Verrà l’Apocalisse e tutti applaudiremo facendoci un selfie con il diavolo

La modernità evolve e oggi s’acquatta nello spettacolo, nel tentativo di cogliere l’attimo per creare l’evento, con le mani che svettano sulla folla nel Duomo di Altamura per scattare foto con l’iPad e il pulpito, ormai deserto dalle prediche, utilizzato per le riprese della tv locale. A che cosa serve una monaca di clausura?
Verrà l’Apocalisse e tutti applaudiremo facendoci un selfie con il diavolo

Accogliere i voti perpetui di una monaca di clausura italiana è un evento raro nella carriera di un vescovo (accadrà mediamente una volta, due per quelli di lungo corso, spesso mai) nonché ottimo termometro per la salute del cattolicesimo popolare. L’ho capito assistendo alla professione di una giovane clarissa: nella modernità frivola e un po’ rozza di una cittadina della Murgia barese, ecco un lampo d’eternità fondato sulla certezza che per ogni donna che scelga di entrare per sempre in monastero la professione sarà ripetuta fra cinquecento anni con le stesse parole di cinquecento anni fa. Cambia il contesto tuttavia perché la modernità evolve e oggi s’acquatta nello spettacolo, nel tentativo di cogliere l’attimo per creare l’evento, con le mani che svettano sulla folla nel Duomo di Altamura per scattare foto con l’iPad e il pulpito, ormai deserto dalle prediche, utilizzato per le riprese della tv locale culminanti nel momento in cui la professa viene cinta di una corona di spine e scatta un applauso giulivo, parossistico. Ripeto: applauso; ripeto: corona di spine.

 

“La modernità è buona”, scriveva Fogazzaro, “ma l’eternità è migliore”. La perdita di questa gerarchia è diventata la cifra del cattolicesimo popolare italiano. Volete farvene un’idea? Guardate Tele Radio Padre Pio nella mezz’ora di diretta dalla cripta di San Giovanni Rotondo (alle 15 ogni giorno), contate quanti nel flusso continuo di pellegrini salutano verso l’obiettivo o fotografano il cadavere, magari con in primo piano la faccia pasciuta e tronfia del figlioletto, poi moltiplicate per le ore di apertura e disperatevi per l’abisso di contingenza in cui è piombato il senso eterno della nostra religione.

 

A che serve infatti una monaca di clausura? I preti rispondono: a ristabilire una media, a pregare mentre noi non ne abbiamo il tempo. Ciò causa mugugni perché anche quei pochi rimasti fra i banchi delle chiese sono vittime del luogo comune per cui qualcuno è utile se agisce, se va in missione, se cura ammalati e sfama poveri. Va bene, agiamo, ma a Dio chi parla? La nostra religione è basata su un libro in cui Gesù dice cose tremende inappellabili come (Giovanni 15, 5) “senza di me non potete far nulla”: ci ricordiamo che qualsiasi azione benefica, sceverata dal sacro, diventa fine a sé stessa cioè inutile? Poi, magari, a furia di voler fare e fare finiamo in fila per tre quarti d’ora allo stand del Nepal all’Expo perché sentiamo un bisogno di spiritualità da soddisfare sedendoci due minuti davanti a un Buddha di plastica. A che serve una monaca di clausura? A pregare mentre noi la riprendiamo stupefatti.

 

[**Video_box_2**]Nelle inquadrature delle nostre moderne scatolette, da testimone dell’eternità la monaca diventa fenomeno inconsueto di cui acchiappare una testimonianza per curiosi: com’è strano che una giovane donna scelga di sacrificare tutto alla preghiera! Invece è normale che una ragazza lavori in un call center o una mamma faccia turni di notte. Serpeggia fra i banchi lo scandalo non tanto per la clausura e nemmeno, figuriamoci, per la castità: ci scandalizza l’irreversibilità, questo martellante “faccio voto per tutto il tempo della mia vita, perseverando fino alla morte” che la professa scandisce in promesse eterne. Fa scandalo una scelta che davvero non finisce mai (echeggia il Belli: “E’ un penziere, quer mai, che tte squinterna”) oggi che tutto viene misurato in ragione delle opportunità quindi ovunque fioriscono scappatoie professionali e sentimentali che ci precludono il coraggio di dire: basta, restiamo qui. E scandalizza sentir parlare della morte come presenza concreta che non spaventa perché l’eternità della promessa la supera e la vince, mentre la modernità – “Mo faccio un selfie a mio marito”, proclama una nella bolgia delle ultime file – serve solo a distrarci. Aveva ragione Pascal: arriverà il Giudizio e solo un’incommensurabile misericordia eviterà che la salvezza sia per singole anime scelte fra migliaia, mentre le masse batteranno le mani allo show dell’apocalisse e si faranno un selfie col diavolo che se le porta.

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