Il circo senza lieto fine che trasforma il nomadismo in traffico di migranti

La notizia che viene dalla Sicilia, dove la procura di Palermo ha fermato una quarantina di impresari e titolari di circo per aver favorito l’ingresso illegale di migranti, non ha a che fare soltanto con il giro d’affari dell’immigrazione clandestina.
Il circo senza lieto fine che trasforma il nomadismo in traffico di migranti

Pablo Picasso, "I saltimbanchi" (1905)

Roma. La notizia che viene dalla Sicilia, dove la procura di Palermo ha fermato una quarantina di impresari e titolari di circo per aver favorito l’ingresso illegale di migranti, non ha a che fare soltanto con il giro d’affari dell’immigrazione clandestina (in questo caso sette milioni di euro, pare). La storia di bengalesi, indiani e pachistani che si uniscono a un circo per passare le frontiere sembra la piuttosto la trama di un romanzo. In particolare, sembra il romanzo della scrittrice americana Sara Gruen, “Acqua agli elefanti” (Neri Pozza) ambientato non a caso durante la Grande depressione. E’ la storia di un giovane studente di Veterinaria che scappa dai debiti, dopo la morte di entrambi i genitori, e nottetempo salta su un treno. Sulle rotaie sta passando la comunità itinerante del Circo dei fratelli Benzini, un carrozzone che attraversa il paese e che, visto dall’interno, è tutt’altro che lo spettacolo catartico rappresentato dal teatro futurista di Marinetti. Una struttura sociale rigorosissima, suddivisa in caste, clown ubriachi e artisti violenti. E animali tristi, confinati negli scompartimenti, proprio come gli abitanti della comunità.

 

C’è stato un momento in cui il circo è diventato un problema, specialmente in Italia. Basta nominare le grandi attrazioni, appunto, tigri leoni elefanti dromedari, per scatenare reazioni violente. Sarà stata colpa di Dumbo, l’elefantino della Disney nato nel 1941, che subisce il bullismo dei perfidi bambini per le sue orecchie troppo grandi. Quando cade, durante il numero della piramide degli elefanti, il direttore del circo –  nell’immaginario collettivo è di solito l’uomo più perfido del tendone – decide di “degradare” Dumbo a vile clown, pur appartenendo alla famiglia degli elefanti circensi Jumbo. Ed è proprio così che funziona il circo, per tradizione familiare. Tutti gli altri sono dei clandestini. A Verona esiste una delle scuole circensi più prestigiose del mondo, seconda solo a quella di Mosca, che è sostenuta per l’80 per cento dal Fondo unico per lo spettacolo e che ospita i figli delle famiglie impegnate in giro per il mondo. E come nelle migliori famiglie, i panni sporchi si lavano in casa. Tra gli fermati ieri c’è pure Lino Orfei, figlio di Amedeo e gestore dell’omonimo circo, che porta il cognome di famiglia del mitico domatore Nando e di Orlando. Lino aveva avuto problemi con gli animali in passato, era stato attaccato dagli animalisti e aveva reagito scompostamente. Liana Orfei, nipote di Ambra, ha fatto sapere ieri di non aver gradito che la procura di Palermo abbia chiamato l’operazione “Golden Circus”, come lo spettacolo che dirige da 33 anni, e che quella coninvolta nell’inchiesta “è gente perlopiù sconosciuta al pubblico e alcuni di questi si fanno grandi solo perché, senza nessun merito, hanno in comune un cognome famoso nel mondo: Orfei”. Come a dire: c’è un circo artistico, professionale e riconosciuto, e poi c’è quello che trasforma il nobile nomadismo in traffico di immigrati, dentro cui si salta di notte, e migliaia di euro da pagare per farsi assumere come attrezzisti e facchini.

 

[**Video_box_2**]La scrittrice Sara Gruen sceglie un circo di origini italiane per il suo romanzo. Scriveva qualche mese fa Luca Pakarov sul Manifesto che “sebbene ci sia una grande tradizione di circo, in Italia è stato relegato nei parcheggi di periferia, sempre più aderente all’immaginario di nomadismo che a quell’epifania di cui parlava Fellini. Perché da noi lo si associa unicamente a clown, saltimbanchi e animali in gabbia”. Ed è un salto incomprensibile ai più, quello tra i fasti del Festival del Circo di Monte Carlo, trasmesso in diretta tutti gli anni dalla Rai, e quei circhi di periferia che tentano di reinventarsi senza animali – “Guardi, io il circo senza animali ho provato a farlo. Non riesce”, diceva qualche anno fa in un’intervista al sito circusfans.net Livio Togni – mettendo su spettacoli tra l’orrore e l’ospedale psichiatrico. E’ lo stesso salto che fa l’uomo che fugge sul treno del circo, la cui poesia si rintraccia solo dopo un lieto fine. Non è questo il caso.

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