare per i mari del Sud, scomparire dalla faccia della Terra, ripresentarsi santo, sposare un prete, convertirsi al veganismo, non scrivere più una riga e vincere il premio Nobel.

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