Rigorosa analisi della paura delle paure: la paura della fica. Fuck you

La nostra idea di eleganza è selettiva. Diciamoci la verità cruda e si potrebbe dire nuda: la fica è negata, Roland Barthes forse direbbe che viviamo nel tempo della negazione del pube femminile, del suo grado zero (vedete come so essere squisito?).
Rigorosa analisi della paura delle paure: la paura della fica. Fuck you
Sessuofobia o mancanza di humour? Una bella ragazza australiana è protagonista di uno spot allusivo. E’ sorridente, vestita bene, beve con gusto da un calice di vino rosso, mette il bicchiere su un tavolino, all’altezza del suo sesso, e dice che secondo alcuni quell’aroma sa di cespuglio (bush: doppio senso in inglese per cespuglio e pube). Lo spot è ritirato, dopo essere stato socialmente censurato con definizione infamante: è degradante.
 
Eppure era solo volgare, come tutto ciò che è allusivo e a doppio senso, esclusi i calembour di un Totò o di un Chaplin, e la grande tradizione del varietà popolare (Nino Taranto). La volgarità deriva in quel caso dall’astuzia commerciale minore, dalla presunzione di ironia mal dispiegata nelle immagini. Ma le chiappette al vento e gli slip rigonfi di tanta pubblicità femminile e maschile non è astuta, non è allusiva, non è volgare?
 
La nostra idea di eleganza è selettiva. Diciamoci la verità cruda e si potrebbe dire nuda: la fica è negata, Roland Barthes forse direbbe che viviamo nel tempo della negazione del pube femminile, del suo grado zero (vedete come so essere squisito?). Alla direzione di Panorama, parecchi anni fa, feci una copertina con l’“Origine du monde” di Gustave Courbet, noto o famigerato ritratto di lei, la fica emergente da un corpo nudo con le gambe allargate, in primissimo piano triangolare. Sentimmo tutti che tirava aria di scandalo, di eccesso. Il numero dopo pubblicai, sempre in copertina, un corpo maschile in penombra, con il suo pene pendulo appena dissimulato ma visibile. Niente di più normale, era il pezzo pregiato nella galleria fotografica di una sfilata continua di moda prêt-à-porter, era l’anatomia sessuale al grado uno.
 
La paura della fica è nota, d’altra parte. Di lì veniamo e si potrebbe sospettare che in un’epoca volgare vogliamo nascondere le nostre umili origini, ci sembra aristocratico rifiutare l’aspetto degradante dell’araldica naturale. Il pudore e la modestia del Femminile non c’entrano. Ma forse non c’entrano nemmeno i segni e i tempi, visto che nella statuaria classica greco-romana, anche precristiana, il pene è in bella vista, il bijou rose et noir mai, che io sappia, anche lì un timore reverenziale e un omaggio sacrificale dissimulato all’Origine sempre si esprimeva velandola con il massimo pudore. Ci voleva il realismo niente magico del grande Courbet per restituirci compiuta e sensata un’immagine che forse ebbe libero corso nella pittura del grotto primitivo, mai nell’immaginario civilizzato.
 
[**Video_box_2**]Qui vanno tirati in ballo psicoanalisti e iconologi, perché come Dio e il diavolo, anche la paura della fica si nasconde nel dettaglio. E nel nascondimento. Comunque lo spot è l’ultima frontiera della civiltà comunicazionale (piace l’espressione?). Il mulino bianco non si porta più, carico com’è di aria di famiglia biparentale eterosessuale con figli. Il bush è censurato come degradante allusione. Non ci restano che i cazzi dei quindicenni di Calvin Klein e le chiappe al vento delle starlet, il famoso e celebrato lato B. Fuck you.
 
PS Il mio amico Zerlenga mi manda da New York un video sulla demografia comparata cristiano-islamica. Siamo spacciati. Auguri.

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