Il romanziere

Ammaniti non inganna ma seduce, e ancora inventa storie evitando il demone dell’autofiction. Ecco “Anna”, l’ultimo romanzo di Niccolò Ammaniti.
Il romanziere

Niccolò Ammaniti (foto LaPresse)

"Cose da fare quando la mamma muore". Le istruzioni stanno nell’ultima pagina di un quaderno scritto a mano. Dalla mamma, appunto. Sapeva di essere condannata, come tutti gli adulti: prima le macchie scarlatte, poi la tosse, poi le croste, poi la fine (come una Morte Rossa che dal racconto di Edgar Allan Poe arriva dritta a noi). La ragazzina Anna legge e fa quel che deve, tranne che per un dettaglio. Aspetta cento giorni, porta il cadavere nel bosco. Invece di seppellirlo sotto le pietre lo lascia alle formiche, avendo cura di spennellarlo con la marmellata. Ricompone le ossa “usando le figure dell’enciclopedia”, dopo averle decorate con righe e cerchi e disegnini a pennarello.

 

Questo chiediamo a uno scrittore. Immagini che rimangono nella testa, anche quando il romanzo lo abbiamo finito di leggere. Andando magari troppo veloci, come capita con “Anna”, l’ultimo romanzo di Niccolò Ammaniti (Einaudi Stile Libero). Tanta è la voglia di sapere che ne sarà della coraggiosa fanciulla e del fratellino Astor, che all’inizio sembrano soli in una Sicilia di rovine (e potrebbe essere accaduto lo stesso in tutto il mondo: adulti spariti, bambini allo sbando). Il cibo scarseggia, le medicine bisogna procurarsele, i pericoli sono tanti. Non è detto che altre presenze bambine rassicurino, né che migliorino la situazione. Dopo aver letto “Il signore delle mosche” di William Golding, sappiamo di non poter far conto sull’innocenza originaria cara a Jean-Jacques Rousseau.

 

Niccolò Ammaniti è bravissimo a giocare con le aspettative del lettore. Detto non nel senso dell’inganno, ma della seduzione. Non finge che questa sia la prima apocalisse-con-bambini in circolazione. Ma non vuole aver niente a che fare con il postmoderno e le relative strizzatine d’occhio. La storia è raccontata con il piglio del grande romanziere, che sa di poterci condurre ovunque, se si mette d’impegno, se sta attento ai dettagli, se costruisce personaggi per cui vien voglia di fare il tifo.

 

Rispetto al meraviglioso circo a tre piste intitolato “Che la festa cominci” (feste, elefanti, atleti olimpici, satanisti dell’agro pontino, mobili zebrati), “Anna” sembra cominciare con un paio di figurine appena, su uno sfondo che ricorda “La strada” di Cormac McCarthy. Vale per la prima parte del romanzo, “Il Podere del Gelso”: delle tre la più terragna, mentre la seconda ha il fuoco e la terza l’acqua. Poi arriva anche qui la corte dei miracoli, attorno alla “Picciridduna”: si sussurra, un’adulta non contagiata dal virus. Un corpaccione che potrebbe fornire l’antidoto per salvare l’umanità.

 

[**Video_box_2**]Dappertutto, cadaveri in varie pose e vari stati di decomposizione aggiungono brividi da peste medievale. In contrasto con le marche, i titoli di canzoni, le scatolette, le scarpe con la firma che di continuo riportano all’oggi. Niccolò Ammaniti è un raro e prezioso romanziere italiano che ancora inventa, senza lasciarsi tentare dal demone dell’autofiction. Racconta le cose che gli stanno a cuore, questo è certo. Ma lo fa inventando storie avvincenti.

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