Non capire Israele significa non capire l’occidente

Appunti sul caso Boldrini-imam. Ci si può girare attorno, ma la sostanziale indifferenza che accompagna la notizia dell’invito in Parlamento di un imam che auspica la fine di Israele corrisponde a un’indifferenza più grande, che porta a osservare in modo pigro e quasi svogliato la violenza improvvisa di matrice terroristica con cui Israele si ritrova a fare i conti da due settimane.
Non capire Israele significa non capire l’occidente

Il Grande Imam della Moschea-Università di Al Azhar, Ahmad Aḥmad al-Ṭayyib

Ci piacerebbe molto dire che il problema riguarda solo Laura Boldrini e che il caso del presidente della Camera – e il suo invito a Montecitorio rivolto a un imam che professa la necessaria distruzione di Israele – sia un caso isolato, unico, raro e persino inimitabile. Ci piacerebbe molto dire che a parte Laura Boldrini esiste, in Italia, una sensibilità profonda, nella classe dirigente e nella classe politica, rispetto alla difesa dello stato ebraico; in un passaggio storico in cui il disimpegno dell’occidente nell’intero Medio Oriente ha coinciso con due fenomeni che solo apparentemente possono essere considerati separati l’uno dall’altro: il rafforzamento politico dell’Iran e l’isolamento politico di Israele.
 
Ci si può girare attorno quanto si vuole ma la sostanziale indifferenza che accompagna la notizia dell’invito in Parlamento di un imam che auspica la fine di Israele, che giustifica gli attacchi suicidi dei terroristi palestinesi e che rifiuta il dialogo con il cristianesimo – invito che è venuto meno sabato scorso, anche dopo gli articoli del nostro giornale, che per primo è intervenuto sul tema, ma che è venuto meno in una forma surreale, con il presidente della Camera che ha fatto sapere non di aver ritirato l’invito ma semplicemente di aver ricevuto dall’imam la comunicazione del ritiro della sua presenza – questa sostanziale indifferenza, si diceva, corrisponde a un’indifferenza più grande, che porta a osservare in modo pigro e quasi svogliato la violenza improvvisa di matrice terroristica con cui Israele si ritrova a fare i conti da due settimane.
 
Chiunque abbia degli amici tra Tel Aviv e Gerusalemme sa perfettamente che l’ondata di violenza che sta colpendo da giorni Israele è qualcosa in più di una semplice nuova intifada: è qualcosa che riguarda da vicino un fenomeno più grande e più corposo in cui il terrorismo è più simile a quello degli anni Trenta che a quello degli anni Novanta, e in cui l’odio per gli ebrei deriva non dalla spinta legata a un progetto politico (la Palestina libera) ma da una dimensione religiosa in cui al centro di tutto vi è l’islam radicale e il suo profondo e viscerale antisemitismo, unico grande collante tra tutti i fondamentalismi islamici, sia di matrice sciita sia di matrice sunnita. Ci piacerebbe dunque dire che la superficialità con cui si osservano gli accoltellamenti e i segnali di terrorismo a bassa intensità che colpiscono da giorni Israele riguardino solo Laura Boldrini e i suoi compagni che scambiano merende con gli imam radicali.
 
Ma il disinteresse verso Israele – rafforzato anche dal fatto che a differenza delle ultime intifade quella di oggi è un’intifada praticamente senza immagini e senza icone, che colpendo il corpo dell’ebreo con un pugnale è come se riuscisse a circoscrivere il raggio del terrore solo dentro i confini di Israele – è un disinteresse più profondo e radicale che è maturato in un contesto politico in cui le grandi potenze occidentali hanno scelto in modo deliberato di allontanarsi da Israele nello stesso momento in cui hanno deciso di trasformare nel grande stabilizzatore del Medio Oriente l’Iran, ovvero uno stato le cui massime autorità religiose professano ancora oggi, e con estrema convinzione, la necessaria distruzione di Israele. L’accordo sul nucleare iraniano non sappiamo ancora se impedirà la costruzione di una bomba atomica per il regime degli ayatollah ma sappiamo già oggi che ha avuto l’effetto di lasciare detonare un’altra bomba che ha fatto saltare in aria quel piccolo schermo protettivo che l’occidente aveva costruito intorno a Israele per difendere lo stato ebraico da tutti i suoi vicini di casa che sognano la sua fine (Hamas, Hezbollah, l’Iran). E l’indifferenza che si registra oggi nell’osservare quotidianamente ebrei feriti o uccisi nelle città di Israele è la spia di un’indifferenza più grande che riguarda naturalmente una più grande disattenzione e una conseguente inazione dell’occidente di fronte alla minaccia del terrorismo islamico.
 
[**Video_box_2**]Pochi giorni fa, come ha ricordato la scorsa settimana il nostro Giulio Meotti sul Foglio, un imam di Gaza ha brandito un coltello durante un sermone e ha invitato i fedeli dell’islam a seguire l’esempio di Khaybar, quando Maometto nel 627 partecipò di persona allo sgozzamento di ottocento ebrei della tribù Banu Qurayza. E’ anche uno degli slogan più usati nelle strade palestinesi: “Khaybar, Khaybar, oh ebreo, l’esercito di Maometto tornerà”. Laura Boldrini e Piergiorgio Odifreddi non saranno d’accordo ma mai come in questo momento per capire la superficialità con cui l’occidente osserva e combatte il fondamentalismo islamico – “le operazioni di martirio in cui i palestinesi si fanno esplodere sono permesse al cento per cento secondo la legge islamica”, ha spiegato in modo illuminato l’imam Tayyeb – bisogna osservare lo spirito con cui l’occidente descrive le lame dei palestinesi come se fossero ogni giorno meno affilate e tutto sommato giustificabili, di fronte a questi signori che non hanno altra colpa se non quella di essere ebrei. E non capire oggi il dramma di Israele, e il suo oggettivo stato di assedio, significa non capire il dramma dell’occidente, e i rischi che si corrono ogni giorno nel rimandare nel tempo la nostra azione, militare e culturale, contro i fondamentalismi islamisti.

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